XXVII° Domenica del tempo ordinario

Anno Liturgico C
06 ottobre 2013

Se aveste fede quanto un granello di senape!

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Alleluia, alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato
Alleluia.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili.

PRIMA LETTURA Dal libro del profeta Abacuc (Ab 1,2-3;2,2-4)

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.

Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Dal Salmo 94 (95)
R. Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». R.

SECONDA LETTURA – Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2 Tm 1,6-8.13-14)

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“La preghiera di Policarpo”
Dal “Martirio di San Policarpo”

La preghiera di Policarpo
XIV,. Non lo inchiodarono ma lo legarono. Con le mani dietro la schiena e legato come un capro scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta preparata a Dio, guardando verso il cielo disse: «Signore, Dio onnipotente Padre di Gesù Cristo tuo amato e benedetto Figlio, per il cui mezzo abbiamo ricevuto la tua scienza, o Dio degli angeli e delle potenze di ogni creazione e di ogni genia dei giusti che vivono alla tua presenza. . Io ti benedico perché mi hai reso degno di questo giorno e di questa ora di prendere parte nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione alla vita eterna dell’anima e del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. In mezzo a loro possa io essere accolto al tuo cospetto in sacrificio pingue e gradito come prima l’avevi preparato, manifestato e realizzato, Dio senza menzogna e veritiero. Per questo e per tutte le altre cose ti lodo, ti benedico e ti glorifico per mezzo dell’eterno e celeste gran sacerdote Gesù Cristo tuo amato Figlio, per il quale sia gloria a te con lui e lo Spirito Santo ora e nei secoli futuri. Amen».
Un profumo come di incenso
XV, Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi.
Un maestro profetico
XVI, Alla fine gli empi, vedendo che il corpo di lui non veniva consumato dal fuoco, ordinarono al confector di avvicinarsi e di finirlo con un pugnale. E fatto questo, zampillò molto sangue che spense il fuoco. Tutta la folla rimase meravigliata della grande differenza tra gli infedeli e gli eletti. . Tra questi fu il meraviglioso martire Policarpo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne, divenuto ai nostri giorni un maestro apostolico e profetico. Ogni parola che uscì dalla sua bocca si è compiuta e si compirà.

Trascrizione dell’Omelia

Il tema sul quale la parola stasera ci invita a riflettere e io direi anche il tema sul quale oggi la Chiesa ci invita a fare un discernimento chiaro, profondo, viene a vedere qual è la nostra posizione, che cosa c’è veramente nel nostro cuore. Questo tema stasera è la fede, è un problema amici. È un problema che l’evangelista Luca, che scrive ad un auditorio di origine greca, di mentalità greca come la nostra, è un problema che non sa come affrontare, infatti guardate che esempio che fa, lo avete ascoltato non so che effetto vi ha fatto: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”?”. Si riterrà obbligato perché questo servo ha lavorato? No, gli dirà: “Continua a lavorare” e questo servo dirà: “Sono un servo inutile, ho fatto proprio quello che dovevo fare”. Dice questo Luca per contraddire un atteggiamento tipicamente greco e diremo noi oggi anche occidentale, il nostro. Un atteggiamento secondo il quale la fede è un esercizio che io compio nei confronti di un certo deposito di argomenti, di tematiche che ritengo che siano importanti, spesso le ritengo senza conoscerle, che è la nostra storia, la nostra realtà, con l’idea che quanto più credo tanto più questo diventa vero, tant’è che c’è della gente che dice: “Siccome io non ho il dono della fede, non credo perciò non è vero”. È la nostra storia, sono i nostri amici, qualche volta lo pensiamo anche noi, infatti noi crediamo in fasi alterne, ci sono dei giorni che crediamo molto e dei giorni che crediamo poco e dei giorni che diciamo addirittura che ‘non ce la sentiamo’, quindi non crediamo per niente. Interessante, il nostro cuore ci direbbe: “Oggi voglio pulsare, domani non lo so, stasera mi riposo”, che diresti? Noi abbiamo un’idea della fede come di un esercizio e di un esercizio “FATICOSO”. Gesù invece intende dire e qua Luca rimarca questa cosa, l’esercizio della fede non è come pensano i greci: “Bisogna fare molte cose per avere la fede”, dice Gesù: “Basta che abbiate fede quanto un granellino di senapa e potete dire a questa montagna spostati”. Gesù non è un mago, non gli piace aprire una scuola di magia, quello di cui sta parlando non è una sfida da fare agli apostoli “se aveste fede allora si”, sono i ragionamenti che facciamo noi: “Se avessi fede allora potrei fare …, ma siccome non ce l’ho non faccio!”. Gesù sta dicendo: “La fede nostra non è quella dei greci, la fede nostra non è uno sforzo, la nostra fede è una consapevolezza qui ed ora”, io non dico: “crederò”, io non dico: “credo quando riesco a credere”, “Io credo”. Questa è la fede come un granellino di senapa, tant’è che la parola ebraica per fede è emunà, la stessa radice della parola Amen, che vuol dire: “Adesso, ci credo, è così”, non ho bisogno di vedere chissà quali segni, non ho bisogno di dire: “Quanta fede, siamo stati in un posto era pieno di fede”, mi piacerebbe sapere che vuol dire questa fede che si taglia con il coltello, in certi posti ce n’è tanta in certi posti ce n’è poca, la fede è una. Tu dici: “ma io come faccio a capire allora se ho questo dono della fede?”, stasera le Letture ci aiutano molto in questo. Abbiamo ascoltato una parola di Abacuc, siamo nell’Antico Testamento, e dà voce questo brano di Abacuc, ad un uomo che sta come noi di fronte a delle calamità, delle difficoltà, quelle che abbiamo anche noi, che impediscono agli occhi della nostra umanità di vedere la presenza di Dio, dice quest’uomo: “Fino a quando Signore implorerò? Ma quanto devo pregare ancora? Non lo vedi che c’è intorno a me? Violenza! E tu non ti muovi!”. Beato quell’uomo che prega così, che non si nasconde dietro un dito e dice: “No no, questo a Dio non si dice!”, diglielo! “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione”, un Salmo (Sal 39) terribile dice: “Ho visto l’empio trionfare”, al posto dell’empio mettici tua cognata, mettici quello che lavora con te, il tuo capo, “la sua fortuna ha esasperato la mia pena” , siccome gli vanno anche bene le cose io sono stato ancora di più in difficoltà, “Ho davanti rapina e violenza, ci sono liti e si muovono contese”, questo autore di Abacuc sembra proprio un amico nostro, sembriamo noi certe volte, allora: “Il Signore rispose …”, bellissima questa espressione: “Il Signore rispose” ecco che ci mancava, ci mancava poterti dire qualcosa e non lo sapevamo, non sapevamo come dirtelo perché noi non conosciamo la preghiera Signore, noi conosciamo le preghiere e te ne diciamo tante, quando non ci stanchiamo, ma la preghiera, quella che fa in modo che Tu ad un certo punto rispondi, quella non la conosciamo, non l’abbiamo conosciuta. “E il Signore rispose”, rispose così: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette”, cioè: “Ricordati bene questo passaggio che io compio nella tua vita”, “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce”, cioè: “Io sto per venire ad operare la giustizia, io farò qualcosa che non solo risponderà a queste tue domande così incessanti, così profonde, ma dirò una parola ulteriore”. Siamo nell’Antico Testamento quindi sappiamo benissimo di cosa si tratta, c’è una parola che viene da Dio, che aprirà una strada ai cechi, ai storpi, ai poveri, questa parola è il Verbo incarnato. Allora dicevo: “Se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà” e ci fa vedere qui Abacuc, un primo aspetto importante della fede,‘se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà’ prima di tutto non mentisce e poi verrà sicuramente e vale la pena aspettarla. Il fatto che non mentisce fa riferimento alla fede, “Amen è così e dunque accadrà”, il fatto che vale la pena attendere che questa parola si compia indica una virtù che noi nel cristianesimo chiamiamo “La Speranza”, cioè l’attesa che tutto quello che noi riteniamo porti frutto al tempo opportuno. E poi la Lettera a Timoteo che dice qualcosa di più rispetto all’atteggiamento degli uomini nel rapporto con Dio: “Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”, si riferisce all’ordinazione episcopale che ha operato Paolo nei confronti di Timoteo, cioè si riferisce Paolo ad una precisa presenza dello Spirito nella vita di Timoteo, dice Paolo: “Ricordati che io ti ho imposto le mani perciò Dio quel giorno si è legato le mani per venire ad abitare dentro di te con una facoltà, quella dell’episcopato, questa presenza di Dio nella tua vita è attestata dalla presenza dello Spirito Santo” prima cosa allora, è vero che la fede è un dono ma questo dono ci viene fatto perché noi ne abbiamo la capacità, abbiamo uno spirito umano che è capace di decodificare le parole dello Spirito di Dio abbiamo una capacità che quando lo Spirito Santo ci viene incontro, non caschiamo per terra o abbiamo le visioni, quando lo Spirito ci viene incontro noi capiamo le parole, guardiamo la storia vi intravvediamo il passaggio del Signore, soprattutto riusciamo a sperare, come diceva prima Abacuc. “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza” caro Timoteo, sai qual è lo spirito di timidezza? È quello che hai tu, perché non annunci? “Io? No “tengo famiglia”, come faccio ad annunciare, sono timido, non ho le capacità non ce la faccio no? E poi è troppo difficile”, quelle cose insomma che diciamo sempre. “Non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza”, sai qual è lo spirito di forza? È lo spirito della fede, la forza non è la forza fisica, la forza è la stabilità dei concetti della nostra fede, la forza è la stabilità della presenza del Cristo dentro la storia. Infatti noi non crediamo in argomenti della fede, noi crediamo nella presenza reale e concreta di Cristo in mezzo a noi, vero o no? Che cosa prendi tra poco quando assumi il corpo di Cristo? Un profumo di Dio che dura un quarto d’ora? No, tu prendi un germe che ha la capacità di infettarti subito, totalmente e di conquistarti, si prende tutto di te, non si prende la testa o un angoletto del cuore, si prende tutto di te, si prende tutto quello che tu pensi di te, si prende la tua relazionalità, si prende la tua sessualità, si prende la tua capacità di amare, si prende la tua capacità di attendere, ti infetta, non c’è un luogo nella tua vita che può diventare un’altra cosa, questo noi prendiamo, a questo ci accostiamo. Allora questa realtà è forte e poi dice “uno spirito di forza, di amore e di saggezza”: lo spirito di amore ci induce a nutrire la virtù della carità, lo spirito di saggezza ci dà la possibilità di vivere la speranza, perché la saggezza, amici miei, è la capacità dell’uomo di attendere che Dio porti a compimento ciò che ha stabilito. Allora dice San Paolo alla fine di questo brano: “Allora Timoteo, custodisci questo buon deposito delle cose che hai ascoltato, le cose che hai compreso, con l’aiuto di questa presenza dello Spirito Santo che abita in noi, che viene a dimorare in noi perché siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio”, se fossimo fatti ad immagine e somiglianza dei nostri piaceri non verrebbe questo Spirito, non troverebbe luogo, ma siccome noi ci comprendiamo come uomini in relazione al rapporto che abbiamo con Dio, questo Spirito può venire, può essere riconosciuto. Allora tu capisci che cos’è la fede? Prima di tutto è consapevolezza che tu sei capace di Dio, consapevolezza che tu hai la possibilità di realizzare un tratto, un segmento del progetto di Dio. Il demonio lo sai che fa? Viene e ti dice: “E ma questo segmento è grosso così …” e tu dici: “Allora non posso”, chi te l’ha detto? Ma fattelo dire da Dio, no? Fattelo dire dallo Spirito quanto è grande questo segmento, lo sai quanto è grande il segmento del progetto di Dio che ti è stato affidato, lo sai? È grande quanto la tua capacità di realizzarlo e Dio non fa delle sfide con noi, non dà a tutti dieci talenti (cfr. Mt 25,14-30), ad uno da un talento ad uno da tre talenti ad uno da cinque talenti ma se a te t’avesse dato un talento, per quale ragione dovresti e potresti dire: “Siccome me ne hai dato uno lo nascondo, è poco”, perché non capisci, non comprendi che questo talento è una forma che Dio ha scelto per abitate nella tua vita e per portare frutto intorno a te? Se tu metti in pratica quanto Dio dice alla tua vita, non è che chissà quale vetta raggiungi ma come diceva Luca nel Vangelo, tu abiti la tua identità alla fine diciamo “Siamo servi inutili” ma sappiamo chi siamo e verrebbe incontro alla nostra attesa il volto del Signore benedetto e ci direbbe: “Io non v’ho chiamato servi, vi ho chiamati amici” (Gv 15,15) e verrebbe la testimonianza di Paolo a dirci con tutta la Chiesa: “Non avete ricevuto uno spirito di schiavi ma uno Spirito di figli adottivi, uno Spirito di Dio che attesta al nostro spirito che siamo figli, dunque eredi di Dio coeredi di Cristo” (Rm 8,14-17), quell’erede di Dio o coerede di Cristo che si ritenesse inferiore alle promesse fatte a Cristo, sarebbe un ipocrita e uno stolto, colui che dicesse: “Io ho ricevuto poco perciò non ti darò nulla”, sarebbe un malfattore e un iniquo, proprio come Gesù dice a quel servo che aveva ricevuto un talento solo: “Và via servo malvagio, và via” (Mt 25,30), se tu avessi insegnato agli altri la speranza che era chiesta a te almeno avremmo ricevuto l’interesse da questo, ma neanche questo hai fatto. Oggi io lo posso dire questo, sapete perché? Perché oggi c’è uno che ce lo sta ripetendo continuamente, non possiamo più restare dentro le nostre “cappelline”a far le nostre “preghierine”, siamo chiamati ad accendere il cuore del mondo, siamo chiamati ad accendere il cuore dell’uomo in questo tempo della storia. Io strillo tanto, quello che ce lo dice lo fa con una voce mite, gradevole, con un volto luminoso, anche nella sua tristezza a causa delle cose cattive degli uomini, quest’uomo imprime dentro i nostri cuori una speranza nuova, ci fa vedere qualcosa della mitezza del Figlio di Dio, per questo noi siamo gradi allo Spirito, non è finito il tempo della salvezza: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”(Ap 21,5), “Un vino nuovo in otri nuovi”(Mt 9,17), preparatevi ad essere otri nuovi per la salvezza del mondo.

Sia lodato Gesù Cristo.

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