IV° Domenica di Quaresima

Anno Liturgico B
18 marzo 2012

Dio ha mandato il Figlio perchè il mondo si salvi per mezzo di Lui

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

PRIMA LETTURA – Dal secondo libro delle Cronache (2Cr 36,14-16.19-23)

In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme.
Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.
Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni».
Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

SECONDA LETTURA – Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 2,4-10)

Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.
Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

PER GUARIRE DAL PECCATO, GUARDIAMO CRISTO CROCIFISSO
Dai “Discorsi sul Vangelo di Giovanni”, di sant’Agostino,
(Tratt. 12, 8.10-11)

Nessuno è salito in cielo, fuorché colui che dal cielo discese, il Figlio dell’uomo che è in cielo (Gv 3, 13). Egli dunque era qui ed era anche in cielo: era qui con la carne, era in cielo con la divinità; o meglio, con la divinità era dappertutto. Egli è nato dalla madre, senza allontanarsi dal Padre. Sappiamo che in Cristo vi sono due nascite, una divina, l’altra umana; una per mezzo della quale siamo stati creati, l’altra per mezzo della quale veniamo redenti. Ambedue mirabili: la prima senza madre, la seconda senza padre. Ma poiché aveva preso il corpo da Adamo, dato che Maria proviene da Adamo, e questo medesimo corpo avrebbe risuscitato, ecco la realtà terrena alla quale si riferiva, quando disse: Distruggete questo tempio, e in tre giorni io lo risusciterò (Gv 2, 19). Si riferiva invece a cose celesti, quando disse: Nessuno può vedere il regno di Dio, se non rinasce dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3, 5). Sì, o fratelli, Dio ha voluto essere figlio dell’uomo, ed ha voluto che gli uomini siano figli di Dio. Egli è disceso per noi e noi ascendiamo per mezzo di lui. Solo infatti discende e ascende colui che ha detto: Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo discende. Non ascenderanno dunque in cielo coloro che egli fa figli di Dio? Certo che ascenderanno; ci è stato promesso in modo solenne: Saranno come gli angeli di Dio in cielo (Mt 22, 30). In che senso, allora, nessuno ascende al cielo se non chi ne è disceso? Infatti uno solo è disceso, e uno solo è asceso. E gli altri? Che cosa pensare, se non che saranno membra di lui, così che sarà uno solo ad ascendere in cielo? Per questo il Signore dice: Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo discende, il Figlio dell’uomo che è in cielo. Ti meraviglia perché era qui e anche in cielo? Fece altrettanto per i suoi discepoli. Ascolta l’apostolo Paolo che dice: La nostra patria è in cielo (Fil 3, 20). Se un uomo com’era l’apostolo Paolo camminava in terra col corpo mentre spiritualmente abitava in cielo, non era possibile al Dio del cielo e della terra, essere contemporaneamente in cielo e in terra?
Con la sua morte Cristo ci liberò dalla morte: morendo, ha distrutto la morte. E voi, fratelli, sapete che la morte entrò nel mondo per l’invidia del diavolo. La Scrittura afferma che Dio non ha fatto la morte, né gode che periscano i viventi. Egli creò ogni cosa perché esistesse (Sap 1, 13-14). Ma per l’invidia del diavolo – aggiunge – la morte entrò nel mondo (Sap 2, 24). L’uomo non sarebbe giunto alla morte propinatagli dal diavolo, se si fosse trattato di costringervelo con la forza; perché il diavolo non aveva la potenza di costringerlo, ma solo l’astuzia per sedurlo. Senza il tuo consenso il diavolo sarebbe rimasto impotente: è stato il tuo consenso, o uomo, che ti ha condotto alla morte. Nati mortali da un mortale, divenuti mortali da immortali che eravamo. Per la loro origine da Adamo tutti gli uomini sono mortali; ma Gesù, figlio di Dio, Verbo di Dio per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, Figlio unigenito uguale al Padre, si è fatto mortale: il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 3 14).
Egli dunque prese sopra di sé la morte, e la inchiodò alla croce, e così i mortali vengono liberati dalla morte. Il Signore ricorda ciò che in figura avvenne presso gli antichi: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 14-15). Gesù allude ad un famoso fatto misterioso, ben noto a quanti hanno letto la Bibbia. Ma ascoltino anche quelli che non hanno letto l’episodio, e quanti che, pur avendolo letto o ascoltato, lo hanno dimenticato. Il popolo d’Israele cadeva nel deserto morsicato dai serpenti, e l’ecatombe cresceva paurosamente. Era un flagello con cui Dio li colpiva per correggerli e ammaestrarli. Ma proprio in quella circostanza apparve un grande segno della realtà futura. Lo afferma il Signore stesso in questo passo, sicché non è possibile dare di questo fatto un’interpretazione diversa da quello che ci indica la Verità riferendolo a sé. Il Signore, infatti, ordinò a Mosè di fare un serpente di bronzo, e di innalzarlo su un legno nel deserto, per richiamare l’attenzione del popolo d’Israele, affinché chiunque fosse morsicato, volgesse lo sguardo verso quel serpente innalzato sul legno. Così avvenne; e tutti quelli che venivano morsicati, guardavano ed erano guariti (Nm 21, 6-9). Che cosa sono i serpenti che morsicano? Sono i peccati che provengono dalla carne mortale. E il serpente innalzato? la morte del Signore in croce. E’ stata raffigurata nel serpente, appunto perché la morte proveniva dal serpente. Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale. Si volge lo sguardo al serpente per immunizzarsi contro il serpente. Che significa ciò? Che si volge lo sguardo alla morte per debellare la morte. Ma alla morte di chi si volge lo sguardo? alla morte della vita, se così si può dire. E poiché si può dire, è meraviglioso dirlo. O non si dovrà dire ciò che si dovette fare? Esiterò a dire ciò che il Signore si degnò di fare per me? Forse che Cristo non è la vita? Tuttavia Cristo è stato crocifisso. Cristo non è forse la vita? E tuttavia Cristo è morto. Ma nella morte di Cristo morì la morte, perché la vita, morta in lui, uccise la morte e la pienezza della vita inghiottì la morte. La morte fu assorbita nel corpo di Cristo. Così diremo anche noi quando risorgeremo, quando ormai trionfanti canteremo: O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? (1 Cor 15, 55). Frattanto, o fratelli, per essere guariti dal peccato volgiamo lo sguardo verso Cristo crocifisso; poiché come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Come coloro che volgevano lo sguardo verso quel serpente, non perivano per i morsi dei serpenti, così quanti volgono lo sguardo con fede alla morte di Cristo, vengono guariti dai morsi dei peccati. E mentre quelli venivano guariti dalla morte per la vita temporale, qui invece è detto: affinché abbia la vita eterna. Esiste infatti questa differenza, tra il segno prefigurativo e la realtà stessa: che la figura procurava la vita temporale, mentre la realtà prefigurata procura la vita eterna.

CANTATE A COLUI CHE È
SAN CROMAZIO DI AQUILEIA

Il termine ebraico alleluia che echeggia continuamente nella chiesa, ci invita a rendere lode a Dio e a confessare la vera fede. Alleluia, dall’ebraico, si traduce: “Cantate a colui che è”, oppure : “Dio, benedici tutti noi”, e ancora : “Lodate il Signore”. Tutti questi elementi sono necessari per la nostra salvezza e per la nostra fede.
Dobbiamo cantare a colui che è perché un tempo sia noi che i nostri antenati abbiamo cantato a coloro che non erano, cioè agli dèi pagani e ai simulacri degli idoli. Allora ricantava invano perché vane erano le cose che si adoravano. Dopo che siamo giunti alla fede e alla conoscenza divina, abbiamo incominciato a cantare a colui che è, cioè a Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra. A buon diritto dobbiamo cantare a lui, perché se siamo e se viviamo non è per la nostra forza né per la nostra potenza, ma per la sua benevolenza e per la sua misericordia. Dunque a questo Dio così grande che è sempre stato e sempre è, dobbiamo cantare ciò che è degno, ciò che conviene alla lode della sua maestà, perché è eterno, onnipotente, immenso, creatore e salvatore del mondo, che ha tanto amato gli uomini da mandare anche il Figlio suo per la salvezza del mondo, come egli stesso dice nel vangelo : “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.” (Gv 3, 16)

Trascrizione dell’Omelia

È un quadro un po’ complesso quello che la liturgia della Parola mette davanti ai nostri occhi questa quarta domenica della quaresima, in cui, tuttavia, la Chiesa ci invita a gioire, a rallegrarci, a dilatare il cuore, non perché sta per finire questo tempo di penitenza – che è la nostra visione del mondo – ma perché sta per arrivare la Pasqua, la nostra autentica possibilità di salvezza.
Dico questo perché una lettura un po’ pessimista della storia ci fa guardare sempre quello che accade come qualcosa che ci ha appesantito per lungo tempo. Quando siamo chiamati a rallegrarci, non pensiamo a ciò che ci viene incontro, ma a quello che ci ha rattristato. È una lettura che facciamo delle cose, che non mette speranza nel nostro cuore, ma ci mantiene dentro una realtà di commiserazione, di nostalgia, anche di dolore. Invece, la Chiesa ci dice che è vero che partiamo da lontano, da un’esperienza di dolore e di peccato, ma ci stiamo aprendo a uno scioglimento della storia, a una soluzione che stavolta, però, è Dio ad offrirti. È un invito a guardare al tempo che viene come a quello in cui si districherà quest’ansia, questa tensione, che accompagna tutta la storia, dall’incarnazione del Verbo, fino al tempo della fine.
Ci vengono messi davanti tre quadri interessanti. Il primo è il Secondo Libro delle Cronache [2 Cr 36,14-16.19-23], è la fine della Bibbia ebraica, l’ultima parola che Israele sperimenta in questo rapporto con Dio, potremmo dire, del suo Antico Testamento. L’autore di questo Libro fa una lettura di quanto era accaduto. Questi uomini si erano dimenticati di Dio, avevano pensato che la vita fosse un luogo dove potersi accomodare, dove poter star bene, cercare il benessere e non preoccuparsi di cosa Dio invece aveva in mente, una storia strappata dal progetto di Dio e infilata a forza dentro i contenitori delle nostre piccole speranze. Non era solo la storia di Israele, è la storia di ogni uomo, che siccome sperimenta una vita limitata, che dura poco, allora, pensa di mettere tutta la realtà che viene dall’Altissimo dentro un tempo circoscritto e vive con angustia questo rapporto con il Signore, come probabilmente lo vivi anche tu.
Per questo motivo, proprio per questo tradimento, svilimento, del dono di Dio, che era la Torah, la Legge data ad Israele, questo popolo è messo nelle mani di Nabucodonosor, che lo deporta in Babilonia, distruggendo il Tempio e tutto quello che era la felicità, la gioia e l’identità di questa nazione scelta e santa. Viene distrutto tutto, fatti morire molti uomini, il resto lasciato in mano al deportatore. E a Babilonia resteranno 70 anni, come narra questo brano del II libro delle Cronache, citando Geremia: resteranno lì finché la terra non abbia scontato i suoi sabati [2 Cr 36,21; il riferimento diretto è a Ger 22,25; 25,8-13; e più specificatamente riguardo al sabato rimanda a Lv 25.4-6 e 26,34-35.43].
Cosa vuol dire questa espressione? Il sabato era stato donato a Israele, perché accogliesse Dio gratuitamente, lo accettasse con gioia, anzi, desiderasse sei giorni la settimana di entrare in questo tempo, in cui poter incontrare Dio faccia a faccia. Israele, però, ha cominciato a pensare che contassero di più i sei giorni della settimana, quelli in cui può prendersi tutto ciò che pensa gli spetti: i giorni in cui ha dato preminenza al lavoro, al denaro, alle relazioni che gli convengono, a tutte le cose che possono arricchire e allargare i suoi granai, dimenticando che tutta la storia è fatta per il sabato e che il sabato allarga e distende la via maestra per incontrare Dio.
È un po’ la nostra storia, che abbiamo fatto del culto al vero Dio una parentesi durante la settimana, un inciso esiguo, anche piuttosto inconsapevole, una parentesi in cui ancora esitiamo ad entrare in modo veramente conscio e desideroso.
Geremia afferma così: questa nazione che ha desiderato prendersi la gloria con le proprie mani, verrà affidato ad un altro popolo straniero per scontare questi sabati, che ha voluto dimenticare e che si moltiplicano, diventano settanta anni, moltissimi, più di una generazione, più dei quaranta anni nel deserto.
Dimenticare la grazia di Dio, dirà il salmo che abbiamo ascoltato, sui fiumi di Babilonia [Salmo 136], lasciar cadere il ricordo di Gerusalemme, mettere da parte il ricordo di Dio, metterlo al cosiddetto secondo posto – in realtà, l’ultimo – vuol dire entrare dentro una vita dilatata, ma inutile, dentro una speranza svuotata, dentro un tempo, che magari ti accompagnerà per i tuoi 95-98-100 anni, se ti bastano, senza poter conoscere mai qual è il motivo per cui sei stato chiamato.
Questa è la storia.
E il Libro delle Cronache conclude rivelando che nel momento di essere finalmente liberati da questa angustia, Dio susciterà Ciro, il re di Persia, che non era Ebreo, per affrancare questo popolo e dire: chi vuole tornare torni, salga verso Gerusalemme e ricostruisca il culto.
Ciro è la figura della logica mondana, che ad un certo punto sarà stanca di fagocitarci, sfiancata dal continuare a mantenerci e ci costringerà a riedificare un Tempio e un culto, perché questa generazione si è stancata delle nostre preghiere senza senso, del nostro rito svuotato, delle nostre messe tristi come funerali, e anche il nostro annuncio è diventato noioso: non ci ascolta più, non si lascia più incontrare. Anche questa epoca sta attendendo che noi giungiamo a un incontro autentico con Dio.
Il secondo quadro che ci viene offerto è la Lettera di san Paolo agli Efesini [Ef 2,4-10, qui vv.8 e 9] che abbiamo ascoltato e che dice alcune cose chiarissime, che potrebbero essere l’oggetto del nostro annuncio a questa generazione: Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.
Sta dicendo a te: guarda, la grazia alla quale sei chiamato non viene dalla capacità che hai di campare, perché lavori sei giorni la settimana. Questo mondo te lo sta dicendo togliendoti il lavoro, strappandoti tutte le possibilità che hai per godere, quelle per cui forse hai sacrificato la vita. Il tuo conto in banca non conta più, i tuoi risparmi non valgono più, gli sforzi che hai fatto sono stati messi in ridicolo in questo tempo, forse da una politica e un’economia sbagliate, forse da un tentativo difficile di rimettere le cose a posto, ma lo stai vivendo, la storia ti sta dicendo che ciò per cui hai camminato dal dopoguerra fino ad oggi, non è servito. Dovevi cercare Dio, il motivo della tua esistenza, su quello dovevi puntare, non su quegli aspetti che hai pensato ti avrebbero fatto dilatare l’esperienza esistenziale.
Perché siamo creati? Sarebbe interessante fare qualche domanda e chiedere perché sei stato creato tu che hai tanta paura di morire? Lo sai? Sei frutto del caso? Sei figlio di quale progetto? Per che cosa? Finalizzato a che?
San Paolo ci chiede di ricordare a noi stessi e a questa generazione che Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone, che Dio ha predisposto che noi praticassimo [Cfr Ef 4,10], per fare quelle opere che Dio aveva in mente per noi, per incontrarci, per incontrarlo e per vivere, non per disperderci, dimenticarlo e morire, come invece abbiamo fatto. Sono proprio logiche all’opposto.
Tutto questo mistero, la Chiesa, Giovanni l’Evangelista, lo mette nel cuore di un uomo, di Nicodemo [Gv 3,14-21], che era andato da Gesù di notte. Era un ebreo, ma potrebbe essere un cristiano, di questo tempo, poiché siamo nella notte in cui ormai il mondo un po’ ci rifiuta, ci mette da parte, non ci vuole ascoltare, che va da Gesù nell’oscurità, un po’ anche perché si vergogna, a domandargli cosa bisogna fare, qual è il vero culto e come bisogna entrarci. Sta chiedendo a Gesù se è veramente il Figlio di Dio. Ed Egli prima spiega che viene dallo Spirito, da cui bisogna rinascere, lasciarsi reinterpretare dallo Spirito, e Nicodemo ribadirà, come faresti tu: ma come? In questo tempo? Ma io, alla mia età, ma come posso riaprirmi, ma come può questa epoca ricominciare, ma come può questo tempo reinterpretare Gesù Cristo, quando il mondo dice che siamo alla fine dell’era cristiana? ma come essere ancora profeti in questo tempo? Gesù, allora, risponderà: c’è una logica ed è sempre la stessa. Come Mosè, nel momento della mormorazione nel deserto, ha innalzato il serpente, perché il popolo vedesse il proprio peccato e lo detestasse, per esserne guarito, così Dio farà la stessa cosa, innalzerà il Suo Figlio, perché l’uomo, detestando la morte, vi possa scorgere la promessa della resurrezione.
È questo ciò che la Chiesa ti sta chiamando gradualmente a contemplare. Ti avvicini alla croce del Cristo, alla logica del figlio di Dio, che dà la sua vita per la tua salvezza, non per sentire sentimenti di compassione con Lui, non per avere il cuore schiacciato dai fatti della passione e morte di Gesù, ma perché tu riconosca che è il tuo peccato che è inchiodato nel Figlio di Dio in croce, è la tua incredulità che ha prodotto la Sua morte e, dunque, questa diffidenza Dio non la ha dimenticata, la ha inchiodata sulla croce per dire: adesso ti offro una nuova opportunità, questa incredulità l’ho scovata nel tuo cuore, l’ho vista nella tua quaresima, l’ho cercata e investigata nella tua penitenza e nel tuo desiderio di tornare a casa, ebbene, ti dico che ora strappo questo contratto, lo squarcio sulla croce, perché finalmente tu possa dire, allora, Signore, c’è ancora un posto per me.
Ce lo aveva detto Gesù, nel Vangelo di Giovanni [Gv 14, 2-3], non abbiate paura, nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Noi abbiamo pensato molti loculi cimiteriali o molte poltroncine in platea, in galleria o in piccionaia… In realtà, sta rivelando che il cuore di Dio si è ancora più dilatato verso l’uomo, c’è una promessa per l’uomo già pagata, già presente nell’eternità del Padre e, dunque, c’è già una porta aperte, è fatta a forma di croce.
Come vi aderirai, come entrerai in questa porta? Se hai abbastanza elementi per riconoscerti con la forma di questa porta. Se ti presenti come una “pasqua rosa” di fronte alla passione e morte di Gesù, non riesci a comprenderlo. E, infatti, quando accadono le cose della tua vita non le capisci, qualche volta ti lamenti con Dio o rimani deluso, perché pensi che ha fatto quello che non pensavi, che non volevi e, allora, perdi la fede, come dicono alcuni, che in realtà non l’hanno mai avuta. Se, invece, rileggi la tua espressione di dolore, la tua situazione votata alla morte nella logica della morte del Suo Figlio, Dio ti dà lo Spirito per squarciare questo tempo e intravvedere la realtà della resurrezione e farti incontrare la promessa che ha fatto per te. Comincia a dire alla tua vita: guarda, che non sei fatto per arrivare a cento anni senza capire niente di niente, come forse sta accadendo, non sei fatto per dire a sessanta anni che sei troppo vecchio, a cinquanta anni che hai altre cose da fare, a quaranta anni che sei troppo occupato, a trenta anni che non ci pensi, a venti anni che la vita è lunga…
Dio ti dà questo tempo, perché tu lo cerchi, semmai arrivi a trovarlo, andando come a tentoni, per scoprire che Egli in realtà non è lontano da ciascuno di noi [At 17,27].
Questa è la sapienza, quella che la Chiesa offre ai suoi figli ogni quaresima. Una consapevolezza, o un invito ad essa, che ci faccia comprendere cosa è buono chiedere, ciò che è buono ricevere, quali sono gli atteggiamenti per incontrare il Signore, non nelle grandi occasioni, ma nella realtà del dolore e della sofferenza che, come vedi, non è risparmiata, né a te, né ai tuoi cari, perché tu scopra, nelle pieghe di questa esistenza, là dove Dio vuole far brillare la sua verità e la sua luce.
E Gesù lo dice, se volete capire come è il giudizio è questo, non ce n’è un altro [Gv 3,19]: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.
Malvagie indica che non erano ordinate al bene, alla salvezza del mondo, ma al tornaconto, al denaro e al potere. È questa la logica nella quale oggettivamente ci troviamo, che ci ha intossicati, ci ha avvelenati, ci ha fatto dimenticare Gerusalemme, ci ha fatto scordare il tempio santo, che è Cristo in noi speranza della gloria [Col 1,27].
Entrare in quaresima, nutrire la speranza della Pasqua significa rivoluzionare questo modo di pensare, smetterla di lamentarsi, finirla con una visione della vita sempre piena di dolori, di voragini affettive, di vuoti di qualcosa… e ricominciare a vederla come un luogo privilegiato dove Dio ha voluto manifestare la Sua grazia e la Sua onnipotenza.
È il tempo dello Spirito, è il tempo santo di Dio, è un tempo gratuito, approfittane, non lasciartelo scappare.

Sia Lodato Gesù Cristo

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e Misericordioso,
ci hai invitati ad entrare in questo tempo non per affliggerci, ma per rallegrarci, perché conoscessimo che l’esito della nostra vita è in realtà un faro di luce su tutta la nostra esistenza e che il Tuo giudizio di misericordia ha la capacità di cambiare in gioia tutta l’esperienza che noi abbiamo fatto di dolore e di sofferenza. Questo linguaggio è molto duro, non riusciamo ad intenderlo e costantemente pensiamo di allontanarci dalla tua offerta, dalla tua chiamata. Vieni in soccorso alla nostra debolezza e facci entrare in questo squarcio nel quale hai permesso al Tuo Figlio di chiederti che fosse allontanato il calice dell’ira dalla realtà degli uomini.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso per la Tua Chiesa,
attraverso la realtà sacramentale in tutte le epoche la Tua sposa cerca l’uomo sofferente, soggiogato dalle cose di questo mondo, allontanato dalla tua offerta di amore, perché possa tornare a conoscere il Tuo Figlio, a praticarne le vie e a goderne i benefici. Degnati Padre Santo che la Tua Chiesa in questo tempo faccia sentire alta la sua voce e riconduca il cuore dei figli alla fede dei padri.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
perché scopriamo in questo tempo la nostra debolezza, la nostra incapacità di aderire a questo progetto, perché ci accorgiamo in molti modi di essere indegni e inadeguati, eppure. un grande stupore ci entra nel cuore tutte le volte che pensiamo che nonostante questa fragilità ci hai amati, ci hai scelti e hai mandato il Tuo stesso Figlio a prendere la nostra umanità su di sé. Degnati Padre Santo di aprirci le vie alla comprensione di questo mistero.

Ti prego Padre Santo e Misericordioso
per questi tuoi figli, fa che le parole che ascoltino diventino carne e sangue, le vivano come una realtà autentica, ne sperimentino la bontà, incontrino la Tua misericordia e celebrino con gratitudine il Tuo dono,
te lo chiedo per Cristo Nostro Signore

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