XIX° Domenica del tempo ordinario

Anno Liturgico A
16 ottobre 2011

Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

PRIMA LETTURA – Dal Libro del profeta Isaia (Is 45,1.4-6)

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
«Io l’ho preso per la destra,
per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.
Per amore di Giacobbe, mio servo,
e d’Israele, mio eletto,
io ti ho chiamato per nome,
ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.
Io sono il Signore e non c’è alcun altro,
fuori di me non c’è dio;
ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci,
perché sappiano dall’oriente e dall’occidente
che non c’è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n’è altri».

SECONDA LETTURA – Dalla 1a Lettera ai Tessalonicesi (1Tes 1,1-5)

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.
Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Trascrizione dell’Omelia

Gesù è entrato trionfalmente in Gerusalemme – questo è l’ambiente all’interno del quale si può comprendere il brano del Vangelo di Matteo [1] di questa sera – e quando è arrivato, si è subito recato al Tempio e qui, nel luogo dove gli Israeliti non solo si incontrano, ma vanno per cercare un colloquio con Dio, una relazione con l’Eterno, ha iniziato a parlare, ad insegnare e a fare alcuni prodigi, capaci di far comprendere qual è il progetto del Signore, cosa sta inaugurando con questo insegnamento nuovo, compiuto con autorità.

Al Tempio, questo spazio così importante, l’identità di Israele, tutte le categorie interessate al culto si avvicinano per curiosità a Gesù. Qualche volta, come in questo caso, anche con malizia si accostano per metterlo a disagio, per vedere se veramente questa autorevolezza che Egli ostenta è fondata su un’autorità autentica, oppure, se è un predicatore come tanti, che dice sì cose interessanti, ma non in grado di sostituirsi all’Altissimo.

Ecco il dramma nel cuore di questi uomini e l’ambito in cui l’incontro con il Cristo si attua.

I Farisei avevano udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i Sadducei, e ritiratisi tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo [2], mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio”.Quest’ultima espressione significa insegnare la Torah, che è la via di Dio, la Sua Legge, il Suo pensiero. Chi vuole mettersi alla ricerca dell’Onnipotente deve conoscere, saper interpretare ma, soprattutto, mettere in pratica, rendere credibili e comprensibili i precetti di cui la Legge è composta.

Costoro chiedono dunque a Gesù: se segui veramente la via di Dio, allora, secondo te, da quello che sai, da ciò che hai appreso, da quanto hai visto, è lecito pagare il tributo a Cesare? Ora io domanderei: ma questo è un problema autentico, o no? Per noi non sarebbe un grande problema, sebbene pagare i tributi lo sia un po’ per tutti, ma non lo sarebbe quello che stanno ponendo a Gesù. In realtà, non lo hanno compreso. Che cosa importa, cosa c’entra con la fede questo tributo a Cesare? Piuttosto, quello che stanno chiedendo è: stai venendo ad insegnare per liberarci dalla schiavitù dei Romani, perché vuoi metterci nelle condizioni di riprenderci la bellezza di questo culto meraviglioso che esprime nello studio della Torah il massimo della sua espressione – sono farisei, dunque legati alla liturgia sinagogale – oppure, chi sei? E così, fanno la domanda sintetica: è lecito, secondo i tuoi insegnamenti pagare il tributo a Cesare? Gesù risponde “siete ipocriti”. È come se dicesse vedo qual è l’origine di questa domanda nel vostro cuore, so perché me la fate. Certo, per cogliermi in fallo, ma voi siete caduti in questa trappola, portatemi una moneta. Una volta che gliela portano, la guarda e dice: bene, cosa c’è su questo denaro? L’effigie di Cesare e l’iscrizione che ricorda il suo nome. A questo, Gesù commenta “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Che vuol dire? Questa moneta non aveva la dignità di entrare nel santuario perché portava l’immagine di un imperatore, di un uomo, poteva essere un principio di idolatria, non si portano queste figure all’interno dell’area Santa, tanto che esistevano i cambiavalute, che mutavano queste monete in sicli, in modo che entrasse nel tesoro del Tempio una moneta monda, pura, accetta alla logica del luogo sacro.

Se guardate questo denaro, vedrete bene che esso non può entrare, ma è tutto qui? Non solo. Se rileggiamo il brano di Isaia [3] troviamo che ad un certo punto Dio, in questa apostrofe per bocca del profeta afferma: “Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca”, tu non eri nessuno, ti ho dato io un titolo, un nome, vale a dire, ti ho dato un’iscrizione e una immagine, non sapevi chi tu fossi. Poi lo hai capito da me, hai compreso che portavi la mia stessa immagine, il mio stesso nome, ti sei scoperto come un popolo, con una identità, con una vocazione in mezzo alle genti, con una missione chiarissima. Questo ha fatto la tua pace, ha costruito il tuo benessere. Sapere chi eri, da dove venivi, a cosa eri finalizzato, ha detto la tua consistenza, il fondamento della tua stessa esistenza.

Se hai capito questo, se hai compreso che porti l’immagine dell’Altissimo, perché mi vieni a chiedere se devo riconoscere un’altra effigie e un’altra iscrizione, se è possibile che l’uomo sia soggetto ad un’altra immagine e ad un’altra logica. Solo quella legata all’amore di Dio Altissimo, di mio Padre, direbbe Gesù, solo questa ha la capacità di valutare la tua realtà umana, la tua individualità, di darle un nome e farla diventare qualcosa, di conquistarla dentro una logica e un progetto che ha sapore e promessa di eternità. Fuori di questa, ci sono le tue logiche, quelle del mondo, fatte di pagare il tributo, di stabilire leggi che in qualche modo ti fanno vivacchiare, ti fanno sopravvivere, spesso neanche facendo la verità.

Se hai afferrato, afferma Gesù, che questa realtà porta un’immagine che non è quella che porti dentro, restituiscila. Come fai, tu che conosci questo comandamento, che sai che devi cercare il mondo del Signore, come i Salmi te lo hanno messo nel cuore e nella bocca, che sai che devi cercare il tuo Dio più di ogni altra cosa e amarlo e onorarlo con tutta la mente con tutte le forze e con tutto il cuore [4], a non riconoscere la mia identità, l’iscrizione che porto.

Quando la Lettera agli Ebrei parla del Verbo che si è fatto carne lo identifica come “splendore della Gloria di Dio e impronta della sua sostanza [5]”, come un sigillo sulla cera, impronta di Dio, chi lo vede deve potervi scorgere l’Eterno. Dunque, tu che conosci la Torah, pratichi tutti i precetti, come fai a non individuare sul mio volto, nel mio insegnamento che stai mettendo in discussione, dentro le vie che ti sto manifestando, come fai a non riconoscere il progetto dell’Altissimo. Capisci ora la tua malizia? Non è più venire contro di me, ma negare ciò che Dio ha posto nella mia vita e dentro la mia missione per te.

Questo è non molto lontano dalle nostre problematiche di oggi. Lo dicevo anche prima a proposito della riparazione che facciamo per quanto accaduto ieri a Roma [6]: cosa è più facile scorgere, la bontà di Dio nel volto della Beata Vergine, in un simulacro, quale è appunto una statua, o è più semplice riconoscere la Gloria del Dio Altissimo nella persona che stai combattendo, verso la quale stai reagendo con aggressività e con violenza? Ma se ti sfugge uno dei due termini, sicuramente, ti sfugge anche l’altro: questa è la povertà all’interno della quale viviamo. Allora, non possiamo parlare di giustizia, neanche di alcuna rivendicazione, se non teniamo conto dell’altro, se non abbiamo la capacità di riconoscere l’iscrizione e il volto del nostro prossimo, di discernere la presenza di Dio anche nella sua esistenza.

Altro è indignarsi per la giustizia sociale, altro è distruggere, altro è andare contro le speranze degli uomini che lavorano, altro è andare contro la sensibilità di chi crede nel Dio di Gesù Cristo, questo mi sembra sia più che logico. Ora, non voglio stigmatizzare nessuno, semmai approfitterei di questo momento e di questa occasione per ricordarti che anche tu porti questa immagine e questa speranza e siccome le hai, sei chiamato a costruire un mondo credibile, ad edificare un mondo nuovo, non certo con la violenza, non certo con l’aggressività e le rivendicazioni sociali, ma attraverso la conoscenza, l’educazione, attraverso la riforma dei rapporti e delle relazioni: tutto ciò Dio ha messo nelle tue mani e non c’è bisogno che tu appartenga a chissà quale formazione. Porti nel cuore questo dettato, c’è nella tua vita questa realtà che brilla, risplende ed è chiamata a farlo in questa generazione così controversa, così disorientata, così meschinamente manipolabile da chi poi fa i suoi interessi a scapito degli altri.

Diceva il versetto allelujatico: “splendete come astri nel mondo, tenendo alta la Parola di vita [7]”, conoscete bene le parole del Signore, cercate bene i suoi sentieri, praticate le sue vie, siate capaci di entrare nelle logiche dell’Onnipotente, assumete sopra di voi il dolce giogo della pazienza di Gesù Cristo e affrontate questa generazione senza paura. Questa è una chiamata per tutti, nel Battesimo l’avete ricevuta, nella Cresima la abbiamo confermata e attraverso la vita cristiana, i sacramenti, la Chiesa la attestiamo ancora: sarà il tuo vanto e il tuo onore, anche le tue debolezze brilleranno, in mezzo alle difficoltà e alle contraddittorietà di questa generazione.

Sia lodato Gesù Cristo.

 

 


[1] Mt 22,15-21.
[2] Mt, 22,15 e di seguito 16.
[3] Is 45,1.4-6, di seguito versetto 4.
[4] Dt 6,4-10.
[5] Eb 1,3.
[6] Una manifestazione violenta di sabato 15 ottobre ha portato oltre a danni a persone, anche alla violazione e danneggiamento grave di una statua della Madonna di Lourdes e alla profanazione di luoghi sacri.
[7] Fil 2,15d-16a.

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