VII° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico C
12 maggio 2013

Ascensione del Signore

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Alleluia, alleluia.
Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
Alleluia.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,46-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

PRIMA LETTURA – Dagli Atti degli Apostoli (At 1,1-11)

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Dal Salmo 66 (67)
R. Ascende il Signore tra canti di gioia.

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra. R.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni. R.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo. R.

SECONDA LETTURA – Dalla lettera agli Ebrei di san Paolo apostolo (Eb 9,24-28; 10,19-23)

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“L’Ascensione del Signore accresce la nostra fede”
Dai “Discorsi” di san Leone Magno, papa
(Disc. 2 sull’Ascensione 1,4; PL 54,397-399

Nella festa di Pasqua la risurrezione del Signore è stata per noi motivo di grande letizia. Così ora è causa di ineffabile gioia la sua ascensione al cielo. Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l’altezza di tutte le potestà. L’intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una arcana serie di azioni divine per le quali l’amore di Dio rivela maggiormente tutti i suoi prodigi. Pur trattandosi di misteri che trascendono la percezione umana e che ispirano un profondo timore riverenziale, non per questo vien meno la fede, vacilla la speranza e si raffredda la carità.
Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde. Del resto, come potrebbe nascere nei nostri cuori la carità, o come potrebbe l’uomo essere giustificato per mezzo della fede, se il mondo della salvezza dovesse consistere solo in quelle cose che cadono sotto i nostri sensi?
Perciò quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti sacramentali. Perché poi la fede risultasse più autentica e ferma, alla osservazione diretta è succeduto il magistero, la cui autorità avrebbero ormai seguito i cuori dei fedeli, rischiarati dalla luce superna.
Questa fede si accrebbe con l’ascensione del Signore e fu resa ancor più salda dal dono dello Spirito Santo. Non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento né le catene, né il carcere, né l’esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi delle fiere, né i supplizi più raffinati, escogitati dalla crudeltà dei persecutori. Per questa fede in ogni parte del mondo hanno combattuto fino a versare il sangue, non solo uomini, ma anche donne; non solo fanciulli, ma anche tenere fanciulle. Questa fede ha messo in fuga i demoni, ha vinto le malattie, ha risuscitato i morti.
Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché istruiti da tanti discorsi, s’erano lasciati atterrire dalla tremenda passione del Signore ed avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall’ascensione del Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La loro anima era tutta rivolta a contemplare la divinità del Cristo assiso alla destra del Padre. Non erano più impediti, per la presenza visibile del suo corpo, dal fissare lo sguardo della mente nel Verbo, che, pur discendendo dal Padre, non l’aveva mai lasciato, e, può risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli.
Proprio allora, o direttissimi, il Figlio dell’uomo si diede a conoscere nella maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella gloria della maestà del Padre, e cominciò in modo ineffabile a farsi più presente per la sua divinità, lui che, nella sua umanità visibile, si era fatto più distante da noi.
Allora la fede, più illuminata, fu in condizione di percepire in misura sempre maggiore l’identità del Figlio con il Padre, e cominciò a non aver più bisogno di toccare nel Cristo quella sostanza corporea, secondo la quale è inferiore al Padre. Infatti, pur rimanendo nel Cristo glorificato la natura del corpo, la fede dei credenti era condotta in quella sfera in cui avrebbe potuto toccare l’unigenito uguale al Padre, non più per contatto fisico, ma per la contemplazione dello spirito.

Trascrizione dell’Omelia

Quando le donne andarono al sepolcro ad ungere il corpo di Gesù, si trovarono a dover constatare un prodigio mai udito, mai neanche solo pensato, la sparizione del corpo di Gesù (Lc 24,1-8). Avevano una parola per spiegarsi che cosa veramente stava accadendo sotto i loro occhi? No, lo sappiamo, un angelo dice: “Donne, chi cercate? Colui che è vivo tra i morti?” (cfr. Mt 28,6), e poi alla Maddalena – secondo il Vangelo di Giovanni – alla mattina della risurrezione, Gesù appare. Lei lo scambia per un giardiniere e le dice: “Dì ai miei che vadano in Galilea, là mi troveranno” (cfr. Gv 20,14). Dunque lo stupore della Chiesa nascente, che ancora non è la Chiesa, è solo un gruppo di amici che avevano seguito il Maestro fino a Gerusalemme, pieni di speranze, pieni di immagini, pieni di sogni anche e davanti a qualcosa di mai sentito e con nel cuore ancora il senso di fallimento della crocifissione, della morte di Gesù. È raccomandato loro di tornare in Galilea, stavano nel cenacolo nascosti per paura dei giudei, Gesù gli dice: “Tornate nella storia, là mi incontrerete”. Forse si comincia a capire un po’ qual è la logica di questa predicazione, di questa salvezza, di questo atto di redenzione che il Signore fa per noi. Ha preso la natura umana quando si è incarnato nel seno della Vergine Maria, ha condiviso la realtà degli uomini che vivono sotto il peso della carne e della Legge – come dice Luca nel suo Vangelo –, redime raccontando, parlando, guarendo, l’umanità che incontra e soprattutto mettendo nel cuore dell’uomo una speranza nuova, dicendo agli uomini: “Guardate, questo è il tempo in cui noi ricominciamo a costruire Gerusalemme, cominciamo a ricostruire il Regno. Io metto dentro di voi il seme che, destinato a germogliare, porterà questa generazione verso la salvezza”. Poi in questo giorno, il giorno dell’ascensione, ormai il gruppo degli apostoli si è raccolto nel cenacolo, intorno alla Vergine Maria, è pronto per quella che festeggeremo Domenica, la Pentecoste, cioè al dono della nuova Legge, della nuova Torah, della nuova logica di Dio, attraverso la presenza dello Spirito, si trova davanti al Signore che sta per lasciarli. E avete ascoltato, tanto dagli Atti degli Apostoli che dal Vangelo di Luca, sempre dello stesso autore, che dice appunto che Gesù si stacca da loro e quando gli domandano: “E’ questo il tempo in cui Tu vuoi ricostruire il regno di Israele?”, Gesù dice: “Non spetta a voi sapere il tempo e i momenti di questa restaurazione. Ma a voi è affidata la possibilità di partecipare a questa ricostruzione, voi siete dei testimoni. Dall’esperienza della risurrezione in poi voi avete una chiave di lettura per capire tutto ciò che io vi ho raccontato, tutto quello che avete visto quando camminavate con me per le strade della Palestina. Adesso, dalla risurrezione in poi, è affidata a voi questa testimonianza, perché voi la raccontiate, raccontandola a tutte le generazioni, raccontandola fino agli estremi confini della terra, voi seminerete nel cuore degli uomini qualcosa che gli uomini non conoscono. E’ il seme di una speranza che è destinata a manifestarsi, ad aprirsi e a germogliare, cioè a produrre al tempo opportuno il frutto per la quale è stata inaugurata”. Allora appena Gesù racconta che cosa accadrà a questi discepoli che lo stavano guardando, si stacca da terra e torna presso il Padre. E un angelo, avete ascoltato, dice: “Che state a guardare il cielo, uomini di Galilea?”. Sembra far eco a quella parola: “…che tornino in Galilea”. “Che state a cercare in cielo? Tornate pure a casa, perché Lui verrà come l’avete visto salire al cielo”. Che vuol dire? Vuol dire: “Sulle nubi l’abbiamo visto andare, sulle nubi tornerà”? Può darsi, sarà questo sicuramente, ma non è questo che ci interessa. Che cosa abbiamo udito quando Egli se ne stava andando? Abbiamo udito che ci veniva regalata una missione, una vocazione santa, quella di costruire il Regno. Era affidata alla nostra povera realtà umana, la vocazione di ricostruire il regno di Israele, così come ci stava donando in quel momento il suo testimone, Egli sarebbe tornato a ricostituire questo popolo eletto. Che vuol dire? Agli uomini è affidata la chiave per ricostruire il corpo di Cristo. Quando questo corpo di Cristo sarà pronto, quando ogni misura sarà colmata, quando ogni attesa giungerà al suo apice, allora il Signore tornerà, non per punirci, ma per completare, per coronare questo cammino dell’uomo. Se ne deduce subito qual è la vocazione di ogni uomo, qual è la missione di tutta la Chiesa: “Se è così, se Tu torni per mettere la corona su questo impegno che noi abbiamo preso di costruire il tuo corpo, se Tu torni ad essere il capo di questo corpo, allora noi dobbiamo affrettarci a raggiungere tutte le generazioni, tutti gli uomini, a raccoglierli dentro questo mandato, a dire ad ogni uomo: guarda, tu non sei un lontano, tu non sei un disperso, tu fai parte di questo corpo mistico, non aver paura, avvicinati, riconosci qual è la parte che hai in questa ricostruzione e vivi e gioisci di questo mandato che ti è affidato”. Sai cosa vuol dire questo? Vuol dire incontrare l’uomo che vive disperso e lontano, che vive nel peccato, nella logica del mondo per potergli dire: “Tu non sei uno nato per caso, tu non sei uno del quale si è smarrita ogni memoria. Tu sei uno che ha una vocazione, da questa vocazione puoi intendere anche qual è la tua identità. Allora vieni, avvicinati, fai la tua parte e riconosciti in questo corpo mistico. Non aver paura, non sentirti escluso, non sentirti più schiacciato dai tuoi peccati, perché il Signore verrà a compiere ciò che ha promesso, verrà a coronare questo sforzo, verrà a portare a compimento, a versare una misura pigiata, scossa e traboccante (Lc 6,38) su questo nostro desiderio di raggiungerlo e tornare al Padre”. Allora noi potremmo dire: “Ma l’uomo come fa a capire questo? Come fa a rendersi conto di questo?”, questa è la cosa più bella amici. Sapete come fa? Quando dice la Lettera agli Ebrei: “Tenete fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede” (cfr. Eb 12,2). L’uomo guarda verso Dio, non vede più un Dio altissimo, lontanissimo, inimmaginabile, ma vede la carne del Figlio dentro questa realtà. La vede e non si sente a disagio, guardando la carne del Figlio, l’umanità del Figlio, si riconosce e dice: “Anche io ho questa umanità. Se guardo il Cristo che è come me, anche io posso essere come Lui. Per questo Egli è venuto, per questo io voglio andare da Lui”. E questo è meraviglioso, non vede più una realtà impossibile, incomprensibile, ma una realtà assolutamente comprensibile, vicina a me. Sapete che cosa significa vedere la nostra natura umana in Cristo? Vuol dire vedere la misericordia di Gesù, la sua sofferenza, il suo essere uomo come noi, il suo stare davanti alla tomba di Lazzaro, davanti a tutti che stavano a guardare e dire: “Lazzaro, vieni fuori” (Gv 11,43) e commuoversi non solo per la realtà della morte di Lazzaro, commuoversi per l’incredulità di tutti gli altri che stavano intorno, per l’incapacità dell’uomo di pensare la vita eterna. Egli si commuove della debolezza dell’uomo, allora chi guarda la carne di Gesù, guarda anche la sua commozione, guarda la sua capacità di farsi proprio l’ultimo, di essere come noi, di essere al di sotto di noi, perché sta scritto che “Cristo Gesù pur essendo di natura divina non ha considerato questo come un tesoro geloso, ma si è fatto uomo facendosi obbediente fino alla morte ed alla morte di croce” (cfr. Fil 2, 5-11). Quale uomo può dire: “La mia morte è più dura, è più difficile di quella del Figlio di Dio”? Anche l’uomo che provato nella carne, provato dal peccato, schiacciato dal peccato, e messo al muro dai suoi avventori, anche l’uomo che si sentisse schiacciato dalla malattia, ridotto a niente, ridotto a una larva di sé, quando guardasse l’umanità del Cristo potrebbe ancora dire: “Questa natura che io vedo disfarsi dentro la mia storia, in realtà è stata amata da Dio, abitata dal Verbo e dunque destinata alla Gloria”. Chi ha questa speranza aspetta il Messia che torni. Chi non ha questa speranza incrocia le dita e “passa oggi che vien domani…”. Chi nutre in sé il desiderio di vedersi finalmente dentro un progetto e non più destinato a perire per sempre, aspetta che il Signore venga. Adesso fa’ un esame di coscienza, guarda bene al fondo della tua fede: che cos’è che stai aspettando se non che il Cristo ritorni? Se non che il Messia venga e ti vendichi, di che cosa? Dei soprusi, della solitudine che hai vissuto, del dolore che hai provato, delle persone che ti sono mancate, che ti vendichi della malattia che hai sostenuto, che ti vendichi della vecchiaia, che ti vendichi di tutti quegli aspetti che hanno fatto della tua vita una realtà piena di difficoltà e di solitudine. E noi, amici, è proprio questo che desideriamo che venga. Non ci interessa più rivalerci sugli altri, non stiamo più ad aspettare l’occasione di vedere il nostro nemico passare come dice un proverbio famoso. Noi stiamo qui ad aspettare che Cristo, quando avremo portato con Lui a compimento tutto questo, ci restituisca quella vita eterna che avevamo perduto. Io mi rendo conto che nel cuore vostro, come nel mio, spesso questo non si intravvede, non si intuisce, non si comprende e si dubita pure che possa accadere. Non abbiate paura, lo Spirito di Dio di cui stiamo celebrando l’attesa prima di Pentecoste, ci porterà, come ha detto Gesù, “alla verità tutta intera” (Gv 16,13). E la vedrai tu, che non hai mai visto niente. E la capirai tu, che ti sei sentito tanto lontano. E la sperimenterai tu, che nella tua vita hai avuto tante cose che non sono andate bene. Tutti avranno parte di questa speranza e tutti insieme costruiranno il corpo glorioso del Cristo. Voi trovate, se è possibile, un’altra via, che non sia la via, la verità e la vita di Gesù Cristo. Trovate un’altra logica che abbia la capacità di consolarvi oltre ogni speranza. Trovate voi una scorciatoia, se mai possibile, che vi metta il cuore in pace su tutte queste domande pressanti dell’esistenza. Trovereste ancora il volto di Cristo, nelle molte forme che vorrà assumere, nelle forme del tuo prossimo che viene a soccorrerti, nelle forme del tuo prossimo che ha bisogno del tuo soccorso, Gesù in molti modi ed in molte forme pronto a riprenderti per mano e a ricondurti verso il Regno.
Possa l’amore trinitario che è lo Spirito Stesso, del Padre e del Figlio, inabitare questa speranza per resuscitarla dentro la tua vita.

Sia lodato Gesù Cristo.

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e misericordioso, Tu ci hai chiamati nell’Ascensione del tuo Figlio a una speranza viva, a un’attesa autentica, l’attesa che torni, che ci riscatti, che ci riconosca, che ci identifichi in mezzo ai nostri peccati, in mezzo alle difficoltà della vita, che ci restituisca la dignità che noi abbiamo perduto, facendoci del male e operando il male. Padre Santo, Tu veramente hai tanto amato il mondo da mandare il tuo Figlio. Adesso permetti che la tua Chiesa, in questo tempo e in ogni tempo, porti con fede questo testimone, fino alla meta, perché tutti siano raggiunti dalla tua grazia. Per questo ti preghiamo.

Ti preghiamo, Padre Santo e misericordioso, per la tua Chiesa, per il papa Francesco. La sua dolcezza e la sua tenerezza commuove il cuore degli uomini, la fermezza della sua dottrina possa sostenerlo, la bellezza del suo insegnamento possa illuminarlo. Per questo ti preghiamo.

Padre Santo e misericordioso, tutte le volte che Tu metti davanti ai nostri occhi la nostra missione, la nostra vocazione a battezzare gli uomini, cioè a farli entrare dentro la logica della passione, morte e resurrezione, guardando all’amore trinitario, che alberga e vive in Te da sempre e per sempre, tutte le volte gli uomini si trovano in difficoltà, si sentono nell’incapacità di raggiungere questa dignità grandissima. Racconta loro come li hai pensati dall’eternità, come li hai chiamati nella storia, come hai loro affidato una vocazione santa e come, con il tuo aiuto, la porterai a compimento. Per questo ti preghiamo.

Padre Santo e misericordioso, ti preghiamo anche per quelli che in qualche modo ci fanno del male, ci disprezzano, ci mettono alla berlina, ridono di noi, e ogni giorno, talvolta, sognano la nostra caduta. Padre Santo, noi non odiamo i nostri nemici, noi non abbiamo paura dei nostri detrattori. Tu però colmali dei tuoi beni, che gliene avanzi. Per questo ti preghiamo.

Padre Santo e misericordioso, guarda questi tuoi figli, tutte le volte che si avvicinano a questo altare guardano verso il cielo, per scorgere qualcosa della tua grandezza e sperimentare qualcosa della tua misericordia, o solo per sentirsi guardati, anche solo un attimo, dalla tua grazia. Non rimandarli a casa a mani vuote, e fa’ che nella loro storia, nella loro casa, non si stanchino mai di cercarti, non dubitino mai di trovarti. Celebrino sempre la tua grandezza. Te lo chiedo per Cristo nostro Signore. Amen.

Te Deum // Musica Sacra
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