Piergiorgio Cattani: “Dio sulle labbra dell’uomo”

Il Margine, 2006, Trento
22 aprile 2016

Dio sulle labbra dell’uomo

DEBENEDETTI“I discepoli e gli amici di ogni vero maestro non sono mai gelosi, come avviene in certe conventicole, del suo insegnamento, non lo tramandano nel gergo degli iniziati, non lo difendono dagli intrusi, non lo usano per escludere i non-iniziati. Al contrario si rallegrano che la bellezza e la profondità di tale insegnamento siano assaporate dal maggior numero di persone”. Con queste parole della prefazione a cura di Massimo Giuliani possiamo comprendere quale è lo “spirito” di questo volume: diffondere, la conoscenza di ciò che un “maestro” può generare e portarla anche ai non iniziati, a coloro che ancora non hanno avuto modo di incontrarne la lezione.

Non sempre, anzi difficilmente, i libri che ricostruiscono il pensiero di un autore riescono ad innovare, rispetto a ciò che si trova già scritto nelle sue opere, ma questa è una di quelle felici occasioni in cui non siamo in presenza di una pur gradita sistematizzazione (o riassunto) di ciò che Paolo De Benedetti ha scritto negli anni. Da queste pagine emerge l’immagine di un “discepolato” non esauribile alla conoscenza approfondita dei testi, ma di chi trasmette ciò che dal maestro ha avuto per averlo frequentato e che ridona quanto ha appreso dalla sua viva voce a chi non ha avuto modo di incontrarlo personalmente in qualche conferenza o durante le lezioni, offrendo ai non-iniziati una opportunità di accostarsi al suo pensiero e di apprenderne i punti salienti.
“Questo volume – dice ancora Giuliani- dimostra e parla questo linguaggio aperto e paga un debito di sapienza e di intelligenza che si estingue solo con ulteriore studio e con l’umile consapevolezza che nella catena della trasmissione dei doni spirituali ogni maestro è un discepolo e ogni discepolo è, a sua volta, un maestro. E anche questo, in molti, lo abbiamo imparato ascoltando Paolo De Benedetti”.
Chi ha già letto qualche bel lavoro di questo uomo di frontiera, di grande apertura intellettuale e di profonda spiritualità, che si definisce “marrano”, e in cui coesistono simultaneamente “categorie mentali e fedeltà ebraiche e alcune convinzioni cristiane, in combinazione instabile ma irrinunciabile” [1], sa quanto il suo insegnamento più indubitabile sia la necessità del primato dell’ascolto della Bibbia e la sua inesauribile interpretazione, alla ricerca del settantunesimo senso. A questo si connettono le molteplici domande sul mistero del male e della sofferenza, sull’idea di un Dio dell’alleanza, sul rapporto fra Chiesa e sinagoga e, più di recente, sulla questione degli animali in una visione globale del Regno.
Giusto, domande, il sottotitolo del volume di Cattani è “Paolo De Bendetti e la domanda incessante”, come a metterne subito in evidenza una caratteristica peculiare, evidente, nei testi di questo studioso difficilmente troveremo delle risposte, mentre sicuramente aumenteranno le nostre domande.
Perché la sofferenza e la morte? Perché il male sembra prevalere? E Dio, il Dio dell’Antico Testamento, ma anche quello di Gesù della Nuova Alleanza, dov’è quando accade? Perché tace? E Auschwitz, quale è il Dio di cui possiamo parlare dopo la Shoà? Quale Dio, in assoluto? È possibile dare una risposta a tutte le domande che l’uomo si pone?
De Benedetti afferma: “Non c’è una risposta, ma un interrogativo”. Questo è molto ebraico. Per noi è importante porsi domande, non è così importante avere delle risposte, l’uomo sapiente è colui che si domanda e che sa domandare.
Ascolto e domanda incessante, strumenti che Paolo de Benedetti individua come “dote” dell’uomo nel suo cammino verso Dio, nella sua ricerca e nel suo relazionarsi con Lui, sono gli aspetti che con forza emergono da questo lavoro di Piergiorgio Cattani e che con maggiore evidenza contribuiscono a far luce su alcuni aspetti dell’opera complessiva di questo “morenu”, maestro, nell’accezione rabbinica.
Il nostro incontro con Dio passa dall’ascolto: in molti brani biblici l’Eterno si rivela all’uomo attraverso una voce. In Deuteronomio, per ricordare al popolo di Israele come hanno incontrato Dio sul Sinai, Mosè usa l’espressione “Non vedevate nessuna figura, vi era soltanto una voce” (Dt 4,12). Paolo De Benedetti afferma in proposito: “La vostra esperienza di Dio è stata di non vedere niente e di sentire una voce … Dio si manifesta facendo sentire una voce. Questa voce, che è l’unico modo di entrare in relazione con Dio, è una voce che impone, le sue parole sono cose da fare (in ebraico davar significa tanto parola quanto cosa)”.
Quindi, ascolto, un primato assoluto dell’ascolto, ma anche messa in pratica di quanto udito, dei precetti, per Israele. Questo è ciò l’ebreo professa ogni volta che ripete lo Shemà: “se ascoltando obbedirete ai miei precetti che vi ordino oggi, di amare il signore vostro Dio e di servirlo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, io darò la pioggia alla vostra terra a suo tempo…”. De Benedetti vede nell’ascolto della voce di Dio già una conversione e anche solo nella capacità di udire un sospiro (il suono della aleph, la consonante dal suono più lieve dell’alfabeto ebraico, quasi “un sospiro”) di Dio l’essere contenti e appagati.
L’ascolto diventa per l’ebreo, da un lato, messa pratica, ma dall’altro è anche studio delle parole di Dio, ricerca del senso, uno studio mai finito, che non si completerà nemmeno nel mondo a venire.
Emerge così chiaramente dalle pagine di Dio sulle labbra dell’uomo, che “ogni individuo è stato chiamato all’esistenza per arrivare ad un frammento di verità, attraverso un indispensabile e infinito confronto con le riflessioni raggiunte dalle altre persone in ricerca. Dunque, non una ricerca solitaria che riesca ad acquisire una verità dogmatica e splendente, ma un cammino tortuoso e instabile in compagnia degli altri uomini, sempre con l’orecchio teso all’ascolto”.
Il primato dell’ascolto porta a riconoscere una “provvisorietà” della propria interpretazione, rileva Cattani, diventa un uscire da se stessi, apertura all’altro e, diremmo noi, verità che si incontra e vissuta non più in senso aristotelico ma, se così si può dire, in senso giovanneo, come parte centrale del cammino che l’uomo compie verso la vita e che nel procedere si svela.
“Ho imparato, afferma De Benedetti – e non ho mai dimenticato – che la parola fatta di suoni e di segni non può essere esaurita da nessun interprete, ma ognuno deve accostarla al maggior numero possibile di punti di vista: perché non avvenga quello che accadde al Golem sulla cui fronte era scritto emet (verità), ma tolta la aleph rimase met (morte). Questa parola, non riconducibile mai ad un’interpretazione univoca è ciò che De Benedetti chiama il “settantunesimo senso”: “Noi siamo l’ultima delle fonti di senso […] Ma, in quanto portatori del settantunesimo senso, non possiamo stare a bocca aperta, aspettando che vi piova dentro”.
Alla ricerca, spinta sempre in avanti, del senso ulteriore, quello che avvicina di più che, come scrive egli stesso, parlando delle domande che restano senza risposta, produce “un progresso rispetto alle certezze precedenti”, ci si imbatte in una modalità, anche questa tipicamente ebraica, del dialogo che procede dall’ascolto: “Qualunque cosa diciamo su Dio, e Dio dice a noi nel ‘linguaggio degli uomini’, è mitico – non mitologico – cioè passa attraverso la nostra immaginazione. Tuttavia è possibile parlare di Dio. Il linguaggio del ‘se così si può dire’ parla attraverso immagini, ossimori e metafore nel tentativo di forzare le consuetudini della fede e della tradizione e le strette categorie concettuali ormai interrotte dalle tragedie della storia”. Per questo così spesso nei testi, nelle interviste, nelle conferenze si sente De Benedetti utilizzare quella modalità degli antichi maestri di introdurre ogni discorso su Dio con la parola ki-vjakhol, ‘come si potesse dire’ oppure ‘se così si può dire’.
La domanda, l’interrogare, se stessi e gli altri, è centrale nel giudaismo. Porre quesiti è una categoria propria dell’ebraismo, anzi, è una caratteristica incancellabile dell’essere ebreo, ma occorre essere capaci di farlo per questo si insegna ai bambini sin dalla tenera età a fare domande, come formularle, questo vale per ogni domanda dalle più semplici alle più articolate.
“Insegna alla tua lingua a dire ‘non so’, perché non ti tocchi di essere preso per mentitore”: ecco un detto talmudico, richiamato spesso De Benedetti, che invita l’uomo in cammino alla ricerca di Dio a non porsi l’obiettivo di raggiungere certezze assolute – e di conseguenza a non prefigurarsele. C’è sempre un che di provvisorio, di non ancora, di ignoto, lo spazio del “forse”. Dice bene Cattani quando afferma che in questo avverbio può essere condensata la fede problematica di De Benedetti, perché il credente spesso si trova a vivere realtà di assoluta incertezza, in cui il forse rappresenta l’unica cosa possibile da dire, ma questo non è rassegnazione, relativismo, incredulità: “Davanti al silenzio di Dio, il forse non vuol dire: forse Dio non c’è, forse Dio c’è. Vuol dire invece: forse ho capito perché tace, forse non l’ho capito, forse fa bene a tacere, forse fa male”.
Ascolto e domanda diventano così centrali per noi cristiani, in costante confronto con i “fratelli maggiori”: è solo recuperando la centralità dell’ascolto della Parola di Dio, riportandola in primo piano, anche in quelle parti che troppo a lungo abbiamo trascurato dell’Antico Testamento, attraverso la discussione e l’interpretazione del testo biblico, strumento in grado di aprire la comprensione a quel progressivo svelamento dell’alleanza dell’uomo con Dio e ricominciando dalla storia (la carne) dell’uomo, considerandola luogo di incontro e via da percorrere nell’attesa della redenzione futura, che possiamo avvicinarci ad una fede più dialogica e meno cultuale, più subita che vissuta. È solo cogliendo la dimensione ebraica di Gesù che ci sarà possibile cogliere tutta la portata innovatrice e rivoluzionaria, recuperando la dimensione storica e concreta dell’esistenza dell’uomo-Gesù, imprescindibile per la fede in Cristo-Messia.
Dio procede con l’uomo e l’uno necessita dell’altro, tutto il cammino che ha percorso l’uomo prima della nascita di Gesù è stato un avvicinarsi progressivo ad uno svelamento ad un compimento, che ancora prosegue con ciò che Dio non ha ancora detto e vorrà dire e con ciò che man mano verrà portato a perfezione.
Bello come De Benedetti ha raccontato in un’intervita questo cammino, citando un apologo:
“a Dio il creato non è riuscito molto bene, tranne il mondo animale, e così sono entrati la morte, la povertà, l’angoscia, la disperazione, i dubbi. Allora Dio, a un certo punto, ha sentito il dovere di meritarsi la fede dell’uomo, facendo tutte le esperienze dell’uomo, morte, dubbi, angoscia… Questo l’ha fatto in Gesù. Certo, Gesù è il salvatore degli uomini, per i cristiani, ma è anche il salvatore di Dio Padre di fronte alla fede degli uomini”.
È solo in questo incedere comune che potremo trovare, forse, una risposta al male, alla sofferenza, alla morte e la vera vita che cerchiamo.

[1] “A chi mi chiede se sono ebreo o cristiano – dice ironicamente De Benedetti – io rispondo, secondo i giorni: Sono cristiano la domenica…… e ebreo tutti gli altri giorni”.

 

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