Cos'è la Torah orale

I termini dell'ebraismo
06 giugno 2016

Cos’è la Torah orale – la “catena della ricezione”

“Mosè ricevette la Torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè agli anziani, gli
anziani ai profeti, i profeti la trasmisero agli uomini della Grande Assemblea”
(Avot I,1)

“La Scrittura cresce con chi legge”
(Papa Gregorio Magno)

Gli Avot commentano: “non dalla bocca di un angelo né dalla bocca di un serafino, ma dalla bocca del re dei re, il Santo, benedetto sia”. E sulla parola Torà: “sia la Torà che è stata messa per iscritto, sia la Torà che è sulla bocca, perché la Torà è già stata data insieme alle sue interpretazioni”.

Usando questa piccola frase, gli autori, numerosi e ignoti, dei Pirqè Avot, hanno immediatamente messo in evidenza che la parola di Dio non è solo scrittura ma anche tradizione.

Il tema dell’ascolto nella Bibbia rappresenta l’unico e sufficiente modo di essere in rapporto con Dio. Se non possiamo dire di “vedere Dio”, certamente possiamo dire di percepirlo. Quando “ascolto” la lettura della Bibbia, mi ritrovo, in un certo senso, nella stessa situazione di Mosè presso il roveto ardente. Sento una voce che mi si presenta e che mi dice che cosa vuole da me.

Questo è importantissimo: la Bibbia non è un libro che rivela a me direttamente delle verità, ma indirettamente. E’ un libro che mi dice invece quello che Dio vuole che io faccia. Come si fa, allora, a comprendere la volontà di Dio sperando di non travisarla? E’ possibile solo nella misura in cui la ricerca si realizza in determinati contesti e non in altri. La ricerca è quella che costituisce la tradizione, e la tradizione stessa diventa, in fin dei conti, Parola di Dio. Nell’ebraismo la Torà orale – che altro non è che la ricerca dentro la Torà scritta – è Parola di Dio. Si tratta, dunque, di un ascolto che deve inserirsi in quello già iniziato dalle generazioni precedenti. Al detto di Hillel: “Non separarti dalla comunità, non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte” si può accostare anche a quello che recita : “Lo studio solitario conduce alla perdizione”. Non significa che una persona studiando debba avere davanti gente e recitare ad alta voce, ma che è negativo lo studio che non tiene conto degli altri – soprattutto di chi è venuto prima- e che parte da un quaderno bianco.

Ma come posso io, qui ed ora, entrare in rapporto vitale con le parole che Dio ha detto sul Sinai e che contengono la sua volontà al punto che essa “non è in cielo”, ossia non è più, se così si può dire, presso Dio, ma presso di noi? Qui entra il fondamentale principio della Torà orale: “Mosè ricevette la Torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè agli anziani, gli anziani ai profeti, i profeti la trasmisero agli uomini della Grande Assemblea”. E’ questa la shalshélet ha-qabbalà, la catena di ricezione, che dal Sinai giunge, di maestro in discepolo, fino a me, e trasmette la Torà she-be-‘alpé, la Torà che è sulla bocca. Torà scritta e Torà orale sono due aspetti – non sue Torot – dell’unica rivelazione che, sì, proviene tutta dal Sinai, ma è sempre vivente, parla secondo i bisogni di ogni epoca e di ogni persona, e si sviluppa secondo un movimento dall’implicito all’esplicito.

Non è detto che per noi l’importanza primaria sia quella del primo significato che scorgiamo nel testo biblico. L’importanza sta anche nei sensi che man mano la comunità e i maestri della comunità trovano. Si tratta dunque di una comunità “spaziale” e “temporale”. Emmanuel Levinas ricorre a un’immagine sovente citata: in Esodo 25,15 si parla della costruzione dell’arca santa del tabernacolo. C’è scritto che le stanghe non devono essere mai tolte. Levinas dà una spiegazione midrashica: “La Legge che porta l’arca è sempre pronta al movimento, non è legata a nessun punto dello spazio e del tempo, ma è trasportabile e pronta al trasporto”. Non per nulla Mosè si era tanto sdegnato perché mentre stava sul monte il popolo aveva fatto il vitello d’oro, che non era una divinità, ma un altro trono di Dio: questo vitello era un’immagine statica, non aveva anelli, non aveva le stanghe, era un simbolo che rappresentava staticità, bloccava la parola di Dio al deserto.

Dunque, si dice che nella Torà si trova la parola di Dio. Che significa? Significa che non ci si può sempre trovare di fronte ad una risposta univoca. Di certo la risposta non può essere quella dei fondamentalisti, per i quali ogni parola – almeno del testo originale – è rivelazione immediata di Dio. Occorre cercare dietro gli angoli delle parole per trovare la parola di Dio. Leggere la Bibbia è proprio un “cercare”.

Share on Pinterest

Lascia un Commento

Isusova Molitva // Musica Sacra
  1. Isusova Molitva // Musica Sacra
  2. Agni Parthene // Musica Sacra
  3. Preghiera di Gesù // Musica Sacra
  4. Te Deum // Musica Sacra