VI° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico B
13 maggio 2012

Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-17)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

PRIMA LETTURA Dagli Atti degli Apostoli (At 10,25-26.34-35.44-48)

Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!».Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.

SECONDA LETTURA – Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 4,7-10)

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

IL COMANDAMENTO «NUOVO» DI GESÙ
Gregorio Magno, Hom. in Ev., 27, 1 s.

Dal momento che la Sacra Scrittura è tutta piena di divini precetti, come mai il Signore parla della carità quasi di un comandamento unico, e dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente” (Gv 15,12), se non perché i comandamenti sono tutti compendiati nell`unica carità e tutti formano un unico comandamento? Infatti, tutto ciò che ci viene comandato ha il suo fondamento solo nella carità. Come i molteplici rami di un albero provengono da una sola radice, cosí le molteplici virtù traggono origine dalla sola carità. E non ha vigore di verde il ramo del ben operare, se non resta unito alla radice della carità. Perciò, i precetti del Signore sono molti e al tempo stesso uno solo: molti per la diversità delle opere, uno per la radice della carità.
Come poi dobbiamo conservare la carità, ce lo insegna quegli stesso che in varie parti della Scrittura ci ordina di amare gli amici in lui e i nemici per lui. Possiede, invero, carità vera solo chi ama l`amico in Dio, e il nemico per Dio.
Vi sono alcuni, infatti, che amano il prossimo per affetto di sangue o di parentela, e ciò non trova sanzione di condanna nella Scrittura. Ricordiamoci però che una cosa è ciò che nasce spontaneamente dalla natura, un`altra è quel che siamo tenuti a praticare in obbedienza al precetto del Signore. Coloro che amano di amore naturale i loro parenti, amano certamente il prossimo; tuttavia, essi non acquistano i nobilissimi premi della carità perché il loro amore non è spirituale, bensì carnale. Ecco perché il Signore Gesù, dopo aver detto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate scambievolmente”, subito aggiunge: “come io ho amato voi”. Quasi a volerci dire: «Amatevi per quei motivi per i quali io stesso ho amato voi».
Per la qual cosa, fratelli carissimi, va notato con scrupolosa diligenza che il nostro antico avversario, mentre attrae il nostro spirito verso il diletto delle cose temporali, ci mette contro qualche prossimo debole, per strapparci via ciò che amiamo. E non si dà pensiero questo antico avversario, così facendo, di toglierci le cose terrene, bensì di ferire la carità in noi. Invero, quando ciò si verifica, noi subito diamo in escandescenze, e mentre bramiamo uscire vittoriosi all`esterno, dentro veniamo gravemente feriti; mentre all`esterno difendiamo cose da nulla, dentro alieniamo le maggiori, poiché mentre amiamo le cose temporali, perdiamo il vero amore. Chiunque infatti ci toglie del nostro, è un nemico. Però se avremo incominciato ad odiare il nemico, è dentro di noi che si verifica la perdita.
Quindi, quando subiamo qualche sgarbo esterno da parte di un prossimo, rimaniamo ben vigili rispetto al devastatore dell`anima nostra: nei suoi confronti non si dà modo più clamoroso di vittoria, se non quello stesso che usiamo quando ricambiamo con l`amore chi ci porta via i beni esteriori. Una sola è la prova suprema della carità: amare anche chi ci si rivela nemico. Ecco perché il Signore Gesù, pur subendo i tormenti della crocifissione, mostra verso i suoi persecutori sentimenti di carità, e dice al Padre: “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,24).
C`è da meravigliarsi dunque se i discepoli amano in vita quei nemici che il Maestro ha amato proprio mentre veniva ucciso? Egli esprime il culmine della carità, quando soggiunge: “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Il Signore era venuto a morire per i nemici, e tuttavia diceva di voler dare la sua vita per gli amici, per mostrarci che, senza ombra di dubbio, mentre possiamo trarre merito dall`amore dei nemici, diventano alla fine nostri amici persino coloro che ci perseguitano.

AMA E FA CIÒ CHE VUOI
Agostino, In Ioan. Ep. Tract., 7, 7-8

“In questo si è manifestato l`amore di Dio in noi, che egli ha mandato in questo mondo il suo Figlio Unigenito, affinché potessimo vivere per mezzo suo” (1Gv 4,9). Il Signore stesso ha detto: “Nessuno può avere maggior amore di chi dà la sua vita per i suoi amici”, e l`amore di Cristo verso di noi si dimostra nel fatto che egli è morto per noi. Quale è invece la prova dell`amore del Padre verso di noi? Che egli ha mandato il suo unico Figlio a morire per noi. così afferma l`apostolo Paolo: “Egli che non risparmiò il suo proprio Figlio, ma lo diede per noi tutti come non ci ha dato insieme con lui tutti i doni? (Rm 8,32). Ecco, il Padre consegnò Cristo e anche Giuda lo consegnò; forse che il fatto non appare simile? Giuda è traditore – dunque anche il Padre è traditore? Non sia mai, tu dici. Non lo dico io ma l`Apostolo: “Lui che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per tutti noi”. Il Padre lo diede e Cristo stesso si diede. L`Apostolo infatti dice: “Colui che mi amò e diede se stesso per me” (Gal 2,20). Se il Padre diede il Figlio ed il Figlio se stesso, Giuda che cosa fece? Una consegna è stata fatta dal Padre, una dal Figlio, una da Giuda: si tratta di una identica cosa: ma come si distinguono il Padre che dà il Figlio, e il Figlio che dà se stesso e Giuda il discepolo che dà il suo maestro? Il Padre ed il Figlio fecero ciò nella carità; compì la stessa azione anche Giuda, ma nel tradimento. Vedete che non bisogna considerare che cosa fa l`uomo ma con quale animo e con quale volontà lo faccia. Troviamo Dio Padre nella stessa azione in cui troviamo anche Giuda: benediciamo il Padre, detestiamo Giuda. Perché benediciamo il Padre e detestiamo Giuda? Benediciamo la carità, detestiamo l`iniquità. Quanto vantaggio infatti venne al genere umano dal fatto che Cristo fu tradito? Forse che Giuda ebbe in mente questo vantaggio nel tradire? Dio ebbe in mente la nostra salvezza per la quale siamo stati redenti; Giuda ebbe in mente il prezzo che prese per vendere il Signore. Il Figlio ebbe in mente il prezzo che diede per noi, Giuda pensò al prezzo che ricevette per venderlo. Una diversa intenzione dunque, rese i fatti diversi. Se misuriamo questo identico fatto dalle diverse intenzioni, una di esse deve essere amata, l`altra condannata; una deve essere glorificata, l`altra detestata. Tanto vale la carità! Vedete che essa sola soppesa e distingue i fatti degli uomini.
Dicemmo questo in riferimento a fatti simili. In riferimento a fatti diversi troviamo un uomo che infierisce per motivo di carità ed uno gentile per motivo di iniquità. Un padre percuote il figlio e un mercante di schiavi invece tratta con riguardo. Se ti metti davanti queste due cose, le percosse e le carezze, chi non preferisce le carezze e fugge le percosse? Se poni mente alle persone, la carità colpisce, l`iniquità blandisce. Considerate bene quanto qui insegniamo, che cioè i fatti degli uomini non si differenziano se non partendo dalla radice della carità. Molte cose infatti possono avvenire che hanno una apparenza buona ma non procedono dalla radice della carità: anche le spine hanno i fiori; alcune cose sembrano aspre e dure; ma si fanno, per instaurare una disciplina, sotto il comando della carità. Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa` ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell`amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene.

CRISTO NON VUOLE CHIAMARCI SERVI MA AMICI
Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 13, 4

Dal momento che tutti i precetti naturali sono comuni a noi e ad essi (Giudei), avendo avuto origine presso di loro, mentre presso di noi hanno trovato crescita e compimento – obbedire a Dio, infatti, seguire il suo Verbo, amarlo sopra ogni cosa e amare il prossimo come sé stessi (e l`uomo è il prossimo dell`uomo), astenersi da azioni malvagie, e così via, tutto ciò è comune agli uni e agli altri -, manifestano un solo e medesimo Signore. E questi, altri non è che nostro Signore, il Verbo di Dio, il quale dapprima attrasse a Dio dei servi, poi li liberò dal giogo della soggezione, secondo quanto egli stesso dichiara ai discepoli: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l`ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Quando, infatti, dice: “Non vi chiamo più servi”, vuole significare con assoluta certezza che è lui che, con la Legge, ha dapprima imposto agli uomini la servitù nei riguardi di Dio, e che in seguito ha ridato loro la libertà.
Dicendo, poi: “Perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, egli sottolinea l`ignoranza del popolo servile relativamente alla sua venuta.
Infine, chiamando amici di Dio i suoi discepoli, dimostra apertamente che egli è il Verbo, seguendo il quale, volontariamente e senza costrizioni, Abramo è divenuto, per la generosità della fede, “amico di Dio” (Gc 2,23).

NON SI DEVE GIUDICARE IL PROSSIMO
Doroteo di Gaza, Institut., 6, 76-78

Se infatti avessimo amore, insieme a compassione e pena tralasceremmo di guardare i difetti del prossimo, come è detto. “L`amore copre un gran numero di peccati (1Pt 4,8), e ancora: “L`amore non calcola il male, tutto ricopre” (1Cor 13,5ss), con quel che segue. Anche noi dunque, come ho detto, se avessimo l`amore, l`amore stesso riparerebbe ogni caduta, come i santi quando vedono i difetti degli uomini. Forse che i santi sono ciechi e non vedono i peccati? Chi odia tanto il peccato quanto i i santi? E tuttavia non odiano il peccatore, non lo condannano, non se ne allontanano, ma ne hanno compassione, lo ammoniscono, lo consolano, lo curano come un membro malato: fanno di tutto per salvarlo. I pescatori, quando gettano l`amo in mare e prendono un grosso pesce, se si accorgono che si agita e si divincola, non lo tirano subito con violenza, perché la lenza si romperebbe e tutto andrebbe perduto, ma gli danno corda abilmente e lo lasciano andare dove vuole; quando poi capiscono che non ce la fa più e ha cessato di dibattersi, allora piano piano cominciano a tirarlo indietro. Allo stesso modo fanno anche i santi: con la pazienza e con l`amore attirano il fratello e non lo cacciano via a calci né se ne disgustano, ma come una madre, se ha un figlio deforme, non se ne disgusta, non se ne allontana, ma volentieri lo adorna e fa quello che può per renderlo gradevole, cosí i santi sempre proteggono il peccatore, lo preparano, se ne prendono cura per poterlo correggere al momento opportuno e per non permettergli di danneggiare qualcun altro, ma per fare anch`essi maggiori progressi nell`amore di Cristo. Che fece sant`Ammonas, quando vennero quei fratelli, tutti turbati, a dirgli: «Ecco, guarda, “abba” c`è una donna nella cella del tal fratello»? Quanta misericordia dimostrò? Quanto amore ebbe quell`anima santa? Sapendo che il fratello aveva nascosto la donna sotto la botte, se ne andò a sederci sopra e disse agli altri di cercare in tutta la cella. E siccome non la trovarono, disse loro: «Dio vi perdoni!». Li svergognò per aiutare anche loro a non dar credito facilmente alle dicerie contro il prossimo; ma fece rinsavire anche quell`altro, non solo proteggendolo, dopo Dio, ma anche correggendolo, quando trovò il momento adatto. Infatti, dopo aver fatto uscire tutti gli altri, non fece altro che prendergli la mano e dirgli: «Pensa a te stesso, fratello»: e il fratello subito si vergognò e restò compunto, e subito agì sulla sua anima la bontà e la compassione dell`Anziano.
Anche noi, dunque, cerchiamo di acquistare l`amore, cerchiamo di acquistare la misericordia per il prossimo, per guardarci dalla terribile maldicenza e dal condannare o disprezzare chicchessia. Aiutiamoci gli uni gli altri come membra nostre. Chi, se ha una ferita nella mano o nel piede o in una delle altre membra, prova ripugnanza di se stesso o taglia via le proprie membra, anche se la ferita va in putrefazione, e non piuttosto la pulisce, la lava, vi mette empiastri, la fascia, l`unge con l`olio santo, prega, invoca i santi perché preghino per lui, come diceva anche l`”abba” Zosima? E insomma non abbandona, non rigetta il proprio membro o il suo fetore, ma fa di tutto per guarire. così dobbiamo anche noi compatirci gli uni gli altri, prenderci cura di noi stessi o direttamente o attraverso altri più capaci, ed escogitare e fare di tutto per aiutare noi stessi e aiutarci gli uni gli altri. “Siamo infatti membra gli uni degli altri”, come dice l`Apostolo (Rm 12,5). Se dunque siamo tutti quanti un solo corpo e uno per uno siamo membra gli uni degli altri, se un membro soffre, soffrono insieme a lui anche tutte le altre membra (cf.1Cor 12,26). Che vi sembrano i cenobi? Non vi sembrano un corpo solo, e membra gli uni degli altri? Quelli che governano sono la testa: quelli che sorvegliano e correggono sono gli occhi; quelli che aiutano con la parola sono la bocca; le orecchie sono quelli che obbediscono; le mani sono quelli che lavorano; i piedi sono quelli che hanno incarichi e si occupano dei servizi. Sei testa? Governa. Sei occhio? Sorveglia, fa` attenzione. Sei bocca? Parla, porta aiuto. Sei orecchio? Obbedisci. Sei mano? Lavora. Sei piede? Adempi ai servizi. Ciascuno serva il corpo per quanto può; studiatevi sempre di aiutarvi vicendevolmente, sia ammaestrando, sia ponendo la parola di Dio nel cuore del fratello, sia consolandolo nel tempo dell`afflizione, sia dandogli una mano nel lavoro e aiutandolo. Cercate insomma ognuno, come ho detto, per quanto può, di essere uniti gli uni agli altri: perché quanto uno è unito al prossimo, altrettanto è unito a Dio.
Voglio dirvi un`immagine dei Padri, perché capiate meglio il senso di questa parola. Supponete che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Centro si chiama propriamente il punto che sta proprio in mezzo al cerchio. Adesso state attenti a quello che vi dico. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro le vie, ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l`interno, desiderando di avvicinarsi a Dio, a mano a mano che procedono, si avvicinano a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano a Dio, si avvicinano l`un l`altro, e quanto più si avvicinano l`un l`altro, si avvicinano a Dio. Similmente immaginate anche la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si rivolgono verso l`esterno, è chiaro che quanto più escono e si dilungano da Dio, tanto più si dilungano gli uni dagli altri, e quanto più si dilungano gli uni dagli altri, tanto più si dilungano anche da Dio.

QUESTA È LA VIA SULLA QUALE CAMMINÒ CRISTO
da un antico discorso sull’amore di Dio e del prossimo

Amerai dunque il tuo Dio e amerai il tuo fratello, poiché «chi ama il suo fratello dimora nella luce e non v’è in lui occasione d’inciampo» (1 Gv 2, 10).
Amatevi quindi, fratelli carissimi, amate gli amici, amate i nemici. Che cosa perderete cercando di amare molti? Ascoltiamo il Signore, che nel vangelo dice: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35). Guardate come ha amato il Signore stesso, che ci comandò di amarci a vicenda. Amò i giudei che lo perseguitavano come nemici. Predicò ai discepoli il regno dei cieli. Essi lo ascoltarono e, lasciata ogni cosa, lo seguirono; e disse loro: Se farete ciò che io vi comando, non vi chiamo più servi, ma amici (cfr. Gv 15, 14. 15). Erano dunque suoi amici quelli che obbedivano fedelmente ai suoi comandi. Pregò per loro quando disse: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).
Ma forse che pregò per gli amici e non nominò i nemici?
Ascolta e impara. Durante la sua stessa passione, vedendo i giudei incrudelire contro di lui e gridare da ogni parte che fosse crocifisso, invocò a gran voce il Padre e gli disse: «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Come se dicesse: la loro malizia li ha accecati; la tua clemenza li perdoni. E la sua invocazione al Padre non fu vana, perché in seguito molti giudei credettero e, divenuti credenti, bevvero quel sangue che crudelmente avevano versato e divennero suoi seguaci quelli che erano stati i suoi persecutori.
È questa la strada su cui camminò il Cristo. Seguiamolo, per non essere inutilmente chiamati cristiani.

LA SCUOLA DELL’AMORE
San Bernardo

Siamo alla scuola di Cristo, nella quale veniamo istruiti con un duplice insegnamento: uno fornito da Cristo stesso come unico e vero Maestro, l’altro dai suoi ministri: questi ci insegnano il timore, lui l’amore. Per questo, quando venne a mancare il vino, comandò ai servi di riempire d’acqua le giare, e ancora oggi, ogni giorno, quando si raffredda la carità, i ministri di Cristo riempiono d’acqua le giare, cioè riversano il timore nella mente degli uomini.
È giusto che l’acqua significhi il timore, poiché come l’acqua spegne il fuoco così il timore spegne la libidine, e come l’acqua pulisce la sporcizia del corpo, così il timore purifica la sporcizia dell’anima. Riempiamo dunque le giare, cioè le nostre menti, con quest’acqua, perché “chi teme non trascura niente”, ed è davvero pieno perché non vi può cadere negligenza alcuna. Ma siccome l’acqua appesantisce, cioè siccome “il timore contiene il castigo”, bisogna andare da colui che trasforma l’acqua in vino, cioè converte il timore della pena in un timore casto, per sentire direttamente da lui quanto insegna sull’amore.
Dice infatti: “Questi è il mio comandamento, che vi amiate l’un l’altro”, come a dire: “Comando molte cose per bocca dei ministri, ma questo è quanto raccomando io in modo speciale”. E altrove dice: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete l’un l’altro”. Per dimostrare dunque che siamo discepoli della verità, amiamoci gli uni gli altri. E in questo amore restiamo vigilanti con una triplice attenzione, poiché “Dio è carità”. A questo amore che è Dio dobbiamo tutta la nostra attenzione, perché nasca, cresca, e si mantenga.
Nasce quando nutri il nemico, quando gli dai da bere, perché “facendo così accumuli sul suo capo carboni ardenti”. I carboni ardenti sono le opere di carità, che vengono accumulate sul diavolo, che è il capo di tutti i malvagi, in modo che questo capo scompaia, e nasca in loro come capo Dio, che è carità.
L’amore cresce se aiuti qualcuno che si trova nella necessità, se dai un prestito a chi te lo chiede, se apri il tuo cuore a un amico. Si conserva se con le parole e con le azioni vai incontro ai desideri dell’amico, offrendo anche ciò che non sembra strettamente necessario. Si mantiene anche, e cresce, quando offri un volto di bontà, una parola di dolcezza, un gesto radioso. Così l’amore, che si esprime nel volto e con la parola, riceve conferma dal gesto buono e radioso, poiché il far vedere un’azione costituisce la prova d’amore.

Trascrizione dell’Omelia

Tante volte abbiamo ascoltato questa Parola, proprio nella Luce del tempo pasquale, come oggi, tante volte abbiamo meditato su questo comandamento dell’amore, che sembra un po’ un paradosso: come si fa a comandare l’amore, soprattutto, alla nostra mentalità, a quella della nostra generazione. Si può forse comandare l’amore? Noi, che siamo i sommi sacerdoti della spontaneità a tutti i costi troviamo inadeguata questa espressione. E, infatti, questo Vangelo, spesso, quando lo abbiamo ascoltato ci ha messo un po’ in difficoltà, anche perché dobbiamo scegliere quando amare, decidere chi possiamo amare e mica tutti sono così amabili… C’è una casistica incredibile generalmente manifestata nel momento del sacramento della penitenza, in confessione, dentro la quale rientrano tanti personaggi che gravitano intorno alla nostra esistenza come pianeti pericolosi e indesiderabili e facciamo proprio fatica a conoscere e a pensare come oggetto addirittura del nostro amore.
Penso che questo ci sia veramente arduo e improbabile, perché conosciamo dell’amore un solo aspetto, quello che secondo noi è legato al sentimento. Riteniamo che l’amore sia una fonte di sentimento. Certamente, direte voi, che cosa altro può essere l’amore se non il sentimento per eccellenza? Ma, se fosse così, come potremmo dire che Dio è amore? Potremmo forse affermare che Dio è un sentimento? O potremmo dire che Dio è l’oggetto di un sentimento dell’uomo? Questa parola ci verrebbe incontro per rivelarci: non voi avete scelto me, io ho scelto voi. Se vi ho scelti, questo amore non può essere un sentimento.
Allora, dovremmo ripercorrere con il Cristo i comandamenti del Padre che Egli ci ha manifestato e che intende sempre ottemperare, perché li ha conosciuti, e entrare nel cuore di questa esperienza che chiama di amore, la relazione che Egli ha conosciuto con il Padre e lo Spirito Santo. Dovremmo poter entrare in una logica che non conosciamo, che ci è stata rivelata, la logica dell’amore trinitario. Di cosa si tratta? Una fiaccola accesa e che dura per l’eternità senza consumarsi? Un oggetto splendente sperduto in qualche luogo fantastico sperduto in un luogo fantastico della nostra immaginazione spirituale? No, dovremmo pensare a questa Trinità come ad una relazione che è un po’ in tutte le relazioni, che è il fondamento di ogni possibilità di relazione.
Dovremmo immaginare un Dio Padre che ha pensato se stesso e lo ha fatto progettando anche di creare il mondo così come Egli lo ha fatto. Ha pensato se stesso e il Suo pensiero, uguale a Lui, ha con Lui una relazione eterna, totale, perfettissima, bellissima, splendente, meravigliosa: il pensiero di Dio è lo specchio della Sua identità e non è un sentimento, non è una nuvola passeggera nel cielo incerto delle nostre aspettative. Questo pensiero così perfetto, così meraviglioso, così autentico, proprio perché è il pensiero di colui che lo pensa, di Dio, è una persona, è il Figlio di Dio.
Un pensiero generato da Dio, che è Figlio di Dio. Guarda Colui che lo ha generato e vi vede se stesso riflesso dall’eternità, come dice il Vangelo di Giovanni [Gv 1,1.14], in principio era il Verbo, il pensiero di Dio, e questo Verbo era presso Dio ed era Dio Egli stesso. Poi questo Verbo, che ha una relazione personale con il Padre così perfetta da essere conosciuta come Spirito Santo, Spirito stesso di Dio, si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, ci ha raccontato le leggi che praticava nella Trinità. Sono questi i comandamenti del Padre che ha osservato? No. Ci ha consegnato, regalato, fatto conoscere, Giovanni usa un verbo molto bello che significa ci ha spiegato (exegetos), ci ha sciolto i segreti di questa relazione. Ci ha fatto vedere, attraverso una fessura, che genere di relazione il Figlio vive con il Padre e come questa sia costantemente, per sempre, dall’eternità all’eternità, una realtà personale, lo Spirito di Dio.
Gesù, in questa notte del capitolo quindici del Vangelo di Giovanni, si sta accomiatando da loro, è arrivato ormai all’espressione suprema del suo messaggio, del suo annuncio, è come se stesse dichiarando ai dodici, agli Apostoli: bene, ho avuto dimestichezza con voi, ho creato una relazione di familiarità con voi, non vi ho detto seguitemi per essere miei servitori, vi ho chiesto di seguirmi per imparare da me, che sono mite e umile di cuore [Mt 11,29] e intrattengo col Padre una relazione costante. Ve l’ho insegnata quando ho fatto quello che ho visto fare dal Padre. Cosa? Creare. E ho creato in qualche modo, perché ho resuscitato alcuni dalla morte [Gv 11,1-44;Lc 7,11-15;Lc 8,49-56], ho moltiplicato i pani [Gv 6,4-12; Mc 6,34-44], ho tramutato l’insipienza dell’acqua della vita in un vino [Gv2,1-11] delle nozze eterne che Dio ci ha chiamato a celebrare sin dall’inizio della predicazione a Cana di Galilea, la testimonianza beatissima della Sua Madre.
Vi ho fatto conoscere proprio quello che fa Dio, l’ho fatto anche io, oggi vi consegno questa possibilità, quella di operare anche voi quello che fa il Padre: creare, o meglio, ricreare una storia che senza lo Spirito di Dio conoscerebbe il suo apogeo, la sua fine, la sua degradazione, come a noi sembra, qualche volta. Vi consegno la facoltà di resuscitare la storia, di resuscitare gli uomini, di farli rinascere, rimettendo loro i peccati, abbracciandoli nei momenti di sconforto, mostrando loro quali sono le molte vie che conducono alla verità e come queste vie portino tutte la cifra del nome di Gesù Cristo e Signore Nostro.
Gesù dice ai suoi discepoli: io rimango in questo amore con il Padre, anche voi restate in questo amore con me. Non un sentimento, dunque: agite come me, questo è l’amore.
Non voi avete scelto me, vi ho scelti io, il Padre vi ha scelto per mezzo di me. Segno che questo amore discende, non te lo inventi tu, non è frutto della tua capacità di sentire, semmai è il risultato della tua capacità di accogliere una chiamata, una vocazione, un annuncio che ti resusciti dalle tenebre alla sua ammirabile Luce [1Pt 2,9].
Questa è la logica trinitaria che Gesù ci ha raccontato in questo brano ascoltato. Lo stesso Giovanni, nella sua prima Lettera dice: amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio [1 Gv 4, 7-10] e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.
Amare Dio significa conoscerlo, viceversa, non si può amare Dio senza conoscerlo. Ma ti dirò di più, e questo è l’annuncio cristiano, della Chiesa, che risuona nella Chiesa sin dalla predicazione di Gesù e fino al tempo della fine: non puoi amare il tuo fratello se non lo conosci, non se ci vai a fare le merende insieme, non è questo, è chiaro, siamo usciti dal recinto dei sentimenti che finiscono, che passano. Puoi amare il tuo fratello se conosci qual è il disegno di Dio che risiede, dimora in lui, che è racchiuso nella corteccia talvolta infelice della realtà del tuo prossimo.
Quel disegno dice proprio l’elezione che Dio ha operato nei confronti di questo tuo prossimo, chiamandolo all’esistenza, affidandogli un progetto e aiutandolo a compierlo attraverso la sua grazia. Fa con lui come fa con te e dunque tu sei chiamato a vedere in lui ciò che Dio sta facendo nella sua vita, per poter comprendere ciò che Dio sta operando anche nella tua. Uscire fuori da questa logica e tornare a dire: finché io amo tutto va bene, quando finisce l’amore, finisce tutto, vuol dire tirarsi fuori dalla logica del Cristo.
Non vi illudete, non vi illudete. Se voi pensate ancora che si possa dire: “credevo di amare e poi mi è finito l’amore e allora è meglio che ognuno vada per conto suo…”, non è questo l’amore che viene da Dio. Se pensi che la tua vocazione sia finita, perché non riesci ad amare più il contesto in cui ti trovi, se pensi che la tua vita debba prendere un’altra via, in cui non capisci più chi ti fa stare nel luogo dove Dio ti ha posto, sappi che non conosci ancora l’amore di Dio, perché se Egli operasse allo stesso modo in cui tu hai pensato quante volte poteva finire il sentimento nei confronti di un uomo che lo ha rifiutato, che ha crocefisso il Suo Figlio, di un’umanità che ha deciso di agire sempre senza le sue leggi e i suoi comandamenti.
Dio non fa così. Anzi, ricordando le parole del libro della Sapienza che dice [Sap 11,24] nulla disprezzi di quanto hai creato, se no non l’avresti neanche creato, comprendiamo che l’amore di Dio non può finire, non può terminare e il nostro amore, se è chiamato ad essere eterno e divino non può cessare, non può mutare, non può trasformarsi in un’altra cosa, non può chiudere le relazioni. È un amore che ci chiede di vivere autenticamente, fino al dono di noi stessi: anche là dove sarebbe impervio andare, anche là dove il demonio ci sconsiglia di entrare, in quella cessione di noi stessi all’altro, che qualche volta ci sembra che possa essere la causa della nostra morte, della nostra fine, della sopraffazione, della sottomissione, tutte realtà che ci fanno paura.
Eppure, quando ci siamo rimessi a guardare il volto di Cristo crocifisso abbiamo detto: ma se tu hai potuto sopportare questa pena, perché non potrei io lavare le mie vesti in questa logica e renderle pure nel sangue [Ap 7,14; 12,11] che tu hai versato, per capire che sottomettersi all’altro è sapienza di Dio.
Lo Spirito del Signore, che noi tutti stiamo auspicando e dentro il quale ci stiamo muovendo, ci accompagnerà gradualmente a comprendere tutto queste cose, a meno che la nostra mente non abbia già deciso di creare degli ostacoli apparentemente oggettivi, di chiudere le porte a questa comprensione, di diffidare, di sospettare, come suggerisce il pensiero serpeggiante, di questo amore eterno con il quale Dio ci ha chiamato alla vita divina.

Sia Lodato Gesù Cristo

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e Misericordioso,
da Te procede ogni Grazia, in Te abbiamo contemplato l’amore eterno che Ti congiunge al Figlio attraverso lo Spirito, in Te abbiamo contemplato la chiamata alla salvezza e la possibilità di condividere con Te la Gloria, degnati di venire incontro a quella nostra debolezza che sempre ci impedisce di aderire alle Tue leggi, di conoscere i Tuoi pensieri, di praticare le Tue vie.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso per la Tua Chiesa,
sia la Tua Sposa in mezzo alle nazioni il luogo dove l’amore predicato, praticato, sperimentato, venga regalato anche a tutti gli uomini, attraverso il sacramento dell’Eucarestia, della penitenza, attraverso il canale di Grazia che tu in Cristo hai inaugurato.

Ti preghiamo Padre Santo e misericordioso
di venire incontro alla nostra fragilità quando vediamo sul volto del nostro Fratello la minaccia che ci opprime, che ci mette in difficoltà, che ci accusa. Aiutaci piuttosto a vedere cosa hai posto Tu nel cuore del nostro prossimo, ti chiediamo Padre Santo di liberarci dai sentimenti stolti dell’invidia, della gelosia, di liberarci dalle opere del male, come la calunnia, facci sperimentare l’amore fraterno al quale ogni giorno ci chiami.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
per quelli che sono oppressi da molti mali, per quelli che si sono smarriti nei sentieri dell’esistenza a causa del vizio, del peccato, delle inclinazioni cattive e dell’ignoranza. Li raggiunga il Tuo Spirito, li illumini, li informi sul Tuo progetto di amore e li risollevi.

Ti prego Padre Santo e Misericordioso
per questi Tuoi figli, che non sentano mai l’imbarazzo di non saper amare, che non sentano mai l’impossibilità di umiliarsi e di tornare sui loro passi e di ricominciare ad amare coloro da cui si sono separati, che hanno odiato. Padre Santo ricostruisci un regno, una Chiesa di figli che attende la Tua parola, che attende nella speranza il ritorno del Tuo Figlio
te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore

Isusova Molitva // Musica Sacra
  1. Isusova Molitva // Musica Sacra
  2. Preghiera di Gesù // Musica Sacra
  3. Te Deum // Musica Sacra
  4. Agni Parthene // Musica Sacra