Luciano Manicardi: "Guida alla conoscenza della Bibbia"

Qiqajon, 2009, Comunità di Bose, Magnano (Bi)
22 febbraio 2016

Guida alla conoscenza della Bibbia

manicardiCi sono libri che all’apparenza qualcuno troppo facilmente mette da una parte, poiché sembrano rivolti esclusivamente ad un pubblico dotto più che alla preghiera, tralasciando che questa preghiera, quella che sorge da un cuore puro, in questo tempo e in questa generazione non può prescindere da una conoscenza più profonda della Scrittura. Solo questo consente, da un lato, agli uomini di fede di rispondere alle obiezioni del mondo laico e non credente su quanto è scritto e, dall’altro, convince ogni uomo della bontà di quella Parola, la attualizza, mostrandone le peculiarità e rendendola “libro da mangiare”.

Questo libro è uno di questi: forse non si legge tutto d’un fiato, forse non è neanche una lettura di quelli in cui si trova consolazione, ma è un libro per comprendere la Bibbia, la Parola che ascoltiamo, e aiutarci, anche applicandoci con un po’ di fatica nello studio, ad entrare sempre meglio nella comprensione di quanto il Signore vuole svelare a ciascuno, affinché produca frutto.

La Bibbia è un complesso di libri, ma essi sono al tempo stesso “carne” e “lettera”, una pluralità di testi che ha in sé epoche, lingue e generi letterari di composizione, differenti. “Al suo interno risuona il riso dell’umanità e scorrono le lacrime, così come si leva la preghiera degli infelici e la gioia degli innamorati. Per questa sua dimensione ‘carnale’ essa esige un’analisi storica e letteraria, che si attua attraverso i vari metodi e approcci offerti dall’esegesi biblica”.

In primo luogo, la Bibbia cristiana è un dialogo ininterrotto fra Antico e Nuovo Testamento, tra la vecchia e la nuova alleanza, quindi essa costituisce un luogo di incontro tra Dio e uomo, perché questo è il senso dell’Alleanza. Nel Sinodo dei vescovi del 2008 si è statuito: “ogni lettore delle sacre Scritture, anche il più semplice, deve avere una proporzionata conoscenza del testo sacro ricordando che la Parola è rivestita di parole concrete a cui si piega e adatta per essere udibile e comprensibile all’umanità”. In quanto parola dell’Eterno, la Bibbia è anche presenza dello Spirito, che attesta e rivela la dimensione trascendente, divina, della Parola esprimibile nelle parole umane.

Afferma dunque l’autore di questo interessante lavoro, Luciano Manicardi, monaco di Bose, che la Bibbia in questo si mostra come “libro di Dio” e “libro dell’ uomo” e, per questo, si può definire in primo luogo libro plurale, in quanto complesso di libri e dialogico, in quanto rispecchiante l’armonia tra Antico e Nuovo Testamento; essa è anche libro da interpretare: la Bibbia vive nella e della sua interpretazione. È la Torà stessa (il nostro Pentateuco) che chiede di essere interpretata, come appare dalle parole che si trovano al suo centro. Secondo una tradizione contenuta nel Talmud, il centro delle parole dell’intera Torà è costituito dall’espressione ebraica darosh darash (“cercare, cercò”, cioè “fece intense ricerche”) che si trova in Levitico 10,16”.

La scrittura necessita quindi di un’interpretazione che, come rivela un salmo (62,12: una parola ho inteso, due ne ho udite), non può che essere plurale. La tradizione rabbinica fa riferimento a settanta volti della Torà, ma anche tra i Padri della Chiesa Agostino ammonisce che “dalle stesse parole della Scrittura … si ricavano più sensi”.

Il testo biblico non può essere avvicinato come un qualcosa di cui semplicemente appropriarsi per aggiungere nozioni alla nostra conoscenza, ad esso, proprio in quanto dialogo tra l’uomo e Dio, si deve l’ascolto necessario per poter entrare in comunicazione, occorre comprenderlo “nella sua alterità, senza proiettarvi sopra le proprieprecomprensioni e visioni: inevitabilmente limitate: la conversione comporta anche l’onestà intellettuale per cui si accetta di passare attraverso la fatica dell’ascolto del modo di pensare biblico per meglio comprendere il testo. Basti un esempio su tutti relativo al passo di Isaia 42,1-3 scopriamo presente un riferimento alla figura dell’araldo babilonese. L’araldo nel mondo babilonese annunciava nelle piazze il decreto di condanna a morte di un uomo affinché testimoni che potevano scagionarlo si presentassero a deporre in suo favore: se nessuno si presentava, si recava dal condannato e con il gesto di spezzare una canna e di spegnere una lampada decretava il carattere definitivo della sentenza di morte. Anche per mezzo di immagini del genere la Scrittura cela sensi più profondi di quello letterale e svela ad esempio che il Servo del Signore non viene per condannare o dare sentenze di morte, ma per dare vita, per salvare. E alla luce di questo si comprende meglio l’applicazione del testo a Gesù di Nazaret nel Nuovo Testamento. Il senso storico, la contestualizzazione dell’evento, insegnano qualcosa che permette di entrare nel senso spirituale in maniera più concreta.

Per passare al soggetto di questo insieme di libri, converrà domandarsi: chi è l’uomo biblico? È un uomo che piange, soffre, ama, desidera, mente, uccide, mangia, si relaziona, vive, insomma, non è il personaggio di un racconto, non è una figura astratta, è un uomo in cui antico e nuovo si fondono insieme, perché entrambi immagine e somiglianza del Volto. Come l’uomo biblico, l’uomo contemporaneo cammina, e paradossalmente apparentemente sembra anche tornare indietro, entra nella Terra e viene portato in esilio, vince le battaglie con la presenza di Dio e si perverte nel peccato. Tutti siamo chiamati a rileggere queste storie come un cammino alla scoperta di una nuova umanità, l’uomo nuovo, è la nostra vocazione di chiamati alla divinizzazione.

In questo, la Bibbia come Parola e Carne ha in sé lo svelamento del segreto della vita e della relazione tra gli uomini: “segreto della felicità, come della vita, come di una relazione umana riuscita, è l’accettazione del limite. E questa cosciente accettazione dei limiti che contrassegnano l’esistenza umana è anche al cuore della sapienza biblica”. Il riconoscimento e l’accettazione del limite consente di vivere la libertà, che non è essere solutus, sciolto da ogni legame, al contrario, non si può realizzare che nel legame, nel rispetto della libertà dell’altro. “Il superamento della violenza coincide con l’accettazione dell’alterità, quale che sia la forma in cui questa si presenta. Questa accettazione rende possibile la speranza. E rende possibile il rapporto tra uomo e donna, rende possibile la famiglia, la convivenza civile, le relazioni umane in genere. La Bibbia inoltre conduce l’uomo a umanizzarsi insegnandogli a dire la verità. Senza menzogne e mistificazioni, la Bibbia narra la condizione dell’uomo, dice la verità sulla vita e sulla morte, sull’odio e sull’amore, sull’eros e sulla violenza, sulle meschinità e sulle altezze sublimi cui possono giungere gli uomini. L’avventura umana esige un cammino di verità, di riconoscimento coraggioso e leale dei peccati e dei limiti che la segnano”.

Troveremo in questo testo una introduzione agli aspetti storici, letterari e contenutistici della Scrittura, a partire dai raggruppamenti tradizionali con cui è studiata e conosciuta: l’Antico Testamento composto del Pentateuco, dei libri storici, profetici e sapienziali; il Nuovo Testamento, con Vangeli, gli Atti degli apostoli, Lettere apostoliche, Apocalisse e apocalittica. L’intento, è quello di “indicare vie di umanizzazione e dunque rivolto a ogni uomo in ricerca di senso e di vie di convivenza tra diversi. Rivolto a ogni uomo che cerca di rendere più vivibile e umana la città”.

Quanto viene richiesto al lettore è anche di caricarsi del “soave” peso di entrare nelle modalità tipiche della poetica e della narrazione ebraica, fino a comprenderne la loro dimensione di invenzione, persino di fiction. Questo accade nell’Antico Testamento, ad esempio, frequentemente quando composizione e trasmissione orale si intersecano con un preciso disegno di rendere viva la trasmissione in un certo ambito: sia esso familiare, di clan, tribù o comunità locale, al fine di dare coesione ad una realtà sociale, ovvero di spiegare le cause di certe situazioni e di far emergere alcune costanti universali dell’umano, che servono alla sussistenza e alla crescita di queste dimensioni sociali.

Tutto sempre e comunque nella certezza che in ogni scritto la presenza e l’azione dello Spirito di Dio si intersecano perfettamente con la vita dell’uomo, esprimendo un messaggio in cui, come in un quadro, il risultato è effetto della comune intersecazione tra il pittore, la tela e il pennello, che collaborano a quello specifico quadro che ci viene posto innanzi.

Altra considerazione da tenere strettamente presente una volta che ci si avvicina ad un brano biblico è quella della presenza del simbolo. L’etimologia di questo termine (syn-ballein, “mettere insieme”), mostra che esso opera come fattore unificante tra il materiale e lo spirituale: “il simbolo ‘roccia’ (cf. Sal 18,3: “Signore, mia roccia”) evoca la saldezza di Dio e la sua capacità di dare riparo al credente; il simbolo “luce” (cf. Sal 2 7, I: “Il Signore è mia luce”) rinvia alla trascendenza e alla vicinanza divine … Il simbolo non è una scorza espressiva che dev’essere tolta perché si possa raggiungere un nucleo di verità più profonda: la verità biblica è completamente solidale con il suo mezzo espressivo. E insegna al lettore a cogliere la presenza divina nella storia e nell’umano, non in un’astrazione o in una fuga dal mondo.

Grande importanza il lettore attento dell’Antico Testamento può rilevare nel grande spazio lasciato alla storia. Non una cronaca, o una rievocazione del passato, ma storia come fatti in cui si rivela l’intervento di Dio. È questo un tratto fondamentale della religione dell’Antico Testamento: “è nella storia del popolo d’Israele che Dio si fa conoscere ed entra in relazione con l’uomo. Pertanto, le narrazioni storiche presenti nell’AT sono un’interpretazione teologica della storia stessa: la sequenza evento-interpretazione dell’evento-celebrazione dell’evento è costitutiva della storia biblica come storia di salvezza, come storia teofanica. L’evento salvifico per eccellenza dell’Antico Testamento è un fatto storico: l’esodo”. Ora, non conoscere i termini di questo fatto storico, come le caratteristiche e la durata della precedente cattività, ne limitano inevitabilmente la comprensione e la portata rivelatrice anche nella dimensione spirituale.

In ogni passaggio della Scrittura, in ogni libro, se così si può dire, troviamo espresse non attribuzioni filosofiche, ma manifestazioni del Volto di Dio, vi si mostrano in qualche modo quegli elementi che consentono di cogliere la sua presenza, i suoi interventi, le sue azioni nella vita di ogni uomo di ogni tempo. “Azioni e interventi che esprimono la volontà di Dio di comunicare con l’uomo e di entrare in comunione con lui. Questa volontà è espressa dalla nozione di Spirito di Dio, Spirito santo, che è realtà relazionale che indica la libera volontà di Dio di entrare in comunione con la creazione e, in particolare, con l’uomo, con il popolo d’Israele, ma è espressa soprattutto dalla categoria della Parola. Il Dio che parla pone l’uomo nella situazione fondamentale dell’ascolto e fa di lui un partner. La qualità di popolo di Dio dei figli d’Israele dipende dal loro ascolto di Dio: ‘Se voi darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza voi, sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli’ (Es I9,5); ‘Ascoltate la mia voce, ed eseguite quanto vi comando … e io sarò il vostro Dio’ (Ger II,4)”.

Sostanzialmente tre sono,  secondo l’autore, i punti che possono riassumere il modello della relazione con Dio che scaturisce dalla mediazione con la Parola: in primo luogo, è appunto un modello relazionale, non di “fusionalità o immedesimazione … nel rispetto della differenza e dell’alterità (evitando la tentazione di “diventare come Dio”: Gen3,5)”; in secondo luogo, chiede all’uomo di relazionarsi responsabilmente agli altri uomini “(a differenza di Caino che si sottrae alla responsabilità di essere custode di suo fratello: Gen 4,9)”; in terzo luogo, chiede all’uomo di restare nella storia, lo invita a cercare Dio nella quotidianità della propria vicenda umana “non in esperienze estatiche o entusiastiche (come i profeti d’Israele e a differenza dei falsi profeti)”.

La lettura di questo testo potrà fornire a molti un aiuto reale ad entrare nella Parola, in particolare i capitoli dedicati all’esperienza dei profeti e al loro messaggio, alla spiegazione di cosa sia la profezia e ai libri sapienziali, alla terminologia della sapienza.

È una lettura cui è auspicabile applicarsi, da farsi a brevi passi, piccoli sorsi, per scoprire in essa una via per apprendere “la sapienza” e come attualizzarla nelle proprie vite. Chi ha maggiore dimestichezza con testi illuminanti, ma articolati e complessi, come questo, è chiamato a farne tesoro e a frammentarli in cibo buono per tutti, perché a ciascuno sia fornita una luce per la comprensione ulteriore della Parola letta, ascoltata, chiamata a diventare carne nelle nostre vite.

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