Paolo de Benedetti: “La morte di Mosè e altri esempi”

Morcelliana, 2005, Brescia
21 maggio 2016

La morte di Mosè e altri esempi

DEBENEDETTI“L’autore, che se dovesse dichiarare la propria fede si definirebbe giudeo-cristiano, non crede di aver scritto cose originali, e non lo vorrebbe, perché il suo proposito è stato di leggere, e non di inventare risposte: ma spera vivamente di non essere considerato un autore di meditazioni. La sua professione di fede spiega la parte che hanno avuto qui l’Antico Testamento, potente correttivo al pietismo cristiano, e il giudaismo, che lo accompagna in esilio nella ecclesia gentilitatis, dopo che i romani hanno distrutto, esattamente 1900 anni fa, il cuore della sua chiesa (ma, grazie ai farisei, non sono riusciti a distruggere la sinagoga). La sua condizione di laico, ascoltatore di sessantadue prediche all’anno, l’ha indotto a essere breve. E poiché, nella situazione turbata del cristianesimo oggi, la prolissità è spesso veicolo di tendenziosità e viceversa, l’autore, che suppone di essere tendenzioso e partigiano, si è imposto la brevità anche come criterio di ricerca e disciplina. Egli non è affatto sicuro di aver capito la Bibbia, ma è sicuro di averla frequentata, e questo lo scuserà forse presso chi dissente da lui”.

Difficile sarebbe trovare parole più efficaci di quelle che l’autore stesso ha premesso alla prima edizione (del 1971) di questa raccolta di considerazioni (51) sulla Bibbia, tentativi e offerte di approfondimento e indagine di un senso ulteriore, rispetto a quelli già investigati, una sorta di trait-d’union sapienziale tra giudaismo e cattolicesimo, una proposta talvolta provocatoria, sempre, nello stile di De Benedetti, incentrata su quella domanda incessante che unisce l’uomo sapiente a Dio.

Si trovano nei brevi capitoli di questo testo dei commenti su secolarizzazione, il sacro e la Legge, il profano e il profetismo. La Bibbia diventa occasione per rileggere il presente sempre nella convinzione che l’uomo è importante per Dio e che questo si comprende solo ascoltando ciò che dice, poiché Egli per primo parla a noi e non viceversa.

Sarebbe difficile contrarre il senso complessivo delle argomentazioni di De Benedetti in questo testo, che è sostanzialmente un invito a lasciarsi interrogare dalla Scrittura e ad interrogarla, a cercare oltre, a porsi in ascolto di quella “voce di silenzio sottile” che intende rivelarsi all’uomo per svelare il senso della storia, quella che ognuno vive nella propria vita.

Forse, allora, la maniera migliore per conoscere questo libro è offrirne due brevi passaggi, che mostrino la modalità di approccio alla Scrittura e ai temi della fede dell’autore, che ne evidenzino alcuni di quei tratti che fa bene trovare anche nei libri che parlano della religiosità e che con frequenza si trovano in Paolo De Benedetti: due su tutti, da un lato lo studio continuo della Parola, che diviene disputa, lite con Dio, relazione, alla ricerca della comprensione della giustizia di Dio (anche dove talvolta, come nella Shoà, l’uomo da solo desisterebbe) e del progressivo svelamento del Suo progetto e, dall’altro, quella forma di ironia, tipica dell’ebraismo, che per i credenti può diventare espressione di quella letizia del profondo donata a coloro che, pur tribolati, credono nella resurrezione.

LA NOSTRA MANIERA DI BEN PENSARE

Dice una parabola rabbinica che, nel giorno della resurrezione, i giusti e i malvagi vedranno le tentazioni della loro vita passata. Ai giusti, esse appariranno come una montagna, per significare che senza l’aiuto di Dio non sarebbero riusciti a vincerle, e ai malvagi esse appariranno come un capello, per significare che bastava uno sforzo minimo per ottenere l’aiuto di Dio. Questa parabola può invitarci a riguardare ogni spazio della nostra vita, giorni e anni: non si vuole suggerire un esame di coscienza personale o collettivo, ma ripensare piuttosto al nostro modo di reagire – col giudizio e col sentimento – ai fatti del mondo.

Quanti eventi pubblici e privati, intimi ed esterni, ci sembrano ora (e non ci sembravano prima) montagne o capelli? Quante furono le nostre vittorie contro le montagne, e le nostre sconfitte contro un capello? Ammetterlo non è una confessione di impotenza conoscitiva di fronte alla realtà, ma il riconoscimento della differenza tra il giudizio storico, che viene dopo e può anche essere una condanna, e il giudizio immediato, che è una reazione da non erigere in assoluto. Forse anche per questo l’evangelo parla del giudizio finale (un giudizio che sgorgherebbe dalle cose stesse anche se Dio non ci fosse), ma ci ordina di non giudicare. Il nostro giudizio quotidiano deve essere uno sforzo di conoscere, di perfezionare la probabilità delle nostre ipotesi, ma non deve assolutamente dimenticare che solo dopo, distingueremo i capelli dalle montagne. Non è una condizione disperante, è semplicemente una condizione umana. Se noi, volgendoci indietro, vedessimo le cose come apparivano giorno per giorno, dovremmo allarmarci: o non c’è stato in noi progresso, o l’ideologia ci ha ingoiati, o siamo usciti dalla storia e da noi stessi. Invece noi dobbiamo anticipare, da buoni storici di noi stessi, il giudizio di Dio e – come dice una preghiera per la festa ebraica dell’Espiazione – far passare le nostre azioni e i nostri pensieri come pecore davanti a noi, e nello stesso tempo, giorno per giorno, non giudicare. Questa contraddizione deve essere la nostra maniera di ben pensare.

UDIRE SOLO UNA VOCE

Il primo discorso di Mosè, riferito dal Deuteronomio, insiste sul concetto, già presente nelle tradizioni dell’Esodo, della invisibilità di Dio: «Il monte divampava fino al cuore del cielo, e c’erano tenebre, nubi e caligine. E il Signore parlò a voi di mezzo al fuoco; voi udiste il suono delle parole, ma non vedeste nessuna immagine, se non una voce […] Quel giorno in cui il Signore vi parlò in Horeb di mezzo al fuoco, voi non vedeste nessuna immagine, affinché non vi corrompiate né vi facciate alcuna scultura di forma umana» (4, 11-12, 15-16). Tra tutte le ragioni che, nel mondo antico, fanno così diversa e straordinaria la fede biblica e il piccolo popolo che la professa, questa di un culto privo di immagini è certo la più grande e, anche da un punto di vista puramente naturale, la più prodigiosa. La terra di Israele era un angolo di provincia, infinitamente più arretrata delle società imperiali d’Egitto e Babilonia, del mondo greco ed ellenistico, della civiltà romana. Eppure, Tacito nelle Storie (v, 9) riporta come un fatto curioso che, quando Pompeo, nel 63 a.c., entrò nel Tempio di Gerusalemme, non vi trovò alcuna immagine di dei, ma dei «vacuam sedem et inania arcana». La grandezza di quel Tempio vuoto gli sfuggiva: gli antichi non potevano concepire, se non forse in sede filosofica e libresca, un Dio spirituale. Essi sapevano benissimo che i simulacri dei tempi i non erano la divinità bensì la rappresentavano, ma poi di nuovo questa divinità rimaneva nel cerchio magico della immaginazione, della finitezza e della esteriorità. Una finitezza e una esteriorità che avevano profonde e negative ripercussioni sull’intera vita etica dei credenti (se è lecito chiamare così i seguaci di religioni molto formali e irrilevanti).

Il divieto espresso dalle parole di Mosè citate, e da quelle che le seguono («[…] affinché, alzando gli occhi al cielo, e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito celeste, tu non ti senta spinto a prostrarti davanti a quelle cose per adorarle»: Deuteronomio 4, 19), non va perciò inteso solo nel senso ristretto di impedire l’idolatria: era già accaduto, nel caso del vitello d’oro, e sarebbe accaduto nei tempi i di Samaria e delle colonie ebraiche d’Egitto, che vi fosse un culto jahvista relativamente puro, almeno all’inizio, benché mediato da immagini. Il divieto di Mosè va inteso come educazione ad aprire gli occhi sulle realtà invisibili, sul mondo dello spirito, nel quale abita Dio e nel quale deve abitare l’uomo. L’uomo abituato all’esistenza di “cose” non rappresentabili, dentro e fuori di lui, è assai diverso dall’uomo che a ogni realtà fa corrispondere un’immagine. Questa educazione non è molto progredita in duemila anni: bisogna anzi ammettere che, una volta cessato il pericolo dell’idolatria, il cristianesimo storico fu esso stesso responsabile di un regresso, sia pure rivestito delle più splendide forme di arte. Un regresso non solo verso l’immaginazione, ma, nel gradino più basso e largo della devozione popolare, verso l’idolatria vera e propria. Ma uguale responsabilità, se non maggiore, tocca oggi al tipo di civiltà in cui siamo coinvolti. È dissennato condannare, in base ad altri modelli storici o a miti messianici, la nostra civiltà: però bisogna riconoscervi una forte, irresistibile emergenza delle cose visibili, sia come oggetti di consumo sia come immagini pure e semplici. Si è parlato di civiltà dell’immagine, si potrebbe parlare di civiltà delle cose: in ogni senso, è sempre più difficile tenere aperto un varco a ciò che non si vede, udire «se non una voce», come dice Mosè. L’uomo non biblico, da Tacito a oggi, è tentato continuamente di considerare questo invisibile come un meno, se pure lo ammette. Nascono così i grandi smarrimenti; le grandi crisi quando le cose deludono o vengono meno: nella morte, nella solitudine, nelle difficoltà. Non avvezzo a navigare al di là delle cose l’uomo, come i navigatori medioevali, immagina mostri (cioè altre cose non sue), e fa naufragio; mentre in quel mare non ci sono mostri, ma i significati stessi delle cose e di noi: «Voi non vedrete nessuna immagine», ci ammonisce Mosè, «affinché non vi corrompiate».

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