XXX° Domenica del tempo ordinario

Anno Liturgico B
04 novembre 2012

Amerai il Signore Dio tuo, amerai il prossimo tuo

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,28b-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

PRIMA LETTURA Dal libro del Deuteronòmio (Dt 6,2-6)

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni.
Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto.
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».

SECONDA LETTURA – Dalla lettera agli Ebrei (Eb 7,23-28)

Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti , perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.
La legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Ama il Signore e cammina nelle sue vie”
Dai «Sermoni» di Giovanni di Napoli, vescovo
(Disc. 7; PLS 4, 785-786)

«Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?» (Sal 26, 1). Si dimostra grande questo servo che comprendeva come veniva illuminato, da chi veniva illuminato e chi veniva illuminato. Vedeva la luce: non questa che volge al tramonto, ma quella che occhio non vede. Le anime irradiate da questa luce non cadono nel peccato, non inciampano nei vizi.
Il Signore diceva: «Camminate mentre avete la luce» (Gv 12, 35). Di quale luce parlava se non di se stesso? Egli infatti ha detto: «Io come luce sono venuto nel mondo» (Gv 12, 46), perché quelli che vedono non vedano e i ciechi ricevano la luce.
Il Signore è dunque colui che ci illumina, il sole di giustizia che ha irradiato la Chiesa cattolica, sparsa in tutto il mondo. Il profeta vaticinava di lei con queste parole: «Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?».
Se l’uomo interiore è illuminato, non vacilla, non smarrisce la sua strada, non si perde di coraggio. Chi scorge da lontano la sua patria, sopporta ogni contrarietà, non si rattrista nelle avversità del tempo presente; riprende invece coraggio nel Signore, è umile di cuore, resiste alla prova e, nella sua umiltà, porta pazienza. Questa luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo (cfr. Gv 1, 9), si offre a quanti la temono, scende e si rivela in coloro che il Figlio vuole illuminare.
Chi giaceva nelle tenebre e nell’ombra di morte, cioè nelle tenebre del male e nell’ombra del peccato, allo spuntare di questa luce ha orrore di sé, rientra in se stesso, si pente, si vergogna e dice: «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?». Grande salvezza, questa, fratelli miei. Salvezza che non teme cedimenti, che non ha paura di fatiche, che affronta volentieri la sofferenza. Tutti perciò dobbiamo esclamare in coro e con entusiasmo, non solo con la lingua, ma anche col cuore: «Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi avrò paura?».
E’ lui che illumina, è lui che salva. Di chi avrò paura? Vengano pure le tenebre delle tentazioni; il Signore è mia luce. Possono venire, ma non potranno sopraffarmi; possono assalire il mio cuore, ma non vincerlo. Vengano pure le cieche cupidigie. Il Signore è mia luce. Egli dunque è la nostra fortezza. Egli si dona a noi e noi ci diamo a lui. Affrettatevi dal medico finché siete in tempo, perché non succeda non possiate più quando lo vorreste.

Trascrizione dell’Omelia

Potremmo incentrare tutta l’omelia sulla Parola di questa sera, sul difficile “amore al prossimo”; probabilmente è quello che uno si aspetta sempre quando si guardano queste parole, perché il nostro moralismo quando abbiamo ascoltato “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12,31), non vede altro.
Ben inteso, non vede la necessità di amare qualcuno o la bontà di amare qualcuno, ma subito sente dentro di sé l’impossibilità di amare. E dunque, con questa logica stringente, lo sai bene, lo vedi anche tu che è impossibile amare l’altro. L’altro che ti piace, sì, ti è possibile amarlo, ma l’altro che non ti piace, ti è impossibile amarlo. Allora per questa tangente noi generalmente prendiamo un’altra strada, ci allontaniamo da queste cose e decidiamo di regolarci in un altro modo, e chi ha più fantasia, meglio si organizza il suo culto personale al riparo da ogni problema, ma credo che l’accento non sia sull’amore al prossimo, mi pare proprio di no, perché il primo comandamento non è “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, ma “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente, tutte le tue forze” (Dt 6,5; Mc 12,30). Lo diceva il Libro del Deuteronomio, l’abbiamo ascoltato, è la famosa preghiera di Israele, tutti i giorni Israele recita: “Shemà Israel, Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno, amerai il Signore Dio tuo…” anzi, ti fa obbligo anche di parlarne ai tuoi figli, di ripetere queste parole “quando sei seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti alzerai, quando ti coricherai”, cioè spiega qual è la logica, il lessico, di questo amore. Non dice: “Siccome devi amare il Signore Dio tuo con tutta la mente, con tutta la forza, allora accendi il fuoco dei sentimenti, accendi l’ardore delle emozioni e dirigiti verso questo Dio pieno di immaginazione sulla Sua realtà, sulla Sua grandezza”, cose sulle quali molta spiritualità insisterà molto, soprattutto in alcuni secoli in cui la parola di Dio sarà un po’ più di lato, prevarrà tutta questa affettività sfrenata verso Dio.
Ma se è detto, come continua il Deuteronomio, che amarlo vuol dire ripetere queste parole ai figli, parlarne quando si è seduti in casa, quando si cammina per via, quando ti alzi e quando ti corichi, cioè sempre, allora tu capisci che un sentimento acceso con questa intensità, sempre non si può avere, a meno che tu non abbia qualche serio problema. E’ impossibile stare accesi dalla mattina alla sera e pure la notte con un sentimento travolgente, ma neanche un uomo e una donna che si amano moltissimo vivono così, sarebbero matti…
Allora parlarne sempre, tenere sempre conto dell’unicità di Dio, della Sua possibilità, della Sua provvidenza, della Sua grandezza, della Sua bellezza, eccetera, vuol dire cercarlo dentro tutte le logiche, anche quelle familiari, anche quelle che si fanno per strada, anche quelle che tu celebri quando celebri la storia, cioè farlo entrare come unico Signore in tutte le logiche che ti riguardano, questo vuol dire amare Dio con il cuore, la mente e le forze, ricercarlo, celebrarlo, esaltarlo, magnificarlo, dove? Dentro le tue preghierine? No, dentro le tue relazioni con gli altri, dentro le tue speranze per l’oggi, dentro tutte le cose che riguardano intimamente la tua vita, la tua vita quella vera, la tua vita che vivi tutti i giorni, addirittura ne “parlerai ai tuoi figli”, cioè insegnerai questa logica come l’unica buona (dire che Dio è l’Unico vuol dire questo) anche ai tuoi figli; li educherai a capire che questa logica è buona.
Se questo ti è chiaro, andare a cercare Dio anche là dove sembra che non appaia, andarlo a scovare dove qualcosa sembra ti dica il contrario, è un atteggiamento non di grande sentimento – che con l’amore non ha niente a che vedere – ma di grande amore, di grande desiderio, di grande rispetto, io direi, tutto insieme, di grande sapienza. Allora, se amare Dio è una questione di grande sapienza perché prevede tutte queste realtà di cui abbiamo parlato, questo comandamento secondo al primo che Gesù cita, “Amerai il prossimo tuo come te stesso” – che non è un comandamento nella Torah, non esiste nei Dieci Comandamenti- allora tu capisci che è un corollario, un derivato, una propaggine, se vuoi, quasi un primo risultato della ricerca di Dio.
Ricercare Dio, significa poterlo cercare anche in quelle relazioni improbabili, anche in quelle logiche che tu avresti scartato: il tuo prossimo non è un tuo amico, il tuo prossimo spesso è un tuo nemico, è uno che ti giudica, è uno che viene contro di te, è uno che ha sempre argomenti per metterti in difficoltà e lo fa, lo fa davanti agli altri, questo è il prossimo. Che ci fai con questo prossimo? Beh, tu sai cosa farci, tutti sapremmo cosa farci con un prossimo così…ma ricercare Dio là dove non lo vedi e ricercare il prossimo là dove non riesci a scorgerlo, là dove non riesci ad identificarlo sul volto di colui che ti sta davanti. Allora non sarai chiamato ad amarlo… queste cose te le dice il diavolo, ti dice: “Guarda, vedi quella persona lì, quella ti è nemica, forza, accenditi il cuore, accenditi di sentimenti, vai verso di lei abbracciala e dì: ‘ah, che bello vederti, che piacere’ saresti un falso”, è il demonio che te lo dice. Pensa un po’, il maestro della falsità ti viene a dire: “non lo fare, saresti un falso”, ma mica ti dice come fare, perché non conosce la verità, non la ama, ti dice ciò che ti è impossibile, allora come farla questa cosa? Come mettersi davanti a questa realtà? Nessuno ti chiede di accendere il cuore con sentimenti inutili verso qualcuno che ti viene incontro perché semplicemente non lo conosci, non è questo l’atteggiamento di Gesù, Gesù vede l’adultera (cfr. Gv 8,1-11) e non si domanda se gli è simpatica o no: quella è una peccatrice presa in flagrante adulterio e c’è pure un giudizio chiaro della Torah (cfr. Lv 20,10). Ma Gesù, l’amante della verità, va alla radice di questo peccato e lo riproduce, lo riproietta sulla storia di Israele, libera la donna ma libera anche il cuore di coloro che la volevano uccidere. Gesù quando vede Zaccheo (cfr. Lc 19,1-10), non è che si accende di gioia e dice: “Mamma mia, quanto tempo che volevo andare a cena con un capomafia come Zaccheo”. Gesù sa che se va a cercare Zaccheo, se va a casa sua e a mangiare con lui, lo costringerà ad incontrarlo in un modo diverso, come Zaccheo probabilmente non avrebbe mai pensato. Infatti ti ricordi dove si era messo Zaccheo? Su un albero. Noi pure ci mettiamo su un albero quando vediamo passare il Signore, poi quando scendiamo, scendiamo…non lo vediamo più, scendiamo e ci mischiamo nelle cose nostre. Capisci? Gesù amava la peccatrice? Gesù amava Zaccheo? Gesù amava quelli che gli hanno fatto del male? Si, ma non aveva sentimenti di grande affettività, perché amare non è questo amici, li ama perché ne conosce l’origine, vi ricordate quando vede Natanaele (cfr. Gv 1,47), neanche lo conosceva Natanaele, gli dice: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità” e quando Natanaele gli chiede: “Come mi conosci?” gli risponde: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico” (Gv 1,47-49), che vuol dire questo? Che l’amore che ha Gesù Cristo non è l’amore che ci aveva suggerito il demonio, cioè un sentimento diffuso verso qualcuno. Questo è importante, amico, perché se tu il prossimo lo vedi in questa prospettiva, come uno che non è amabile ma uno che ha bisogno di te, allora può darsi che tu faccia come fa Gesù quando da buon samaritano si china su quest’uomo piegato per terra e lo rialza, lo porta alla locanda, offre per lui tutto ciò che ha bisogno per guarire (cfr. Lc 10,29-37). Allora forse tu puoi fare questo, offrire la tua vita perché l’altro guarisca, perché l’altro migliori, incontri la verità e non se ne lasci schiacciare e non la impugni per schiacciare gli altri. Il prossimo non è buono, è come te, tu sei buono? No, e neanche lui, capisci? Comincia a buttare via un po’ di questi fronzoli inutili, credendo che tu sei buono e anche l’altro è buono e facciamo un girotondo di buoni, poi la prima volta che quello dice una cosa che non ti piace, ti metti a piangere in un canto e dici: “Non mi ama più!”, questa è roba da ragazzini adolescenti, qui non si sta parlando di questo, si parla di un precetto per la vita come diceva la Prima Lettura (Dt 6,2-6), e una logica per vivere questo precetto, che è questo corollario dell’amare il prossimo. Poi, purtroppo, c’è un’altra categoria di prossimo che è proprio difficile ficcarla da qualche parte, sono i matti, sono quelli che non sanno bene quello che cercano, che girano e disturbano e creano tanti problemi, tu vorresti aiutarli ma ti accorgi che quelli ti sfuggono perché in realtà stanno cercando altro, io con quelli, se mi permettete, non so proprio come ci si possa regolare, veramente, in tutti questi anni non l’ho mai capito. Tu non ti preoccupare, mantieni una ricerca autentica delle cose di Dio e volta dopo volta, si apriranno queste barriere, queste porte, tu avrai la possibilità di intercedere per i peccatori, di amare quelli che ti fanno del male, di pregare per quelli che ti perseguitano e di stare concretamente in pace potendo sopportare anche, come dice il catechismo, le persone moleste, come un’opera di misericordia spirituale.
Lo Spirito di Dio che accende l’amore e la conoscenza dei nostri cuori, ti spianerà la strada a questa scoperta.

Sia lodato Gesù Cristo.

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