Solennità Cristo Re dell'Universo

Anno Liturgico B
22 novembre 2015

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 18,33-37)

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

PRIMA LETTURA – Dal libro del profeta Daniele (Dn 7,13-14)

Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto..

Dal Salmo 92
R. Il Signore regna, si riveste di splendore.

Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza. R.

È stabile il mondo, non potrà vacillare.
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei. R.

Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore. R.

SECONDA LETTURA – Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 1,5-8)

Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Il mio regno non è di questo mondo.”
Sant’Agostino – Commento al Vangelo di San Giovanni – Omelia 115 (3-4)

3. Gli disse allora Pilato: Dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici, io sono re (Gv, 18, 37). Il Signore non esita a dichiararsi re, ma la sua espressione: tu lo dici, è così misurata che non nega di essere re (re, si intende, di un regno che non è di questo mondo), ma neppure afferma di esserlo in quanto ciò potrebbe far pensare che il suo regno sia di questo mondo. Tale infatti lo considerava Pilato che gli aveva chiesto: Dunque tu sei re? Gesù risponde: Tu lo dici, io sono re. Usa l’espressione: Tu lo dici, come a dire: Tu hai una mentalità carnale e perciò non puoi esprimerti che così.

4. E prosegue: Io per questo son nato, e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità (Gv 18, 37). Non dobbiamo considerare lunga la sillaba del pronome, là dove dice: per questo son nato, come se avesse voluto dire: sono nato in questa condizione; ma dobbiamo considerarla breve, cioè come se avesse detto: per questo son nato, come appunto poi dice: per questo son venuto nel mondo. Nel testo greco, infatti, questa espressione non è affatto ambigua. Risulta quindi chiaramente che il Signore parla qui della sua nascita temporale mediante la quale, essendosi incarnato, è venuto nel mondo; non della sua nascita senza principio, per cui è Dio, per mezzo del quale il Padre ha creato il mondo. Egli afferma di essere nato per questo, e di essere venuto nel mondo, nascendo dalla Vergine, per questo, per rendere cioè testimonianza alla verità. Ma, siccome la fede non è di tutti (cf. 2 Thess 3, 2), soggiunge: Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce (Gv 18, 37). La ascolta, s’intende, con l’udito interiore, cioè obbedisce alla mia voce: e questo è come dire che crede in me. Rendendo testimonianza alla verità, Cristo rende testimonianza a se stesso; è proprio lui che afferma: Io sono la verità (Gv 14, 6), e in un altro passo: Io rendo testimonianza a me stesso (Gv 8, 18). Dicendo ora: Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce, vuole sottolineare la grazia con la quale egli, secondo il suo disegno, ci chiama. A proposito di questo disegno l’Apostolo dice: Noi sappiamo che a quelli che amano Dio, tutto coopera per il bene, a quelli cioè che sono stati chiamati secondo il disegno di Dio (Rm 8, 28); cioè secondo il disegno di colui che chiama, non di coloro che sono chiamati. L’Apostolo esprime questo concetto ancor più chiaramente quando dice: Collabora al Vangelo con la forza di Dio. E’ lui infatti che ci ha salvati e ci ha chiamati con la sua santa vocazione, non in base alle nostre opere ma secondo il suo proposito e la sua grazia (2 Tim 1, 8-9). Se infatti consideriamo la natura nella quale siamo stati creati, chi non è dalla verità, dato che è la verità che ha creato tutti gli uomini? Ma non a tutti la verità concede di ascoltarla, nel senso di obbedire alla verità e di credere in essa: certo senza alcun merito precedente, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. Se il Signore avesse detto: Chiunque ascolta la mia voce, è dalla verità; si poteva pensare che uno è dalla verità per il fatto che obbedisce alla verità. Ma egli non dice così, bensì: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Non è, costui, dalla verità perché ascolta la sua voce, ma ascolta la sua voce perché è dalla verità, avendogli la verità stessa concesso questa grazia. E che altro vuol dire questo, se non che è per grazia di Cristo che si crede in Cristo?

Trascrizione dell’Omelia

La domanda che fa Pilato a Gesù, è la domanda che noi poniamo al Cristo, che poniamo a Cristo in ogni tempo, diciamo a Cristo: “Tu sei re? E se sei re come regni in questo tempo della nostra vita?”, allora ci accorgeremmo subito che il nostro concetto di regalità non corrisponde a quello di Gesù e anche quello che noi barattiamo per regalità in realtà non c’entra niente con il Cristo, anzi, forse questo mette in evidenza qualcosa che riguarda solo il nostro modo di percepirci, di conoscerci, di saperci, noi cerchiamo una regalità che si esprime  nel dominio sull’altro, nel giudizio sull’altro, nella prevaricazione che noi, poco a tanto, facciamo nella vita dell’altro. Allora non capiamo veramente di che cosa si sta parlando, ma Gesù lo dice a Pilato, risponde con franchezza, in verità, dice: “Il mio regno non è di questo mondo perché se fosse di questo mondo verrebbero i miei soldati (diciamo) a liberarmi”, ora guarda bene, questo è un termometro per vedere che cosa pensi te, che cosa hai capito te di tutta questa cosa, quando Gesù dice: “Il mio regno non è di questo mondo”, tu che pensi? Posso aiutarti? Forse pensi che Gesù sta dicendo: “Il mio regno non è qua sotto dove stiamo tutti ma è da un’altra parte” non è di questo mondo e siccome si chiama pure Regno dei Cieli starà nei cieli da qualche parte. In questo modo, senza che te ne accorgi, tu crei una distinzione che spesso finisce col diventare una separazione, il regno di questo mondo e il regno dell’altro mondo. Nell’altro mondo ci metti tutte le tue ipotesi, immagini, prospettive, idee, desideri, tutte le cose ideali, mentre da questa parte tendi a lasciare solo le cose che tu chiami reali creando una scissione tra la realtà e ciò che appartiene a Dio. Ma è questo che Gesù voleva rispondere a Pilato? No. Gesù sta dicendo a Pilato un’altra cosa, sta dicendo: “Pilato se tu per re intendi uno che ha guerrieri e combatte contro un altro stato per vincerlo e si impone con la forza …”, questo è il modo di pensare del mondo ma il mondo se si fermasse a ragionare su questa grandezza si accorgerebbe che questa non può costruire nessuna regalità, perché la storia ce lo ha insegnato, tutti gli uomini che si ergono sopra gli altri e prevaricano sugli altri spesso anche con la violenza, questi uomini sono destinati a perire, loro con i regni che costruiscono. Dunque il regno, secondo la mentalità di questo mondo, è un regno limitato che per un certo tempo esercita il potere e lo esercita in maniera esorbitante, esagerato, ma porta con sé il germe della morte, genera la morte perché uccide tutti gli avversari e si avvia verso la morte perché finisce. Guardate la storia, quanto durano i regimi? Quanto possono durare? Poi crollano e un altro regime si ripropone, con altre logiche apparentemente, ma sempre con lo stesso linguaggio, sempre.  Allora Gesù dice: “Se questo è il tuo concetto di regalità, no, questo certamente non è il mio, perché se fosse il mio anche io mi imporrei”, guardate amici che questa è una cosa importante, in questo tempo soprattutto, guardate il Papa, che cosa fa il Papa? Cerca di mettere in discussione, di incrinare, questo concetto che noi abbiamo del regno, lo abbassa a un livello che gli compete, questo regno umano non può ammantarsi di tanto spazio perché il regno umano è destinato a perire, a questa tentazione di costruire un regno umano, il Papa antepone invece il regno della misericordia che è il linguaggio di Dio, che si è manifestato in Cristo e che è destinato a salvare il mondo. E’ tanto vero questo che dice il Papa, per questo ha indetto il Giubileo della Misericordia, è tanto vero che tutti quelli che non capiscono questo modo di regnare si arrabbiano, si rifanno e persino dicono di non accettare questo Papa, capite? È assurdo, è paradossale ma questa è una cartina di tornasole che fa comprendere a tutti che cosa abbiamo nel cuore. Perché noi, lo possiamo confessare, un’immagine di chiesa trionfalistica, la cristianità, noi ce l’avevamo questa idea e un po’ ci riviene in mente, perché vedo che tanti movimenti si rifanno di nuovo al regno, alla regalità e ambiscono a falde del cristianesimo che sono un po’ elitarie, ma scusate, questa gente sta dalla parte di Gesù o dalla parte di Pilato? C’è il nostro amico qua, questo sacerdote che ha letto il Vangelo, che viene da Bruxelles, chiaro no? Oggi dire Bruxelles è diverso dal dirlo una settimana fa, dieci giorni fa, un anno fa, dieci anni fa, e parlando in sacrestia mi ha dato qualche percentuale, beh, siamo in minoranza, dov’è la cristianità? Dov’era questo regno che mostrava la perfezione … di cosa? Il regno è il regno del sale e della luce del mondo, il regno è ciò che di noi si consuma per entrare nella storia e farla vivere, è questo il regno, questo è il regno di Cristo e quando Gesù dice: “Il mio regno non è di questo mondo”, lo sta dicendo a Pilato e a tutti i pagani appresso a Pilato nella storia fino a noi, sta dicendo: “Siccome il mio regno non rispetta queste logiche di prevaricazione, il mio regno è considerato come fosse di un altro mondo” e questo mondo altro, dove sta? Attenzione! Non può stare in cielo, perché se stesse in cielo l’incarnazione del Verbo sarebbe un fallimento, questo regno non sta in cielo, sapete che cosa vuol dire in cielo? Non vuol dire un luogo, vuol dire vicino a Dio, cioè nel linguaggio di Dio, allora questo mondo fa parte del linguaggio di Dio ma sta già dentro la nostra storia, sta già dentro il nostro mondo come la mano in un guanto, sta già dentro la nostra vita, le nostre relazioni, che cosa compete ai cristiani allora? Celebrarlo? Tirarlo fuori e sventolarlo dicendo: “Noi ce lo abbiamo il regno!” come abbiamo fatto? Noai cristiani compete un’altra cosa semmai e se vuoi saperlo, sarebbe questa l’ora di farlo, proprio questa l’ora di farlo, al cristiano battezzato compete di andare fino alla profondità del cuore dell’altro per aiutarlo a tirare fuori questo regno che già è in lui, Gesù quando è venuto lo ha detto: “Il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2;4,17;10,7), cioè è prossimo, cioè se è prossimo dove sta? Qui! “Quindi io sono il regno” direbbe Gesù, lui è il regno, allora quello che ci compete è questo, aiutare l’altro a tirare fuori questo seme di speranza, questa vita nuova, cristica, che ancora dorme, ancora è rinchiusa dentro i dubbi, i sospetti, le difficoltà, i peccati, i peccatucci e tutte le cose che ci riguardano ma c’è, c’è! C’è, questo regno è lo Spirito che parla al nostro cuore, che parla al nostro spirito, che ci convince in ogni generazione che siamo figli di Dio, che siamo suoi eredi, coeredi di Cristo (Rm 8,17), dunque chiamati noi stessi alla regalità. E Gesù per dircela questa cosa non si è messo certo su un podio dorato, si è messo sopra una croce perché, come diceva la parola, guardando colui che è stato trafitto (Zc12,10; Gv 19,37) anche noi potessimo convertirci, anche noi potessimo comprendere che il regno non è lontano, non è distante, se lui muore per questo vuol dire che il regno non si perde, un tiranno non vuole morire, un tiranno fa del tutto per salvarsi fino all’ultimo momento, magari si è già creato delle scappatoie, Lui no, perché sa che il suo regno non muore, quello dei tiranni si, possibile che noi con questa sapienza non sappiamo più rieducare questo mondo? Possibile che con questa consapevolezza non siamo in grado di rideclinare questo perdono per tutti? Possibile che siamo capaci solo di far crescere ancora di più a dismisura la paura di essere quello che siamo, anziché di sentire in noi il vanto di essere stati salvati e amati da Dio qualunque cosa accada? E’ un seme questo, un seme che la chiesa oggi ripone di nuovo nel tuo cuore perché tu cambi, perché tu ti lasci strappare questa paura della morte e ricostruisci un mondo nuovo, da domenica prossima ricominceremo, come i bambini all’asilo, piano, piano, ricominceremo ad aspettare, la liturgia ci dirà che dobbiamo attendere, che dobbiamo guardare bene, valutare le cose, tornare ad attendere che torni il Figlio di Dio perché  ce lo siamo dimenticato, che torni, perché deve tornare, lo sapete che deve tornare, no? Dunque se torna bisogna prepararsi ad accoglierlo, lo facciamo noi, consegniamo questa attesa a  quelli che vengono finché  Egli venga, quando verrà che troverà? Troverà la fede su questa terra (Lc 18,8)? Certo, troverà la Gerusalemme terreste pronta a specchiarsi nel progetto eterno che è la Gerusalemme celeste e si riconoscerà in essa e sarà riconosciuta e in quel giorno la gioia non ci sarà più tolta, la carità prenderà il posto della fede e della speranza e noi vedremo faccia a faccia, non da stranieri ma così come siamo conosciuti da Dio. Questo celebriamo nella bellezza della festa di Cristo Re, questa solennità di chiusura dell’anno vivetela così, proprio come un capodanno, proprio come un capo dell’anno buttate via l’uomo vecchio e apritevi alla logica dell’uomo nuovo.

Sia lodato Gesù Cristo.

 

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