Anthony Bloom “Per una preghiera viva”

Morcelliana (2009) Brescia
28 gennaio 2016

Per una preghiera viva

image002Troviamo in questo testo la trascrizione di molte riflessioni, predicazioni e discorsi che il metropolita Anthony Bloom tenne a partire dagli anni’60 e che, non avendo mai voluto scrivere di propria mano nulla, ci consentono di conoscere e apprezzare la profondità della riflessione sulla preghiera e partecipare della sua esperienza spirituale. Questa, come scrive Enzo Bianchi nella prefazione “non era per lui un possesso geloso, ma il dono di un incontro con Dio cui l’uomo partecipa liberamente e responsabilmente, una relazione molto personale, da condividere con gli altri”. Una tale condivisione poteva passare solo da una preghiera autentica, unica in grado di conoscere Dio e di portarlo poi all’altro.

“Troppo spesso la preghiera non ha nelle nostre vite importanza tale che ogni altra cosa debba far posto ad essa. La preghiera si aggiunge a molte altre cose; desideriamo la presenza di Dio non per il fatto che non esiste vita senza di Lui, non tanto perché Egli è il valore supremo, ma perché sarebbe tanto bello, in aggiunta a tutti i grandi benefici di Dio, poter godere anche della sua presenza. Egli è qualcosa che si aggiunge alle nostre esigenze, e quando Lo cerchiamo con questo spirito noi non lo incontriamo”. Queste parole di Bloom bene introducono il senso di questo libro, una ricerca e una riscoperta di una forma di preghiera “vivente”, termine preferibile, forse, al ‘viva’ – utilizzato nella traduzione del titolo For a living prayer – perché ne rende maggiormente quella ‘personificazione’ che la rende una presenza cara, affettiva, irrinunciabile. Una preghiera che renda l’uomo consapevole della suo essere partecipe della natura divina, del suo non essere un insieme di cellule dalla essenza solo fisica, ma dell’essere corpo e anima e chiamati, secondo le parole dell’Apostolo Paolo, a glorificare Dio nel nostro corpo e nel nostro spirito, a vivere la preghiera non come una sezione della nostra vita, quando c’è, e se c’è.

“Sappiamo che cosa significa amare qualcuno con tutto il cuore; conosciamo la gioia non solo di incontrarlo ma anche di pensare all’amato, il caldo conforto che questo ci procura. Noi dovremmo cercare di amare Dio in questa maniera, ed ogni volta che viene ricordato il suo nome, il nostro cuore e la nostra anima dovrebbero essere ricolmi di un infinito calore. Dio dovrebbe essere sempre presente nel nostro spirito, mentre invece pensiamo a Lui solo occasionalmente”.

Iniziando a parlare dell’essenza della preghiera e passando per una originale e illuminante lettura del Padre Nostro, ogni capitolo offre la possibilità di approfondire un aspetto della orazione autentica: si spiega così la preghiera di Bartimeo, si chiarisce la differenza tra una meditazione e l’adorazione, si affrontano la preghiera inascoltata e la preghiera di domanda, per arrivare a parlare della preghiera di Gesù, della preghiera ascetica e giungere infine alla preghiera nel silenzio, silenzio di comunione, segno di un rapporto profondo con Dio.

Quale è l’essenza della preghiera? Quando ci avviciniamo ad essa siamo consapevoli che non possiamo uscirne come siamo entrati? Teniamo presente che nell’incontro con Dio, perderemo la nostra vita? Sappiamo che il vecchio Adamo deve morire? Questo dovrebbe farci avvicinare ad essa con il dovuto timore reverenziale, la preghiera è in questo un atto “pericoloso” e, tuttavia, afferma Bloom “è il cammino migliore verso il compimento della nostra vocazione, per la nostra pienezza, pienezza che consiste in una totale comunione con Dio e, in definitiva, è ciò che san Pietro chiama essere partecipi della natura divina”. Dobbiamo accostarci alla preghiera consapevole che essa ci farà passare dal dolore e dalla morte, condivideremo così nella misura che ci compete la passione, morte e crocefissione di Cristo Signore e lo faremo con lo spirito con cui li affrontò Gesù, nella consapevolezza che si tratta di una scelta di libertà.

Nel capitolo dedicato al Padre Nostro, Bloom affronta questa preghiera che ritiene difficile, nonostante sia usata molto spesso, confrontandola con le vicende dell’Esodo e proponendone una lettura che partendo dalla fine, dal liberaci dal male, risalga poi fino ad una pronuncia consapevole della parola Abba’, Padre.

Con la recita del Padre Nostro entriamo nella consapevolezza che è solo diventando membra di Cristo che diventiamo figli di Dio, quanto si riferisce al Redentore, si riferisce a noi e possiamo così chiamare Dio Padre. Ciò ha, dice Bloom, “un riferimento diretto con il Padre Nostro: da un lato, la preghiera può essere detta da ogni uomo, perché essa è universale, è la scala della nostra ascesa verso Dio; dall’altro lato, essa è una preghiera assolutamente particolare ed esclusiva: è la preghiera di coloro che sono, nel Cristo, i Figli dell’Eterno Padre, i quali gli parlano in modo filiale”.

La preghiera è invocazione del Padre, ma talvolta è necessario gridare a lungo prima di essere sentiti, così forte come fece Bartimeo. Gesù Cristo stava passando la gente che lo circondava era indifferente o cercava di farlo tacere, ma Bartimeo ha creduto e continuato a gridare tutta la sua disperazione. “Questa profondità di disperazione era il pozzo da cui scaturiva una fede, una preghiera colma di tale convinzione e di tale insistenza da spezzare tutte le barriere; una di quelle preghiere che bussano alle porte del cielo. […] Possiamo apprendere da Bartimeo, nelle nostre forme pratiche di preghiera, che quando ci volgiamo a Dio con tutto il nostro cuore, Dio ci dà sempre ascolto”.

Tante volte si sente dire da qualche persona “io con Dio ci parlo sempre, quella è la mia preghiera”, oppure, altre volte si può incontrare qualcuno che, pur avvalendosi degli strumenti che Dio stesso ha fornito per raggiungerlo, la Scrittura, i testi dei Padri, le vite dei Santi, ne faccia però argomento di una speculazione intellettiva, una modalità di conoscenza fine a se stessa e in alcuni casi, già più avanzati, occasione di meditazione.

Se anche fosse solo meditazione, sarebbe sufficiente a definirla preghiera?

La meditazione è un’attività del pensiero, mentre la preghiera è il rigetto di ogni pensiero. Bloom distingue nettamente i due momenti: “meditazione significa in primo luogo pensare, anche se l’oggetto dei nostri pensieri è Dio. Quando essa ha per effetto un graduale approfondimento di un sentimento di preghiera e di adorazione, quando la presenza di Dio cresce talmente che noi diveniamo consapevoli di vivere con Dio, quando noi progressivamente passiamo dalla meditazione alla preghiera, siamo nel giusto; ma non dobbiamo mai favorire il movimento contrario, e a questo proposito esiste una netta differenza tra meditazione e preghiera”. Spesso nella meditazione entrano i nostri pensieri su quanto accade nella nostra vita, risaltano le nostre relazioni e le razionalizzazioni su queste; pregare, al contrario, non consiste nell’eliminare questa nostra realtà, ma “sradicare tutto ciò che è insignificante e banale in noi stessi e nelle nostre relazioni con gli altri e concentrare il nostro interesse su quelle cose che potranno aver parte con noi nell’ eternità”.

Perché ci sono preghiere che restano inesaudite? Perché talvolta sembra che le nostre invocazioni non trovino alcun seguito, nonostante, la apparente, buona intenzione con la quale abbiamo iniziato a rivolgerci a Dio? Per spiegare il passaggio, estremamente delicato, della distinzione tra la preghiera di domanda e la preghiera inascoltata e di cui parla anche san Giacomo nella sua lettera (Gc 4,2b-3), Anthony Bloom cita due episodi del Vangelo, quello della Cananea (Mt 15,22ss) e quello della richiesta della moglie di Zebedeo, madre di Giovanni e Giacomo (Mt 20,20-23), ma non è forse scritto “chiedete e vi sarà dato (Mt 7,7)”? Perché pur sapendo che il Padre non darebbe una pietra al posto del pane (Mt 7,9), ci lasciamo prendere dal sospetto che egli non voglia semplicemente esaudire alcune nostre preghiere o che sia un Dio “selettivo” e “parziale”, che ad alcuni dà e ad altri nega? Il problema è che invece di pregare Dio che compia la Sua volontà, così come la ha pensata in cielo anche in terra, più spesso cerchiamo di fargli fare ciò che noi vorremmo. Come potrebbero essere accolte tali suppliche? Proprio qui, afferma Bloom, “risiede la spiegazione del mancato esaudimento di tante preghiere. Essa può anche essere trovata nella parola di san Giovanni Crisostomo: ‘Non avvilirti se non ricevi subito ciò che domandi: Dio vuole darti un bene ben più grande grazie alla tua perseveranza nella preghiera’”.

Ci sono momenti, in alcune fasi del cammino anche frequenti, nella vita dei credenti, in cui viviamo un’aridità molto possente, che svilisce ogni tentativo di rivolgerci a Dio implorando il suo soccorso: sono i momenti in cui si insinua quel sospetto che ci fa dire: “per coerenza, è meglio che io non preghi…” a questi si affianca, con identica matrice, quel tempo in cui sperimentiamo non tanto aridità, quanto una “sana” (se solo ne riconoscessimo la potenza che ne può scaturire!) discrepanza tra il nostro desiderio di una preghiera perfetta e ciò che invece riusciamo a fare. Anche questo è un terreno fertile per quel dubbio che induce piuttosto a smettere di pregare, invece di spingere alla perseveranza. In questi casi, afferma Bloom, è bene ricorrere a fedeltà e determinazione, dovremmo riconoscere il nostro limite e chiedere aiuto a Dio. “Fare della preghiera un problema di quantità quando non siamo capaci di fare di essa un problema di qualità. Certo: è meglio sussurrare soltanto “Padre Nostro” con tutta la profondità di comprensione delle parole di cui siamo capaci che non ripetere dodici volte la Preghiera del Signore; ma è proprio quello che a volte non siamo capaci di fare. Rendere quantitativa la preghiera non vuol dire pronunciare più parole del consueto; significa attenerci alla regola usuale di preghiera fissata per ognuno ed accettare il fatto che essa consiste solo in una certa quantità di parole ripetute. Come affermano i Padri, lo Spirito Santo si trova sempre lì dove esiste la preghiera”.

Quando la preghiera diventa atto di adorazione, contemplazione di quanto Dio vuole rivelarci, percezione della Sua presenza, riusciamo a sentire una perfetta integrazione tra la nostra anima e il nostro corpo e a scoprire la nostra identità autentica, che si esprime sovente nella preghiera del silenzio, in tutti quei momenti nei quali non sentiamo la necessità di parole, né nostre, né altrui, con cui rivolgerci al Padre. Sappiamo di raggiungere così uno stato di preghiera, quella del “perfetto silenzio” appunto, che si manifesta allorché riusciamo a vivere privi di agitazioni interiori, di pensieri e di emozioni, in uno stato di totale adesione e apertura a Dio.

“Il silenzio è quello stato in cui tutte le facoltà dell’anima e quelle del corpo si trovano in condizione di completa pace, tranquillità e raccoglimento, perfettamente deste anche se libere da ogni ansietà e turbamento”, ma l’uomo, il credente, anche chi prega costantemente, non ha che una percezione limitata di cosa significhi realmente un profondo silenzio del corpo unificato allo spirito, dell’assenza di turbamenti. Questo stato non può essere neanche mantenuto indefinitamente, per questo non bisogna mai abbandonare le altre forme di preghiera, che sostengono l’anima fin tanto che non riesce a raggiungere una disposizione di calma e contemplazione. “Fino a che 1’anima non è tranquilla, non può esistere visione, ma quando la tranquillità ci ha messi alla presenza di Dio, allora si manifesta un’altra sorta di silenzio, che ora è assoluto; il silenzio di un’anima che non solo è tranquilla e raccolta in sé, ma che è sopraffatta nel timore reverenziale, in un atto di adorazione, alla presenza di Dio”, del quale la preghiera è l’elemento unificante tra anima e Dio”.

 

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