Maria Santissima Madre di Dio

Anno Liturgico C
01 gennaio 2013

I pastori trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Allelulia
Molte volte e in diversi modi nei tempi antichi
Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti;
ultimamente, in questi giorni,
ha parlato a noi per mezzo del Figlio.
Allelulia

Dal vangelo secondo Luca (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

PRIMA LETTURA – Dal libro dei Numeri (Nm 6,22-27)

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:
Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.
Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

Dal Salmo 66 (67)
R. Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti. R.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra. R.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. R.

SECONDA LETTURA – Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 4,4-7)

Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.
E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Il Natale del Signore è il natale della pace”
Dai “Discorsi” di san Leone Magno, papa
(Disc. 6 per ìl Natale 2-3,5, PL 54,213-216)

L’infanzia, che il Figlio di Dio non ha ritenuto indegna della sua maestà, si sviluppò con il crescere dell’età nella piena maturità dell’uomo. Certo, compiutosi il trionfo della passione e della risurrezione, appartiene al passato tutto l’abbassamento da lui accettato per noi: tuttavia la festa d’oggi rinnova per noi i sacri inizi di Gesù, nato dalla Vergine Maria. E mentre celebriamo in adorazione la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare il nostro inizio: la nascita di Cristo segna l’inizio del popolo cristiano; il natale del Capo è il natale del Corpo.
Sebbene tutti i figli della Chiesa ricevano la chiamata ciascuno nel suo momento e siano distribuiti nel corso del tempo, pure tutti insieme, nati dal fonte battesimale, sono generati con Cristo in questa natività, così come con Cristo sono stati crocifissi nella passione, risuscitati nella risurrezione, collocati alla destra del Padre nell’ascensione.
Ogni credente che in qualsiasi parte del mondo viene rigenerato in Cristo, rompe i legami con la colpa d’origine e diventa uomo nuovo con una seconda nascita. Ormai non appartiene più alla discendenza del padre secondo la carne, ma alla generazione del Salvatore che si è fatto figlio dell’uomo perché noi potessimo divenire figli di Dio. Se egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a lui.
La grandezza stessa del dono ricevuto esige da noi una stima degna del suo splendore. Il beato Apostolo ce l’insegna: Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (cfr. 1Cor 2,12). La sola maniera di onorarlo degnamente è di offrirgli il dono stesso ricevuto da lui.
Ora, per onorare la presente festa, che cosa possiamo trovare di più confacente, fra tutti i doni di Dio, se non la pace, quella pace, che fu annunziata la prima volta dal canto degli angeli alla nascita del Signore? La pace genera i figli di Dio, nutre l’amore, crea l’unione; essa è riposo dei beati, dimora dell’eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male.
Quelli dunque che non da sangue né da volere di carne né da volere d’uomo, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1,13), offrano al Padre i loro cuori di figli uniti nella pace. Tutti i membri della famiglia adottiva di Dio si incontrino in Cristo, primogenito della nuova creazione, il quale venne a compiere non la sua volontà, ma quella di chi l’aveva inviato. Il Padre infatti nella sua bontà gratuita adottò come suoi eredi non quelli che si sentivano divisi da discordie e incompatibilità vicendevoli, bensì quelli che sinceramente vivevano ed amavano la loro mutua fraterna unione. Infatti quanti sono stati plasmati secondo un unico modello, devono possedere una comune omogeneità di spirito. Il Natale del Signore è il natale della pace. Lo dice l’Apostolo: Egli è la nostra pace, egli che di due popoli ne ha fatto uno solo (cfr. Ef 2,14), perché, sia giudei sia pagani, “per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,18).

Trascrizione dell’Omelia

La Parola che è al centro di questo mistero che noi questa sera desideriamo contemplare e conoscere, è contenuta in questo brano della lettera di san Paolo apostolo ai Galati (Gal 4,4-7), in cui, con una logica molto chiara, penso, ci ha descritto qual è la questione importante della verità che stiamo celebrando. San Paolo dice: “Quando è venuta la pienezza del tempo”, cioè quando Dio ha stabilito che avrebbe voluto e potuto dire ciò che aveva già pensato prima della creazione del mondo, in questa pienezza del tempo, Dio ha anche inviato il Suo Figlio. Ha chiesto al Suo Figlio fin dall’eternità se avesse voluto partecipare a questa salvezza, a questa offerta di salvezza. Il Figlio dall’eternità risponde affermativamente e nel tempo entra nella storia, capite? Dall’eternità dice: “Sì, io sono d’accordo”, ma nella storia entra nel tempo opportuno, nel tempo che Dio ha fissato, cioè nella pienezza del tempo. “Nato da donna, nato sotto la Legge per riscattare quelli che erano sotto la Legge”. Ora dice: siccome il Figlio ha fatto questo in obbedienza al Padre, allora lo Spirito del Figlio grida dentro di noi: “Abba! Padre!”, cioè ha permesso a noi di essere, anche noi, in qualche modo, figli. “Ora, se siamo figli” – dirà più espressamente nella Lettera ai Romani (Rm 8,17) – del fatto che siamo figli, ce ne possiamo accorgere. Perché ce ne possiamo accorgere? Qual è la realtà che dice al figlio che ha delle prerogative di figlio? La possibilità di ereditare. Io sono figlio se eredito. Quando eredito io capisco definitivamente qual è la mia identità di figlio. Allora dice san Paolo: “E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”. Questa è la nostra realtà e questo è anche il centro della nostra fede. Quando il Verbo ci ha incontrati la prima cosa che ci ha detto è che non eravamo più schiavi ma che eravamo associati ad un ordine nuovo (cfr. Gv 8,34-36), che eravamo associati ad un’eredità che nessuno di noi si sarebbe mai potuto aspettare e della quale neanche tu oggi hai piena consapevolezza. Se tu avessi piena consapevolezza dell’eredità che ti viene versata, come una misura pigiata, scossa e traboccante (Lc 6,38), non saresti un disorientato, non saresti un tiepido, non saresti uno che crede quando vuole, ma saresti uno inserito in un chiaro progetto, ogni tuo passo saprebbe dove dirigersi, tu saresti una tessera importante nel grande mosaico dell’offerta della salvezza che Dio ha fatto a tutti gli uomini. Ti basterebbe questo per chiederti: “Io sono consapevole di questo? So di essere una tessera di questo mosaico? Oppure la mia ignoranza della mia vocazione per caso non ha orbato, non ha nascosto questa bellezza del volto di Cristo agli uomini, a causa della mia stoltezza?”. Questo sarebbe già un buon esame di coscienza, ma non è solo per questo che noi stiamo qua stasera, noi stiamo qua per capire qual è l’oggetto della nostra speranza.
Allora san Paolo ci ha detto: “Noi siamo fatti figli”. Allora noi potremmo dire: “Ma questo Verbo eterno con il Padre, questo pensiero eterno di Dio, che vive con Lui e si relaziona con Lui insieme allo Spirito Santo, come ha potuto lasciare l’ordine delle cose che non si vedono, che non si comprendono, per discendere nelle cose che invece fanno parte della nostra vita di tutti i giorni?”. E sarebbe una domanda autentica, se te la ponessi una volta almeno nella vita questa domanda, sarebbe finalmente più di una preghiera, più delle preghiere che dici, perché diresti a Dio: “Come è possibile questo?”. Sai perché? Perché questo è ciò che dice la Vergine Maria all’angelo quando lui le dice: “Dio vuole impossessarsi della storia, Dio vuole entrare nella storia attraverso di te”. Faresti una domanda come Maria (cfr. Lc 1,34): “Come è possibile questo? Perché nella mia umanità io non comprendo questo dono di grazia, cioè non capisco che vuol dire che il Figlio si fa carne, non capisco il fatto che il Verbo facendosi carne fa di me una cosa nuova. Ero uno schiavo, mi fa erede (Gal 4,7)”. Io sto parlando naturalmente a chi si sente erede, cioè a chi già nella preghiera e nella vita spirituale sa di essere un erede e si ritiene un figlio, si riferisce a Dio come un Padre; non mi sto riferendo a coloro che vengono a Messa per fare il precetto, per fare la festa ignari completamente dell’oggetto della nostra speranza. Perché chi viene così, così se ne esce, cioè se ne va a casa senza sapere niente di niente: “Chissà di che avrà parlato stasera…”.
Sapete che nella Chiesa orientale, la Chiesa Ortodossa, prima della consacrazione del pane e del vino, il sacerdote si gira verso il suddiacono e gli dice queste domande che Maria fa all’Angelo: “Come sarà possibile questo? Nella mia umanità io non capisco” ed il suddiacono gli risponde come l’Angelo: “Lo Spirito del Signore scenderà su di te, ti coprirà con la sua ombra e ciò che è impossibile agli uomini diventerà possibile, perché è possibile a Dio”. Allora io ti sono grato, Signore, perché Tu mi hai guardato quando ero nel peccato, quando ero lontano, mi hai osservato, mi hai scelto, mi hai chiamato fin dal seno di mia madre, mi hai eletto per farmi diventare Tuo figlio, lo capisco; ma come lo capisco e dove lo capisco? Dentro questa celebrazione, quando vedo cose del cielo diventare cose della terra. Ma come sarà possibile che le cose del cielo e le cose della terra stiano insieme? Qua nasce il grande dogma della maternità divina di Maria che oggi noi stiamo celebrando. Era il 341 dopo Cristo, i padri conciliari d’oriente e d’occidente si incontrano perché qualcuno ha cominciato a dire: “Eh no, questo Verbo non può prendere la carne di un uomo, ci deve essere il Verbo e l’uomo…una volta è Verbo e una volta è uomo”. Come direbbe qualcuno dei nostri contemporanei e forse anche qualcuno di noi: “Umanamente e divinamente, Gesù umanamente ha sofferto e divinamente no”, ma è vero? No che non è vero! Allora i padri conciliari dicono: “Sia chiara una volta per sempre: quando il Verbo prende la carne, non la prende in prestito, la prende per sempre”. Non la prende per rivestirsi solo per un po’ di tempo, la assume per sempre e quando resusciterà, non resusciterà lo spirito ma risusciterà la carne. Questo ci permette di dire nel Credo che crediamo nella risurrezione della carne. Pensa, cristiano, quante cose devi ancora imparare alla tua età. Tu vieni qua fai le tue preghiere ma questo ancora non lo sai: “La risurrezione della carne? Ma che vuol dire?”. Torniamo al nostro mistero. Allora questo Verbo che stava nella Trinità, che sta nella Trinità, in realtà non l’ha mai lasciata, quando ha operato tra gli uomini lo ha fatto prendendo la nostra carne umana. La natura divina e la natura umana sono rimaste insieme, non si sono confuse tra loro, non si sono mischiate, sono rimaste insieme, distinte ma non separate cosicché una volta lo spirito se ne va e la carne rimane alla terra come una cosa in più. Tu dirai: “Ma a cosa ci serviva a noi che tu facessi questo? A noi cosa importava se tu prendevi o non prendevi la carne umana? Noi la carne da buoni platonici, greci e filosofi, la disprezziamo!”. Non è vero, perché tu nella carne vai a cercare il bello, perché il bello – lo sai – è segno del vero. Dunque hai legato al rapporto con la carne il rapporto di ricerca del bello, pensando che nel bello troverai anche il vero. Vuoi che te lo dimostro? Quando tu vedi una realtà bella, non la vuoi conoscere? Sì. Non la conosci e ne sei sicuro, provandone piacere? Ebbene il piacere è la tua idea di aver raggiunto il bello e il buono e il vero, ma non è così. Il buono, il bello ed il vero non hanno bisogno del piacere, tuttavia tu capisci che questa bellezza porta con sé anche la verità. Allora, se il Verbo prende la nostra carne, vuol dire che la nostra carne, che noi diciamo di odiare e detestare (ma che in realtà curiamo molto bene), diventa la portatrice di qualcosa di importante. E lo porta in modo tale che se ne lascia “infettare”, diremmo noi – mi si passi il termine –. Si lascia “infettare” da questa bellezza, da questo amore, da questa verità, fino al punto da trasformarsi ed entrare anch’essa nella Gloria attraverso il Verbo che torna al Padre.
È un mistero incredibilmente bello, e per regalare questo mistero alla fede degli uomini semplici… perché lo so che tu ti stai chiedendo: “Ma io fino adesso detto le mie preghiere, ho pregato il mio rosario e non le ho mai sapute queste cose, allora che devo fare? Devo andare a scuola a impararle?”. Non sarebbe male… ma anche se non le volessi imparare, la Chiesa ha detto: “Come si fa a regalare agli uomini questa bellezza? Come si fa a consegnargliela?”. “Già, c’è un modo, come no?”, i padri conciliari hanno detto: “Per far capire che Costui è vero Dio e vero uomo e che attraverso la sua donazione riscatta anche la nostra umanità, noi mettiamo davanti agli occhi dell’uomo un aspetto, una realtà che immediatamente dice chi è il Figlio di Dio”. Qual è questa realtà? La Vergine Maria.
La Vergine Maria non è la madre di un profeta, non è la madre di un uomo solamente: la Vergine Maria è la Madre dell’Uomo-Dio. Chi guarda la Vergine Maria guarderà colei dentro la quale l’incontro tra il Verbo e la carne dell’uomo si è definito per sempre. E si è definito nella semplicità, nel silenzio, nella preghiera, nell’attesa, nella maturazione graduale, nel compimento fin sotto la croce, quando Maria piangerà per l’incredulità degli uomini e contemplerà la bellezza dell’amore del suo Figlio che altro non è che lo specchio dell’amore di Dio che lei ha conosciuto, ha amato e ha adorato.
E poi il giorno della risurrezione, anzi prima, nel Sabato Santo porterà dentro questa speranza ormai già certezza. E poi nel giorno della Pentecoste, garantirà alla Chiesa nascente che ogni cosa che viene da Dio si possa custodire dentro l’obbedienza, nel silenzio, nell’umiltà così come ci dice Luca in questo Vangelo, quando Maria, vedendo tutte queste cose accadere intorno al Figlio, ancora infante, le serba nel suo cuore, le custodisce, non le lascia rovinare con altre cose, le custodisce.
Allora qual è il discorso più semplice per te? Tu vieni qua, celebri l’Eucarestia, dell’Eucarestia capisci solo alcune cose, forse molto poche, molte le accetti ma non le capisci. Quando torni nel mondo dici: “Adesso il culto rimane in chiesa e comincia la vita del mondo”, cioè dici: “La natura divina si celebra in chiesa, la natura umana sta fuori”, “la natura divina finisce dentro il perimetro della chiesa, fuori la natura umana sarà più forte, sarà più dura, sarà più pesante, sarà più inaccettabile”. Non è questo che dici? “Sarebbe bello tenersi le speranze legate alla vita divina, ma la natura umana contrasta la realtà della natura divina”. Allora la Chiesa ti dice: “Non è così!” e come prova che non è così, tu puoi assumere il corpo di Cristo, per portarlo dentro la storia e finalmente vedrai risplendere anche la sua divinità, perché Lui agirà nella tua storia, Lui vuole agire nella tua storia”. Allora la liturgia che tu impari qua, è solo un racconto di quello che accadrà là. Tu vieni in Chiesa per vedere questo racconto della salvezza attraverso le Letture, attraverso l’Offertorio, attraverso la Consacrazione, attraverso il Padre Nostro, attraverso tutta la preghiera della Chiesa, prendi questa realtà che ti è stata raccontata e la vai a verificare, come fa Maria quando va da Elisabetta (cfr. Lc 1,40ss), dentro la storia.
Ti accorgerai che nella storia c’è già un grembo gravido di Giovanni Battista, c’è già un grembo nella storia che aspetta che venga Maria e che racconti il suo Magnificat e dica: “Veramente Dio ha ascoltato la mia preghiera, ecco: l’anima mia magnifica il Signore”. Questa è la tua vocazione. Contemplare la maternità divina significa prendere per sé questa vocazione, abitare questa missione e raccontare al mondo ciò che la liturgia ha raccontato a te. Ma se tu invece separi la natura divina dalla natura umana, se tu separi la liturgia dalla vita, allora sei un pagano che va al tempio a fare i suoi miscuglietti e poi torna a casa a fare tutti gli altri miscuglietti che conosce. Questo non paga e che non paga te ne sei accorto, perché la solitudine là dove non c’è Dio ti strangola; perché la paura là dove non risplende la luce del Verbo, ti uccide, ti soffoca; perché l’angoscia fuori dalla speranza della risurrezione è troppo forte, è insopportabile. Allora accetta volentieri, dì anche tu come Maria, fa come lei: “Io non conosco uomo, io non conosco questa realtà, non ne so le condizioni di possibilità, ma grazie alla fede di tutta la Chiesa io prendo per me questo pezzo di speranza che assumo tra poco che è il Corpo stesso di nostro Signore, la assumo questa porzione di vita eterna, questa porzione di speranza. Desidero custodirla nella fede dentro la storia finché Dio non mi salvi e non mi santifichi totalmente, finché non santifichi tutto l’ambiente in cui vivo, fino al compimento di questo meraviglioso disegno di salvezza”. Non separare il culto a Maria da questa certezza, altrimenti costei sarà una regina del cielo, sarà una dea quasi, ma non avrà più la connotazione della speranza che la Chiesa invece ti indica. Non sarà più l’utero della grazia, non sarà più l’occasione dell’incontro con Dio. Sarà una persona lontana, da invocare di tanto in tanto, in un pantheon di virtuali divinità. E mentre noi dicevamo tutte queste cose meravigliose, qualcuno aveva bisogno di rispondere al telefono: è proprio la contraddizione della storia.
Ma noi non ci scandalizziamo, portiamo questo tesoro in vasi di argilla (cfr. 2Cor 4,7), nella speranza però che la divinità del Cristo ci salverà totalmente.

Sia lodato Gesù Cristo.

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