IV° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico C
17 aprile 2016

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

PRIMA LETTURA – Dagli Atti degli Apostoli (At 13,14.43-52)

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.
Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Dal Salmo 29
R. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.

SECONDA LETTURA – Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 7,9.14-17)

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna,
perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Il Figlio di Dio e il Padre sono di una medesima sostanza.”
DALLE PAROLE DEL VANGELO DI GIOVANNI 10, 20:
” IO E IL PADRE SIAMO UNA COSA SOLA “(DISCORSO 139)
Sant’Agostino

2. 2. Forse non riuscite a intendere che vuol dire: ” di una medesima sostanza “. Ci adopereremo – e Dio conceda il suo aiuto a me che parlo e a voi che ascoltate – a rendervene possibile l’intelligenza; aiuti me ad enunciare quelle implicazioni che sono vere e accessibili a voi; e aiuti voi, all’incontro, a dare prima di tutto e soprattutto l’assenso della vostra fede; poi a comprendere come potete. Che significa allora: ” di una medesima sostanza “? Mi servirò per voi di similitudini, così che sia chiarito dall’esempio ciò che si presenta meno intelligibile. Come, per esempio, Dio è oro e oro è il Figlio di lui. Se non vanno approntate similitudini, comparando le cose celesti con quelle terrene, com’è che è stato scritto: E quella roccia era il Cristo (1 Cor 10, 4)? Quindi, tutto ciò che è il Padre, questo è il Figlio. Giacché chi dice: Il Figlio non è della medesima sostanza del Padre, che altro dice se non: Il Padre è oro, il Figlio è argento? Se il Padre è oro e il Figlio è argento, il Figlio unico ha subito uno scadimento in relazione al Padre. L’uomo genera l’uomo: la sostanza del figlio che è generato è la medesima sostanza del padre che genera. Com’è della medesima sostanza? Uomo è l’uno, uomo è l’altro; l’uno ha un’anima, l’altro ha un’anima; l’uno ha la carne e l’altro ha la carne; ciò che è l’uno, questo è l’altro.

Trascrizione dell’Omelia

E’ sorprendente vedere come un brano così piccolo del Vangelo di Giovanni dedicato al Buon Pastore, invece convergano tante cose che riguardano la nostra salvezza personale e la nostra vocazione nella chiesa. Cerchiamo di dare una fisionomia a questo “Buon Pastore” come dice anche il versetto dell’Alleluia, un Pastore che dice che le pecore lo conoscono: “Le mie pecore conoscono la mia voce ed io le conosco”, vorrei entrare in questa immagine attraverso una categoria che ci offre Sant’Agostino parlando delle pecore che sono perdute nei monti di Israele. Agostino dice: “Provate ad immaginare questi monti di Israele come se fossero le pagine della Sacra Scrittura”, che cosa c’è sulle pagine della Sacra Scrittura? Ci sono le parole. Ci sono delle parole e noi sappiamo che sono le parole di Dio, tant’è che tutte le volte che la leggiamo, che la ascoltiamo diciamo: “Parola di Dio”, “Rendiamo grazie a Dio”, “Parola del Signore”, dunque sono le parole di Dio, sono le parole di quel Dio che attraverso la parola ha creato ogni cosa, “Dio disse e la luce fu” (Gen 1), la sua parola evoca una realtà e la genera, la crea, di tutte queste parole con le quali il Creatore ha fatto tutte le cose, ce n’è una che precede tutte le cose, quella di cui è detto: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, per mezzo di lui sono state fatte tutte le cose” (Gv 1), allora tante parole per creare le cose, una per creare la luce, una per dividere le acque di sopra da quelle di sotto … una parola per ogni cosa, tu dirai: “Anche una parola per me”, certo, c’è anche una parola che ha chiamato te all’esistenza, viene sempre dalla bocca del Dio Creatore, Lui che ti ha conosciuto da sempre ti ha predestinato, ti ha chiamato, ti ha fatto entrare nella storia, ti offre la sua grazia, i suoi aiuti, per portarti alla gloria, dice San Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 8,27-31). Dunque un piano di Dio in cui le parole non stanno così a caso, come forse pensiamo noi, perché noi il mondo così lo vediamo, guardiamo quelli che stanno intorno a noi e diciamo: “ma chi lo conosce”, “ma guarda quello che fa”, “come è diverso da me”, “in quello mi riconosco” e poi scopri che non è vero, noi non abbiamo la capacità di mettere le persone in relazione tra loro, come non siamo capaci di mettere insieme le parole di Dio, eppure sappiamo che chi ha chiamato all’esistenza le persone e chi ha detto le parole, Lui guarda la storia come una realtà continua, come una realtà armonica, come qualcosa che dice addirittura la sua grandezza, la sua gloria, la sua presenza, di questo mosaico meraviglioso che è la gloria di Dio noi siamo tante tessere o seguendo questo paragone di Sant’Agostino, siamo delle pecore sulle pagine della Sacra Scrittura, noi siamo le parole che stiamo su queste pagine, quando il Signore legge queste pagine della Scrittura, quando la chiesa legge queste pagine, noi ci scopriamo chiamati, chiamati per nome, individuati nella nostra difficoltà, strappati dalla nostra solitudine, rialzati dal nostro peccato, insomma ci sentiamo presi dal non senso del mondo ed inseriti in un cammino di salvezza e questo ci fa piacere. Dunque che cosa abbiamo compreso? Abbiamo compreso che il Verbo, che di tutte queste parole è il prototipo e che è addirittura Dio Egli Stesso, quando noi siamo chiamati si specchia in noi e ci chiede di specchiarci in Lui. Questo Verbo ci conosce, conosce la parola che ci ha chiamati, questo Verbo conosce il nostro nome, sai cosa vuol dire? Vuol dire che conosce il nostro desiderio di tornare a Dio ma anche la nostra incapacità di farlo, che sostiene il nostro desiderio della gloria ma anche conosce la difficoltà nel seguirlo, proprio come il “Buon Pastore” come dice il profeta Isaia, porta pian piano le pecore madri, conduce gli agnellini sul petto (Is 40,11), ha pietà, compassione, tenerezza di ognuna di queste parole perché ognuna di queste parole gli appartiene, Egli che è la parola detta dal Padre in principio prima di tutti i secoli, Dio con il Padre, contiene in Sé ogni realtà che ci riguarda personalmente e quando Dio guarda il Figlio guarda noi e quando il Figlio guarda noi, guarda l’amore del Padre che ci chiama dalle tenebre alla sua ammirabile luce (1Pt 2,9). Per questo Lui può dire: “Io conosco le mie pecore” ma per questo può dire: “Le mie pecore conoscono me”, perché? Perché non ci ha lasciati soli questo Pastore, mettendoci in relazione gli uni con gli altri ha creato la chiesa, creando la chiesa gli ha donato il suo Spirito, quello che gli appartiene, la relazione che ha con il Padre, così che ognuna di queste parole specchiandosi in Lui si specchia nel Padre e lo Spirito che è tra Lui e il Padre anima ogni nostro desiderio, sostiene il nostro cammino e ci riconduce a questa comunione che noi ormai chiamiamo vita eterna, una vita eterna non da raggiungere ma da gustare già qua come una caparra, direbbe San Paolo (Ef 1,14; 2Cor 5,5), come una caparra dello Spirito in noi che riproduce nella nostra piccola vita la grandezza della meraviglia della immensa vita di Dio. Allora, quando noi guardiamo a questo Buon Pastore, guardiamo a qualcuno che ci conosce, che si avvicina, che a buon diritto ci chiama per nome, che non ci fa camminare soli, anche se andassimo per una valle oscura Lui sarebbe con noi (Sal 23), siamo appoggiati al suo vincastro, che è il suo amore, al suo bastone, che è la sua croce, alla sua fedeltà, dunque non abbiamo paura, finché non ci condurrà un giorno al banchetto in cui verserà fino all’orlo, un vino buono, un vino nuovo, un vino della fine dei tempi, il vino delle nozze di Cana, il vino migliore che riscatta tutta la nostra esistenza. Se noi avessimo avuto un Dio lontano, troppo lontano, da andare a cercarlo e da propiziare in qualche modo, saremmo ancora nel nostro paganesimo, ma quando Egli è venuto da noi, ha mandato il Figlio nella nostra carne e ci chiama con un nome che ormai gli appartiene dal nostro Battesimo, torna ad essere un Dio prossimo, conoscibile, amabile, dal quale ci sentiamo amati, mai giudicati, sostenuti e salvati per sempre. Questa speranza che brilla nella luce della Pasqua dilati il tuo cuore e lo cambi, perché se impari a conoscerti come uno amato da Dio, nel quale Dio ha un progetto, molte delle cose che oggi ti opprimono, ti pesano, diventeranno per te invece occasione della benedizione e discernimento per la tua vocazione personale.

Sia lodato Gesù Cristo.

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