Rita Torti Mazzi “La preghiera ebraica”

Alle radici dell’eucologia cristiana - San Paolo (2004) Cinisiello Balsamo (Mi)
07 febbraio 2015

La preghiera ebraica

la preghiera ebraica“Una preghiera che sa da dove viene e dove va: matura, perché rispettosa della storia del dialogo che Dio da sempre intesse con l’umanità di ogni tempo, da Adamo, da Abramo, da Davide… fino alle attuali forme”. Così viene presentato questo studio sulla preghiera ebraica come radice dell’eucologia cristiana. Ma cos’è l’eucologia? È un ramo della teologia cristiana che si occupa delle ‘preghiere’. Dunque, troveremo all’interno di queste pagine la spiegazione delle origini e della modalità delle più importanti orazioni ebraiche, un’ampia sezione antologica e soprattutto, la possibilità di riscontrare quanto siano forti i legami tra la preghiera ebraica e quella cristiana, tra la fede che professiamo in Gesù e quella che si professava al tempo in cui il Figlio di Dio viveva, da ebreo, come gli apostoli e i primi discepoli perché la Chiesa, il cristianesimo, si fondano sul giudaismo, in modo particolare quello del I secolo.

Dopo secoli di grande difficoltà, il dialogo ebraico cristiano ha ripreso vigore dopo il Concilio Vaticano II e in particolare con l’istituzione da parte di Paolo VI, nel 1974, di una Commissione speciale per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Si afferma nella dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”: “Dato il vincolo particolare che lega la Chiesa al popolo ebraico, per comprendere meglio alcuni aspetti della vita della Chiesa, come per esempio la liturgia, è necessario conoscere e apprezzare il patrimonio comune”; e Giovanni Paolo II afferma nel 1982 “tenendo però anche conto della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, così come esse sono professate e vissute ancora adesso”. In alcuni documenti pubblicati ad opera della citata Commissione il 1 dicembre 1974 (i e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, 4) e il 24 giugno 1985 (Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica), si evidenzia come il tema della liturgia appare di particolare importanza per il dialogo ebraico-cristiano. Come Gesù prendeva parte alla liturgia sinagogale, in un primo tempo, i giudeo-cristiani continuarono a pregare insieme agli ebrei nelle sinagoghe. D’altronde, non solo non vi erano impedimenti a farlo, ma non avevano soprattutto alcuna luogo proprio dove riunirsi, così come da principio non avevano né preghiere specifiche, all’infuori del Padre Nostro insegnato ai discepoli da Gesù, né una particolare liturgia da elevare a culto pubblico. Si potevano però, sin dai primi tempi dopo la vicenda umana del Figlio di Dio, ritrovare alcuni riti, come la cena del Signore (cf lCor 11,19), detta anche frazione del pane (Lc 24,35; At 2,42.46; 20,7.11; 27,35) o eucaristia, cioè ‘rendimento di grazie’ (Didaché, 9-10.14), per la quale nei primi tempi ci si riuniva nelle case. La celebrazione eucaristica, celebrazione pasquale, si svolgeva all’interno di un ambito prevalentemente domestico e familiare, come del resto la cena pasquale ebraica, ma come, potremmo aggiungere, avviene anche per lo Shabbat ancora oggi.“I cristiani e gli ebrei celebrano la pasqua: pasqua della storia, protesa verso l’avvenire, per gli ebrei; pasqua realizzata nella morte e nella risurrezione di Cristo, per i cristiani, anche se ancora in attesa della consumazione definitiva […]. È ancora il ‘memoriale’, che ci viene dalla tradizione ebraica, con un contenuto specifico, diverso in ciascun caso. Esiste dunque, dall’una e dall’altra parte, un dinamismo parallelo: per i cristiani, esso dà senso alla celebrazione eucaristica […], celebrazione pasquale e, in quanto tale, attualizzazione del passato, vissuto nell’attesa ‘della sua venuta’ -1Cor 11,26- (Sussidi, 5,2)”. In Orientamenti si sostiene “dovranno essere ricordati i legami esistenti tra la liturgia cristiana e la liturgia ebraica… è necessario conoscere gli elementi comuni della vita liturgica (formule, feste, riti, eccetera) nei quali la Bibbia ha un posto essenziale” e, ancora, serve “comprendere meglio tutto ciò che, nell’Antico Testamento, conserva un valore proprio e perpetuo”. Nei Sussidi si afferma: “ebrei e cristiani fanno della Bibbia la sostanza della loro liturgia, per la proclamazione della Parola di Dio, la risposta a questa Parola, la preghiera di lode e d’intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia della parola, nella sua struttura propria, ha origine nell’ebraismo. La preghiera delle ore e altri testi e formulari liturgici si riscontrano parallelamente anche nell’ebraismo, come le formule stesse delle nostre preghiere più sacre, così ad esempio il Padre Nostro. Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica” (Sussidi, 5,1). Le feste cristiane hanno spesso una matrice ebraica: la Pasqua, non può essere compresa prescindendo da Pesach e da Chag ha-matzot. Allo stesso modo, il lezionario di Chanukkah permette di comprendere il discorso di Gesù sul “buon pastore” (cf Gv 10,22). Sukkot, festa delle Capanne, è occasione per Gesù di presentarsi come “l’acqua viva che disseta” (Gv 7,37-38) e “luce del mondo” (Gv 8,12). Shavuot (Festa delle Settimane o Pentecoste) o catzèret (‘conclusione’) diventa nel Nuovo Testamento dono dello Spirito Santo. Nell’iconografia primitiva del Natale, una grande importanza veniva data alla recita quotidiana della caqedah (legatura) che rimanda sì al sacrificio di Isacco, ma è una forma di interpretazione profetica della nascita di Gesù da parte cristiana. Nel primo capitolo di questo libro Rita Torti Mazzi presenta le diverse fonti della preghiera: bibliche, ma non solo. L’Antico Testamento e insieme quegli scritti del Nuovo, che forniscono dati importanti sulla vita liturgica al tempo di Gesù e nell’epoca immediatamente successiva. “La prima fonte cui fare riferimento per la conoscenza dell’eucologia ebraica è l’Antico Testamento, nel quale la preghiera e il culto sono i movimenti privilegiati della relazione personale e collettiva degli Israeliti con Dio, che li ha scelti e chiamati a vivere nella sua alleanza Il Nuovo Testamento, presentandosi come “compimento” dell’AT, per molti aspetti si colloca in continuità con esso”. Interessante che nell’Antico Testamento si trovino molti riferimenti non solo ai testi delle preghiere, ma all’organizzazione del culto intorno all’arca e alla Tenda del Convegno, prima della costruzione del Tempio e poi all’interno di questo, come nelle case di abitazione. Di rilievo anche la sottolineatura trovata nell’AT sui tempi della preghiera, il culto e su come pregare.Immediatamente dopo Antico e Nuovo Testamento, tra le fonti dell’eucologia si indicano quelle rabbiniche, contenenti molti riferimenti a preghiere o ad altri atti di culto: la Mishnah (“Ripetizione”), in cui all’inizio del III secolo è stata codificata la Torah orale e il Talmud nella sua duplice forma (di Babilonia e di Gerusalemme). Tra le fonti si devono poi considerare il Siddur, ordine o “rituale” delle preghiere, utile per conoscere i testi integrali delle preghiere e dei riti, infine, i manoscritti di Qumran, materiale riguardante un periodo in cui la preghiera ebraica non era stata ancora definitivamente fissata. Nel secondo capitolo, si accenna ai tempi e ai luoghi della preghiera e ai motivi per cui, in un determinato momento, dopo la distruzione del tempio (70 d.C.), l’impossibilità di offrire olocausti e immolazioni, favorì il passaggio dall’offerta sacrificale al culto del cuore, la preghiera diventa sacrificio offerto a Dio con cuore contrito e umiliato (Sal 50,8-23). “Il Talmud definisce l’uomo come ‘la creatura che prega’. Come sinonimo di ‘essere umano’, la Mishnah (Bàva Kàmma 2a) usa infatti il nome mavceh, termine che il Talmud (ibid. 3b) fa derivare dalla radice bch (‘pregare’). Sempre secondo il Talmud (b.Berakot 5b) il termine nèfesh (‘anima’) è sinonimo di ‘preghiera’ (cf Scherman, XII). La preghiera, dunque, nella vita di un ebreo, è la sua stessa vita”. A partire da questa affermazione, tanto dirompente quanto radicale, si considerano i diversi tipi di preghiera attestati dalle fonti bibliche: preghiere personali, di intercessione, per la liberazione dai nemici o contro i nemici, preghiere con cui si esprime riconoscenza o fiducia o si proclama la propria fede in Dio, “inni in cui l’uomo, abbagliato dallo splendore e dalla potenza di Dio, esprime stupore, ammirazione, timore e riverenza di fronte alla maestà divina”. Ci sono poi due specie particolari di preghiera che merita evidenziare: benedizioni e acclamazioni liturgiche. Le formule di benedizione che l’ebreo osservante recita nel corso del giorno ‘berakot’ individuali, familiari, oltre alle preghiere e benedizioni della liturgia familiare e sinagogale dei giorni feriali, dello Shabbat, o delle altre feste e solennità annuali. Benedizione deriva dalla radice barak (‘benedire’), e originariamente sta per ‘piegare le ginocchia’. Nel tempo, diventò una forma di intercessione, ‘pregare per il benessere di qualcuno’, ‘invocare su qualcuno benedizioni dal cielo’, ma anche ‘lodare ed esaltare Dio’. In questa direzione, la benedizione per eccellenza è quella che si trova in Numeri 6, 22-27, conosciuta come Benedizione di Aronne sacerdote. Si tratta di una benedizione rivolta a tutto il popolo, ma espressa con il tu della seconda persona singolare, perché concessa a ciascuno singolarmente.Oltre alle formule di benedizione, rilevanti al fine della conoscenza sinergica, quasi, tra la preghiera ebraica e quella cristiana sono sicuramente le acclamazioni liturgiche quali amen, osanna, alleluia. Nell’AT Amen (È vero!’, ‘E certo!’) si usa come risposta ad una benedizione, ad un invito alle lodi (Ne 8,6; lCr 16,36), ma lo si può trovare anche a conclusione di una maledizione e allora significa ‘così sia’, espressione che ne rafforza il valore(Nm 5,22; Dt 27,15-26). Spesso Gesù inizia i suoi discorsi con Amen per sottolinearne l’autorevolezza (Mt 8,10; 10,15; Gv 1,51, ecc.) ed egli stesso in Ap 3,14 è chiamato “l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio”. Osanna era originariamente quella specifica invocazione con la quale si chiedeva aiuto ad un re (2Sam 14,4: hoshyah “Salva!”) o a Dio (Sal 118,25: hoshycah-nna’ = ‘deh! salva!’). “Nella liturgia ebraica, diventa preghiera e grido di gioia (cf anche Ap 7,10). Con quest’acclamazione, che precede e segue le parole ‘Benedetto Colui che viene nel nome del Signore’, la folla accoglie Gesù che entra a Gerusalemme (Mt 21,9.15; Mc 11,9-10; Gv 12,13). Nella liturgia cristiana, l’intera formula fu aggiunta al Sanctus verso l’anno 500”. Alleluia (“Lodate Yh[wh]!”) è un’acclamazione liturgica che si trova all’inizio e/o alla fine di alcuni salmi detti appunto allelujatici (Sal 104-106; 111-113; 115-117; 135; 146-150).La Didaché rappresenta un anello di congiunzione tra l’eucologia ebraica e quella cristiana. I punti di riferimento con l’AT e l’esegetica rabbinica (Did. 1-6) sono costanti, nella redazione più antica della Didaché si vedono ancora ben evidenti le influenze giudaiche e pure già delineati gli adattamenti “cristiani”. Anche la nostra attuale celebrazione eucaristica si è arricchita di alcune eulogie: “alle precedenti parole che accompagnavano la presentazione offertoriale: ‘Suscipe, sancte Pater …’ (per l’ostia) e ‘Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris …’ (per il calice) nel Messale del Concilio Tridentino, la liturgia rinnovata ha preferito la formula: ‘Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo …’ che riprende la ‘Benedizione consacratoria’ della Haggadah di Pesach”. Anche nella liturgia che accompagna la recita dello Shema e in alcune orazioni che accompagnano la lettura della Torah e nei riti dello Shabbat, si possono rinvenire dei paralleli eucologici con il prefazio della liturgia eucaristica cristiana, accompagnato in seguito dal trisàgion (tre volte santo, che corrisponde al Kadosh, Kadosh, Kadosh, che il Sommo Sacerdote invocava nel giorno di Yom Kippur a nome di tutti come invocazione a nome di tutti gli israeliti). “Questo non significa che le due formule eucologiche siano in posizione di continuità soprattutto lessicale; piuttosto si constata che col tempo ci sia stato un passaggio dall’una all’altra a partire dal contenuto tematico comune”. Allo stesso modo, la preghiera “senza interruzione”, incessante, insegnata da Gesù ai discepoli (cf Lc 18,1-7; At 1,14; Rm 12,12; Ef 6,18) era già una caratteristica del pio ebreo. Sin dall’AT si sconsigliava una preghiera che fosse ripetizione vuota e frettolosa (Sir 7,14; Qo 5,1-2) e Gesù invita a una preghiera interiore (Mt 6,6; cf 2Re 4,33; Is 26,20), fiduciosa nei confronti del Padre. Preghiera di sintesi, il Padre Nostro, ha riferimenti nella preghiera di Agur, nella preghiera prima dello Shema, nella cAmidah o Shemonehcesreh, nella preghiera delle ‘Diciotto benedizioni’ e nel Qaddish, laddove si trova: “Sia magnificato e santificato il suo Nome grande (cfr Zc 14,9, Dn 2,20) … nel mondo che Egli ha creato secondo la Sua volontà. Venga il Suo regno e faccia germogliare la Sua salvezza e avvicinare il Suo Messia”. Ancora, nel Talmud si legge “Dice R. Eliezer: ‘Fa’ nel cielo la Tua volontà, da’ la gioia a quelli che in terra hanno timore di Te’”. E nei Proverbi (30,8): “Tieni lontano da me falsità e menzogna, non darmi né povertà né ricchezze, ma concedimi il vitto necessario”; in Sir 28,2: “Perdona al tuo prossimo i suoi torti, e quando pregherai ti saranno rimesse le tue colpe”. Infine, in b. Berakot 60b: “non farci venire in potere dell’errore, né in potere della trasgressione e del peccato, né in potere della tentazione”.Molto utile, nel terzo capitolo, la raccolta antologica dei testi di preghiera più importanti, con brevi note di spiegazione, anche sulla gestualità di chi prega. In queste pagine di Rita Torti Mazzi troviamo, dunque, non solo un invito ad approfondire la conoscenza dell’ebraismo, ma le “comuni” radici fanno di noi come di un albero, albero della vita in questo caso, e ricordando le parole di San Paolo potremmo dire: Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te (Rm11,17-18).

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