II° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico B
15 aprile 2012

Beato chi crede senza aver visto

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

PRIMA LETTURA – Dagli Atti degli Apostoli (At 4,32-35)

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.
Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.
Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

SECONDA LETTURA – Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5,1-6)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.
E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

LO SPIRITO SANTO E LA REMISSIONE DEI PECCATI
Gregorio Magno, Hom. in Ev., 26, 2-6

Disse loro [Gesù]: “La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi” (Gv 20,21). Il che vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato me, che sono Dio, così anch`io, in quanto uomo, mando voi, uomini. Il Padre ha inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse per la redenzione del genere umano. Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figlio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensì verso le sofferenze di ogni genere, così come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono amati da Cristo Signore, e nondimeno vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto: “Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi”. Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli scandali dei persecutori.
Per altro, la formula “essere inviato” può anche essere intesa in rapporto alla natura divina. E`detto, in effetti, che il Figlio è mandato dal Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche dello Spirito Santo, uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai incarnato, è detto che è stato inviato dal Figlio, nel passo di Giovanni: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre” (Gv 15,26). Se però l`essere inviato fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo si potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato, perché mai si è incarnato. Invece la sua missione [dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la quale egli procede dal Padre e dal Figlio Per cui, come è detto che lo Spirito Santo è mandato, in quanto procede, cosí è conseguente affermare che il Figlio è mandato in quanto è generato.
“Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). E` il caso ora di chiederci perché mai il Signore donò due volte lo Spirito Santo: una, mentre era sulla terra, un`altra, quando già era salito al cielo. In nessun altro passo, oltre questo (cf. At 2,4ss), è detto che lo Spirito Santo sia stato dato altre volte, ovvero: la prima, nella circostanza attuale, allorché Gesù ha soffiato sui discepoli, l`altra, più tardi, quando fu mandato dal cielo e si mostrò sotto forma di lingue diverse.
Perché allora esso viene dato prima ai discepoli in terra, e poi è mandato dal cielo, se non perché due sono i precetti della carità, ovvero l`amore di Dio e del prossimo? In terra, viene dato lo Spirito perché il prossimo sia amato; lo stesso Spirito ci è poi dato dal cielo, perché sia Dio ad essere amato. E come vi è una sola carità, ma due sono i precetti, così c`è un solo Spirito, ma due sono le sue effusioni. La prima proviene dal Signore Gesù ancora sulla terra; la seconda, dal cielo, per ammonirci che nell`amore del prossimo si apprende come si pervenga all`amore di Dio. Ecco perché lo stesso Giovanni dice: “Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1Gv 4,20). Già in precedenza, lo Spirito Santo era presente nelle menti dei discepoli, in virtù della fede. Però fu dato loro in modo manifesto, solo dopo la Risurrezione… “A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,23). Mi piace osservare a quale vertice di gloria siano tratti quegli stessi discepoli che erano stati invitati a caricarsi un immenso fardello di umiltà. Eccoli, infatti, non solo sicuri di sé, ma con la potestà di legare e sciogliere gli altrui legami. Hanno il potere di esercitare il giudizio supremo, sí da potere, al posto di Dio, ad uno ritenere le colpe e ad un altro rimetterle. Era conveniente che così venissero da Dio esaltati coloro che per lui avevano accettato di umiliarsi tanto! Ed ecco che quelli che più temono il ferreo giudizio di Dio, sono promossi a giudici delle anime; condannano e liberano altri, quelli stessi che avevan timore di essere condannati.
Adesso, il luogo che essi (gli apostoli) ebbero nella Chiesa è preso dai vescovi, che ricevono la potestà di legare e sciogliere insieme al compito di governare. Il che è certamente un grande onore, ma è altresì un grave peso. E` però cosa contraddittoria che diventi giudice della vita altrui chi non sa tenere le redini della propria. Eppure non raramente accade che ricopra il ruolo di giudice uno la cui esistenza non collima con il posto che occupa. Per cui, capita spesso che egli condanna chi non lo merita, o che sciolga altri allorché è lui stesso legato. Non è infrequente il fatto che, nel legare o sciogliere i propri sudditi, il vescovo, segua più gli impulsi del proprio arbitrio che il valore delle prove. In tal modo, si priva della potestà di sciogliere e di legare, poiché la esercita secondo il proprio capriccio e non secondo i meriti dei sudditi. Spesso capita anche che il pastore agisca, nei riguardi del prossimo, mosso da avversione o da simpatia. Non può serenamente giudicare i sudditi, chi, nelle cause dei sudditi, si lascia guidare da antipatia o da simpatia. Ha ragione il profeta a dire: “Fate vivere chi deve perire e fate morire chi deve vivere” (Ez 13,19). Chi condanna un giusto, condanna a morte uno che non può morire; si sforza, invece, di far vivere uno che non può rivivere, chi cerca di assolvere un reo dalla sua pena. Bisogna quindi ripensare le motivazioni, poi esercitare la potestà di sciogliere e di legare. Occorre far riferimento alla colpa commessa; vedere quale penitenza sia susseguita alla colpa, perché la sentenza del pastore assolva quelli che già il Signore ha visitato con la grazia del pentimento. Solo allora è valida l`assoluzione data dal presidente (vescovo), poiché si adegua al giudizio del giudice interiore. Tutto ciò è ben adombrato nella risurrezione di quel morto da quattro giorni (Lazzaro). Dapprima, il Signore lo ha chiamato e rianimato, dicendo: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43); poi, quando il morto risuscitato venne fuori, i discepoli del Signore lo sciolsero, come sta scritto: “Essendo quello uscito, così legato con i lacci, Gesù disse ai discepoli: Scioglietelo e lasciatelo andare!” (Gv 11,45). Ecco: I discepoli sciolgono quando è vivo colui che il Maestro aveva richiamato da morte. Se avessero sciolto Lazzaro quando ancora era morto avrebbero messo in mostra la corruzione, non la virtù (del Signore). Da questa considerazione discende che noi dobbiamo assolvere, usando la nostra autorità pastorale, solo coloro che il nostro autore ha vivificati con la grazia della risurrezione. E se tale opera di rinnovamento sia o no presente al momento della nostra sentenza, possiamo saperlo nella confessione dei peccati. Ecco perché a Lazzaro non viene detto soltanto: “Risuscita!”, ma anzitutto: “Vieni fuori!” Finché un peccatore, chiunque esso sia, cela nell`intimo della propria coscienza la colpa commessa, egli sta chiuso in sé, si nasconde nel segreto; quando invece confessa liberamente le sue iniquità, allora il morto viene fuori. Quando, perciò, vien detto a Lazzaro: “Vieni fuori!”, è come se si dicesse a chiunque è morto nel peccato: Perché celi la colpa nel segreto della tua coscienza? Vieni fuori, con una buona confessione, tu che, con la tua ritrosia, te ne stai chiuso in te stesso! Che il morto venga fuori, ovvero: Che il peccatore confessi la sua colpa! A colui che viene fuori risuscitato, i discepoli, poi, dovranno sciogliere i lacci. In altre parole, i pastori della Chiesa debbono cancellare la pena meritata da colui che non ha avuto vergogna a confessare l`iniquità commessa.
Ho voluto dire queste cose succintamente, in ordine alla potestà di sciogliere e legare, perché i pastori della Chiesa si sforzino di esercitarla con diligenza e moderazione.
Qualunque sia poi il modo in cui il pastore impone, giusta o meno che sia la sua sentenza, essa deve essere sempre accettata dal gregge, perché non capiti che un suddito, pur ingiustamente obbligato, meriti per diversa colpa il giudizio di condanna. Abbia dunque il pastore il sacro timore di legare e sciogliere ingiustamente; ma che il suddito, sottoposto alla potestà da pastore, tema la condanna, anche se ingiusta. E non impugni temerariamente il giudizio del suo pastore, perché, pur condannato ingiustamente, non si macchi, lui innocente, di una reale colpa, per la superbia con cui risponde.

CHI POSSIEDE IN SÉ IL CRISTO OTTIENE ANCHE LA PACE E LA SERENITÀ
Dal Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo di Alessandria

Osserva in qual modo Gesù, penetrando miracolosamente a porte chiuse, dimostrò ai discepoli di essere Dio per natura, ma anche di non essere diverso da quello che prima viveva con loro: infatti, denudando il suo fianco e facendo vedere i segni dei chiodi, dimostrò chiaramente come il tempio del proprio corpo che era stato appeso alla croce, egli stesso l’aveva risuscitato, dopo aver distrutto la morte della carne. Egli dunque è vita per sua natura, cioè Dio.
Tanto Gesù si preoccupa di attestare la futura risurrezione della carne che, giunto ormai il tempo di trasferire il suo corpo nell’ineffabile gloria soprannaturale, volle, tuttavia con divina condiscendenza apparire qual era prima, per non far pensare che avesse un altro corpo, diverso da quello che era morto in croce.
Comprenderai facilmente che i nostri occhi non avrebbero potuto sopportare la gloria del suo santo corpo – ammesso che egli avesse voluto manifestarla prima di ascendere al Padre – se richiamerai alla mente la trasfigurazione avvenuta un tempo sul monte in presenza dei santi discepoli. Scrive infatti il beato evangelista Matteo che Cristo, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, salì sul monte e fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto era splendente come folgore e le sue vesti candide come neve, tanto che essi, non potendo sostenerne la visione, caddero con la faccia a terra.
Per un suo mirabile disegno nostro Signore Gesù Cristo, non ancora giunto alla gloria a lui dovuta e conveniente al suo tempio trasfigurato, appariva ora nel suo aspetto precedente, non volendo che la fede nella risurrezione fosse rivolta a un corpo diverso da quello assunto dalla Vergine Maria, nel quale era morto crocifisso secondo le Scritture. La morte infatti aveva potere solo sulla carne, e anche da questa era stata espulsa. Se non fosse risorto proprio il suo corpo che era morto, come sarebbe vinta la morte? O in che modo il regno della corruzione avrebbe avuto termine, se non per mezzo di una creatura razionale sottoposta alla morte? Non certo per mezzo di un’anima, né per mezzo di un angelo e neppure dello stesso Verbo di Dio. Poiché dunque la morte aveva ottenuto tanto potere da distruggere in lui ciò che per sua natura poteva essere distrutto, era giusto che la forza della risurrezione fosse applicata innanzitutto a lui, onde annientare il tirannico potere della morte stessa.
Il fatto poi che il Signore sia entrato a porte chiuse, fa parte di tutti gli altri miracoli da lui compiuti. Saluta i discepoli dicendo: «Pace a voi» (Gv 20,19) per indicare di essere lui stesso la pace. Infatti chi possiede in se Cristo ottiene anche la pace e la serenità dello spirito. Questo Paolo desiderava per i suoi fedeli quando diceva: «La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». (Fil 4,7). E la pace di Cristo che sorpassa ogni intelligenza altro non è che il suo Spirito, il quale ricolma di ogni bene chiunque ne è partecipe.

LA NOSTRA FEDE HA UN GRANDE MERITO
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo.

Ben sapete, fratelli, che il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è il medico della nostra salute eterna; per questo prese su di sé l’infermità della nostra natura, perché la nostra infermità non durasse per sempre; assunse un corpo mortale in cui potesse uccidere la morte. E benché sia stato crocifisso per la nostra debolezza, ora, come dice l’Apostolo, «vive per la potenza di Dio» (2Cor 13,4) Dello stesso Apostolo sono le parole: «Cristo non muore più e la morte non ha più potere su di lui» (Rm 6,9). Queste cose sono ben note alla vostra fede. Ne consegue che l’aver conosciuto tutti i miracoli temporali da lui compiuti ci serve per ammonimento per comprendere anche le verità esterne ha ridato ai ciechi quegli occhi che avrebbe un giorno richiusi, ha risuscitato Lazzaro, che sarebbe morto di nuovo. E tutto quello che ha fato per la salute dei corpi non l’ha fatto perché durassero in eterno, benché intendesse alla fine dare la salvezza eterna anche al corpo. Ma, poiché non avremmo creduto a ciò che non potevamo vedere, mostrandoci quei prodigi temporali ha suscitato in noi la fede nelle cose invisibili. Nessuno dunque, fratelli, osi negare che il Signore Nostro Gesù Cristo abbia gito in questo modo ponendo così le fondamenta per l’ora attuale della Chiesa.
In diverse occasioni, in verità, il Signore stesso ha anteposto a coloro che avevano visto e quindi creduto, quelli che pur non vedendo credono. Infatti la debolezza dei discepoli li rendeva vacillanti a tal punto che quando lo videro risorto ebbero bisogno di toccarlo per credere. Non bastò loro vederlo con gli occhi, vollero toccare con le mani il suo corpo e le cicatrici delle recenti ferite, cosicché il discepolo che aveva dubitato, appena toccò e riconobbe le sue cicatrici esclamò: «mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Le cicatrici indicano colui che aveva sanato tutte le ferite degli altri. Non avrebbe potuto il Signore risorgere senza cicatrici? Ma sapeva che nel cuore dei discepoli c’erano delle ferite che le cicatrici conservate nel suo corpo avrebbero sanato. E che cosa disse a colui che aveva esclamato: «mio Signore e mio Dio»? «Perché mi hai veduto hai creduto. Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20,29). Di chi parlava, fratelli, se non di noi? E non solo di noi, ma anche di quelli che verranno dopo di noi. Infatti poco temo dopo, quando il Signore si sottrasse agli occhi dei mortali perché nei loro cuori fosse confermata la fede, tutti quelli che cedettero in lui, non cedettero perché lo videro, perciò la loro fede ebbe più grande merito. Volendo fare un paragone, diremo che aderirono la fede con la devozione del cuore e non per aver toccato con mano.

Trascrizione dell’Omelia

A prima vista, penseremmo che il problema di questo brano che Giovanni ci racconta [Gv 20, 19-31] sia quello della conoscenza “scientifica” di Gesù: mettere il dito nelle piaghe, vuol dire constatare che costui è il Cristo. Anche noi qualche volta ci mettiamo in questi panni di fronte alla realtà della fede, però, vorrei provare con voi ad entrare in questa Parola, perché mi sembra, guardando anche ad altri episodi dell’Antico Testamento, che qui non sia tanto in discussione la scientificità della conoscenza, la veridicità dell’esperienza di chi conosce le cose, quanto invece un altro aspetto, che ci riguarda veramente da vicino: come trasmettere una sperimentazione di fede fatta di Gesù Cristo, come raccontarla ad un altro. Io posso raccontare ad un’altra persona quello che ho sperimentato, ma quello, finché non si sarà sentito calare addosso tutto quello che gli è stato raccontato, difficilmente aderirà fino in fondo. Per lo meno questo crediamo, anche se di fatto non è così.
Giovanni racconta questo fatto alla fine del I secolo cristiano, quando ormai il problema della trasmissione della fede è divenuta una questione importante. Quello che spinge Tommaso qui, non è tanto il sospetto su Gesù o sulla testimonianza degli Apostoli, su una esperienza che Tommaso non ha fatto, ma la situazione in cui si trova Tommaso è quella di un uomo che si trova nell’incapacità di leggere con continuità la storia, i fatti che riguardano la vita di Gesù. Andiamo a vedere insieme.
Prima di guardare questo brano, vorrei ricordare un episodio raccontato nel Pentateuco, all’inizio della rivelazione di Dio, quello in cui si narra del momento in cui Mosè chiede a Dio di poter vedere la Sua Gloria [Es 33,17-23 spec, vv 18.23]. Uno direbbe: Mosè, ma che ti manca di vedere della Gloria di Dio, hai visto il mare aprirsi in due parti e passare un popolo [Es 16, 14-29], hai visto l’acqua scaturire dalla roccia [Es 17,6], hai visto nel roveto ardente un Dio parlarti faccia a faccia, affidarti una missione [Es 3, 2-22], un compito, lo hai visto operare nelle piaghe d’Egitto [Es capp 7-11]. Chi eri tu, e chi era questo popolo, per potersi liberare dal potere del faraone? Se, dunque, hai sperimentato questa potenza di Dio, perché stai chiedendo ulteriormente di vedere la Sua Gloria?
Capite dov’è il problema, la difficoltà? Dio fa delle cose grandi, è vero, lo sappiamo, quanto meno lo abbiamo sentito dire, ma queste cose, come ci riguardano?
È vero che opporresti la stessa difficoltà, diresti: si l’ho letto, sono disposto a credere al mare che si apre, al popolo che lo attraversa, al cammino dell’Esodo, a tutte le prove, a tutti i miracoli, alla manna, alle quaglie [Es 16, 8-36 spec vv 12.13], alla Terra Promessa, tutto quello che la Scrittura ci racconta ma, poi, voglio anche io entrare in questa realtà. Questo Dio che si mostra in modo potente deve avere qualcosa a che fare anche con me, dunque, devo vedere in me qualcosa della Sua potenza, devo poter sperimentare un briciolo di questa Sua onnipotenza e io la chiamo Gloria, compimento, esplicitazione definitiva e totale di quello che è Dio.
Come dire al Signore: ti abbiamo seguito, ma dove stiamo andando? Dove sperimenteremo la pienezza di questa grazia, quando comprenderemo? Cosa faremo con la storia?
Non c’è bisogno mica di fare preghiere particolarmente elevate per fare queste domande a Dio, basta chiedere al Signore che ne sarà dei nostri amici e, soprattutto, dei nostri nemici, e già ti stai mettendo nelle condizioni di chiedergli di mostrare la Sua Gloria, la Sua verità definitiva sulla storia dell’uomo.
Dio, in quella occasione, dice a Mosè: la mia Gloria non la puoi vedere.
Abbiamo parlato faccia a faccia, ti ho dato i dieci comandamenti [Es 20, 1-17], tu hai portato questo popolo fin dove dovevi, perché non puoi vedere la Gloria? Quello che ti è impedito di vedere, Mosè, è il compimento di tutta questa storia, non il mio agire in essa: allora, guarda, vieni, ti metto nella fenditura della roccia, ti copro con la mia mano, poi passerò e, quando sarò passato, vedrai la mia gloria alle spalle, vedrai il mio procedere nella storia quando sarà già accaduto, constaterai la bontà, la veridicità e l’autorevolezza di quello che ti sto dicendo, di quello che ti ho comunicato, nei fatti che vedrai accadere davanti ai tuoi occhi: le spalle di Dio in qualche modo.
Ora facciamo un salto lungo secoli e giungiamo a questo episodio che ci racconta Giovanni.
Qual è il problema di Tommaso, credere nella resurrezione? Mah, avrebbe potuto dar fede agli altri Apostoli, in fin dei conti, aveva condiviso tutto con loro, se era ritornato a pregare nel Cenacolo, voleva dire che era in pieno accordo con tutti loro, ma c’è un’esperienza che fa lui, come la fa la Maddalena, come la fanno i due di Emmaus [Gv 20,11,18; Lc 24, 13-35], come la fanno diversi personaggi in questo tempo che trascorre dalla Resurrezione del Cristo fino alla sua Ascensione al cielo: lo vedono e non lo riconoscono, è davanti ai loro occhi, ma non riescono a capire che è lui, persino Pietro, così ci racconta il Vangelo di Giovanni al capitolo 21 [Gv 21, 4-19, di seg, spec vv 15-19], giunto sul lago di Genètzaret, tornando verso la riva, vede un uomo che sta cucinando il pesce e non lo riconosce come il Cristo. In seguito, in questo episodio, ci sarà quel famoso dialogo che dice “Pietro mi ami tu” ?
Cosa succede nel cuore di questi uomini e, soprattutto, perché gli Evangelisti ci tengono tanto a raccontarci questa difficoltà di riconoscere il Cristo, avrebbero dovuto dire proprio il contrario. Avrebbero dovuto scrivere: appena lo hanno visto, hanno creduto, dunque, sono immediatamente, testimoni della fede. Questo è il problema. Non possono essere immediatamente testimoni della fede.
Non c’è una immediatezza, non c’è una mancanza di mediazione nell’annuncio della fede: ho visto, ho sperimentato, vado e racconto a tutti ciò che ho visto e sperimentato. C’è bisogno di una mediazione, di un tempo, di un luogo, di una relazione dentro al quale fare questa esperienza. Questa relazione si chiama la Chiesa, la comunione dei Santi.
C’è bisogno che uno creda in Cristo e un altro che glielo annunci, necessita che uno incontri nella propria storia il passaggio del Figlio di Dio e che un altro lo aiuti ad interpretare. Per questo abbiamo i sacramenti, la direzione spirituale, la confessione, tutte quelle mediazioni che la Chiesa ci mette davanti perché non prendiamo degli abbagli, perché non diciamo una cosa per un’altra, soprattutto, perché riusciamo a leggere la continuità della presenza di Gesù Cristo, anche in quei fatti in cui diremmo è impossibile vedercelo.
È un po’ il caso di Tommaso, che porta questo dubbio fino all’estremo, quando afferma: se non metto il dito dentro le prove autentiche della sua morte… Queste sono le piaghe. Vedere un uomo che resuscita senza piaghe, possiamo anche credere che è lui, ma io l’ho visto con le piaghe, con i segni che portano alla morte, questo deve convincermi. Ecco come è l’uomo: si persuade quando vede i segni della morte, non quelli della vita.
Gesù appare in mezzo agli Apostoli e dice a Tommaso: avvicinati, metti il dito dentro questi segni della morte e cerca di vedere in questi squarci di essa la mia presenza, la mia Grazia, la mia resurrezione. Sta rivelando a Tommaso, e a tutti gli uomini e le donne che dopo i lui saranno chiamati a credere pur senza aver visto: guardate pure dentro le fenditure della storia, quelle che la sofferenza e il male provocano alla tua vita. Come dire, prova a vedere l’esistenza del Figlio di Dio, non quando le cose ti vanno bene, ma quando non vanno secondo i tuoi desideri, quando la storia ti fa cadere una cortina che non ti piace, che ti fa male, che ti leva il respiro, guarda la vita dentro la morte, allora, capirai qual è la necessità della vita e della morte, la necessità della storia, per quale motivo sei chiamato a vivere e anche a soffrire, a patire i dolori fisici, spirituali e morali che la vita ti procura.
Dentro questo linguaggio devi poter leggere la continuità tra quello che Gesù era quando ti ha incontrato e ti ha parlato e quello che Gesù è ancora con te adesso che sembra che non ti parli, che non ci sia e che tu sia immerso in una storia dove solo la morte, la sopraffazione, la solitudine sembrano descrivere ciò che è autentico e ciò che è vero.
All’ottavo giorno dopo la resurrezione, questo annuncio non è più come quello dei due di Emmaus che vanno da Pietro: abbiamo visto… e mettono tutti in subbuglio. Questo è l’annuncio della Chiesa nel corso della storia, nel flusso degli anni, dei tempi, quando continuamente si avvicinerà ad ogni uomo per dire: accostati, mettiti nella fenditura della roccia, in questo caso, nasconditi nelle piaghe di Gesù, per osservare come Egli farà cose meravigliose dentro al tua vita.
Sant’Ignazio di Loyola adotterà come una delle preghiere degli Esercizi Spirituali, molti la conoscono, si faceva al momento del Ringraziamento, l’Anima Christi, che in passaggio dice intra vulnera tua absconde me: dentro le tue piaghe nascondimi. Credo che questo sia un picco di autenticità della preghiera, perché sta dicendo a Cristo: guarda, stavolta, e per sempre, non voglio contemplarti dentro lo splendore delle cose che mi meravigliano e che stupiscono la mia intelligenza e il mio cuore, voglio incontrarti nascondendomi dentro quella realtà angusta, che è la mia solitudine, il senso di sopraffazione, la realtà dentro la quale sono costretto a vivere, una realtà non certo gioiosa, non certo brillante, piena di ostacoli e di difficoltà, nascondimi in queste tue piaghe, fammi osservare la storia da quel luogo dal quale tu hai effuso la grazia agli uomini, perché possa camminare secondo la tua volontà, non secondo la mia, perché possa seguire i tuoi passi, non la mia intelligenza, dice il Siracide [Cfr Sir 2,6], perché possa celebrarti in mezzo agli uomini che ti cercano e non nelle fantasie di coloro che celebrano ogni cosa che si solleva da terra.
Possa lo Spirito di Dio aprirti questo squarcio e situarti dentro questo luogo privilegiato. La tua testimonianza allora sarà comprensibile e chi ascolterà le tue parole vedrà il volto del Figlio di Dio.

Sia Lodato Gesù Cristo

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e Misericordioso,
echeggia nei secoli e dentro la nostra capacità di sperare l’annuncio della resurrezione del tuo figlio così che noi possiamo osservare nei fatti della storia non solo la nostra fragilità e la nostra debolezza, ma anche lo splendore della misericordia con la quale Egli ha interpretato gli istanti della nostra vita, Padre Santo, non permettere che soccombiamo di fronte alle accuse del nemico, che possiamo sempre rialzarci e confidare nella tua bontà immensa.

Ti preghiamo Padre Santo per la Tua Chiesa,
come una fenditura della roccia, un posto vicino a Te, Tu l’hai creata, edificata, e l’hai sposata sulla croce del Tuo Figlio, perche diventasse per tutti gli uomini una occasione per sperimentare la bellezza della tua creazione per vivere e condividere il progetto della salvezza e alla fine per celebrare per sempre la Tua Gloria. Degnati, Padre santo di donare alla Tua Chiesa un linguaggio per questo tempo, mettila al riparo dai nemici, da tutte le ingiurie.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
per quelli che sono nella sofferenza e nel dolore, per quelli che nelle situazioni difficili non riescono a vedere continuità con l’esperienza di amore che hanno fatto quando hanno sentito la Tua voce, quando hanno frequentato la Tua presenza nella vita sacramentale, quando nella preghiera hanno sperimentato la Tua bontà, rialzali dal letto del dolore, fa loro conoscere il Tuo volto e mettili al sicuro e al riparo dalle insidie del nemico.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
anche per quelli che in qualche modo ci fanno del male, non conosciamo le vie tortuose che sono nel cuore degli altri uomini, ma conosciamo le difficoltà che sono nel nostro cuore, libera noi e loro dalle insidie della logica del mondo, perché possiamo lodarti insieme e glorificarti per sempre

Ti prego Padre Santo e Misericordioso
per questi tuoi figli, come hai posto nel loro cuore il seme della speranza, così, fa sperimentare loro il frutto della carità, perché possano trasmettere la fede a questa generazione.
te lo chiedo per Cristo Nostro Signore

Te Deum // Musica Sacra
  1. Te Deum // Musica Sacra
  2. Isusova Molitva // Musica Sacra
  3. Preghiera di Gesù // Musica Sacra
  4. Agni Parthene // Musica Sacra