Beati i misericordiosi

Una scrutatio di Padre Enzo sulla Misericordia
25 ottobre 2016

Beati i misericordiosi

 

1890-il-buon-samaritano_ridotto«…misericordia è l’attitudine di simpatia che nasce dall’amore verso chi è afflitto da eventi dolorosi…» (San Gregorio di Nissa, Om. 5 sulle beatitudini).

“Beati i misericordiosi”: “beato colui che riceve in cambio ciò che dà”, dice Gregorio di Nissa. “Un dolore volontario che nasce per i mali altrui”, e ancora, nel suo commento alle beatitudini, misericordia è “l’attitudine di simpatia che nasce dall’amore verso chi è afflitto da eventi dolorosi”.

Questa definizione di Gregorio di Nissa ci fa entrare nel fondo di questo atteggiamento, e ci spinge ad assumere non solo e non tanto l’impegno ad agirlo, quanto l’impegno alla conversione del cuore, la possibilità cioè di mutare il pensiero e il giudizio, verso chi sta vivendo un tempo di afflizione e di dolore. Sarà allora opportuno guardare con attenzione a tutti questi elementi, costitutivi della misericordia, per potervi adeguare una giusta risposta di vita.

Guardiamo al primo aspetto: dice Gregorio di Nissa che la misericordia è un’ ”attitudine di simpatia”, in questo modo egli intende affermare che non è ancora in gioco il sentimento o la sola dimensione emotiva che spinge verso le difficoltà dell’altro: se così fosse, non potremmo contare su un atteggiamento permanente e virtuoso.

Dice che è un’ “attitudine”, vuole intendere che è radicata nelle motivazioni e nella volontà, e si mostra in tutte le occasioni come un autentico atteggiamento del cuore.

Attitudine “di simpatia”, allora anche qui potremmo dire che tale capacità di “sentire con”, la simpatia per l’appunto, non è generata all’occorrenza, ma precede la situazione, “sentire con” chi è in difficoltà è già un’intenzione presente in chi è sollecitato dalle difficoltà altrui, un “habitus”, un modo di essere e di pensare radicato nel cuore dell’uomo misericordioso.

Nasce “dall’amore” dice Gregorio, non dunque da un’affezione temporanea o improvvisa. Questo amore che la genera non è infatti frutto di un carico emotivo o di un sentimento, ma è espressione permanente di un cuore “circonciso” (Rm 2,29), del timore di Dio, della carità di Cristo che si è ricevuta e sperimentata: come dice S.Paolo, “è la carità di Cristo che ci sospinge” (2Cor 5,14).

Se ne evince che la forza e la qualità di questo amore rimandano all’origine di un’esperienza di misericordia ricevuta da Dio, incontrata in Cristo, e inabitante in noi a causa dello Spirito, dunque una genuina esperienza trinitaria.

Se nasce dalla misericordia ricevuta, questa attitudine è figlia di un dolore sperimentato, di un’afflizione sostenuta con coraggio, finché Cristo, in quella occasione, non l’abbia voluta guarire. Chi si avvicina allora al prossimo dolorante è chi lo sa compatire, sa riconoscere l’abiezione, non se ne scandalizza, e lo soccorre. Non se ne scandalizza, cioè non ritiene un ostacolo o un inciampo, la condizione abietta dell’altro che chiede misericordia.

Per contemplare l’icona della misericordia ci sarà allora utile guardare alla parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37), laddove il sangue e le percosse ricevute dal malcapitato, costituendo un elemento impediente e uno scandalo per gli uomini dell’osservanza e del culto, il sacerdote e il levita, ricevono invece la “simpatia”, la “compassione” e dunque la misericordia, dello scandaloso samaritano. Perché concludiamo dicendo che questo straniero inviso ha usato misericordia? Perché questi, sulle ferite contaminanti dell’uomo percosso, ha versato dell’olio, ἔλαιον, vicino per assonanza ad ἔλεος, la misericordia appunto: questa misericordia ha dunque la capacità di guarire le ferite dell’uomo a terra e il cuore di chi lo cura.

Padre Enzo

[intervento registrato per la trasmissione “Le parole della misericordia” di Radio Più www.radiopiu.eu]

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