Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Anno Liturgico B
25 novembre 2012

Tu lo dici, io sono Re

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Alleluia, alleluia.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Alleluia.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 18,33b-37)

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

PRIMA LETTURA Dal libro del profeta Daniele (Dn 7,13-14)

Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Dal Salmo 92 (93)
R. Venga Signore il tuo Regno di luce.

Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza. R.

È stabile il mondo, non potrà vacillare.
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei. R.

Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore. R.

SECONDA LETTURA – Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 1,5-8)

Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Ecco viene a te il tuo re, giusto e salvatore.”
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 9 sulle Palme; PG 97,1002)

Diciamo anche noi a Cristo e ripetiamolo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 21,9), «Il re di Israele» (Mt 27,42). Eleviamo verso di lui, come rami di palme, le ultime parole risuonate dalla croce. Seguiamolo festosamente, non agitando ramoscelli di ulivo, ma onorandolo con la nostra carità fraterna. Stendiamo i nostri desideri quasi come mantelli per il suo passaggio, perché, attraverso le nostre aspirazioni, entri nel nostro cuore, si stabilisca completamente dentro di noi, trasformi noi totalmente in lui ed esprima se stesso interamente in noi. Ripetiamo a Sion quel messaggio profetico: «Abbi fiducia, figlia di Sion, non temere: Ecco, a te viene il tuo re umile, cavalca un asino» (cfr. Zc 9,9).Viene colui che è presente in ogni luogo e riempie ogni cosa. Viene per compiere in te la salvezza di tutti. Viene colui il quale non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a penitenza (cfr. Mt 9,13) per richiamarli dalle vie del peccato. Non temere dunque. Vi è un Dio in mezzo a te, non sarai scossa (cfr. Dt 7,21). Accoglilo con le braccia aperte. Accogli colui che nelle sue palme ha segnato la linea delle tue mura e ha gettato le tue fondamenta con le sue stesse mani. Accogli colui che in se stesso accolse tutto ciò che è proprio della natura umana, eccetto il peccato. Rallègrati, o città madre Sion, non temere, «celebra le tue feste» (Na 2,1). Glorifica colui che per la sua grande misericordia viene a noi per tuo mezzo. Ma gioisci anche di cuore, figlia di Gerusalemme, sciogli il tuo canto, muovi il passo alla danza. «Rivestiti di luce, rivestiti di luce», gridiamo così con Isaia, «perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Is 60,1).
Ma quale luce? Quella che illumina ogni uomo che viene nel mondo (cfr. Gv 1,9). Dico la luce eterna, la luce senza tempo che è apparsa nel tempo. La luce che si è manifestata nella carne, luce che per sua natura è occulta. La luce che avvolse i pastori e fu guida ai magi nel loro cammino. La luce che era nel mondo fin dal principio, e per mezzo della quale è stato fatto il mondo, quel mondo che non la conobbe. La luce che venne fra la sua gente e che i suoi non hanno accolto. «La gloria del Signore», quale gloria? Senza dubbio la croce, sulla quale Cristo è stato glorificato: lui, lo splendore della gloria del Padre, come egli stesso ebbe a dire nella imminenza della sua passione: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui e ben presto lo glorificherà (cfr. Gv 13, 31-32). Chiama gloria la sua esaltazione sulla croce. La croce di Cristo infatti è gloria ed è la sua esaltazione. Ecco perché dice: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

Trascrizione dell’Omelia

Entrare in questa categoria della regalità di Cristo non è facile. Non è facile per noi che abbiamo un’idea della regalità, che sia falsa o autentica, comunque eccelsa, un’idea che magnifica colui che detiene questa autorità così grande, che è coronato di gloria, di onore, di potere. Noi facilmente colleghiamo la regalità proprio al potere. Non è la regalità del Cristo e non può essere la regalità del cristiano; questa regalità è legata alla gloria. Allora bisognerà fare qualche passo in questa direzione per capire che cos’è questa gloria e come questa gloria non possa essere confusa con il potere o con la gestione di esso. Capire queste categorie è importante per non cadere in tentazioni o in atteggiamenti che arrestano il cammino della verità. Innanzitutto poniamo questo episodio, in cui Gesù parla della regalità, là dove l’evangelista ha deciso di porlo in risalto. Non lo fa a Gerusalemme; lo poteva fare quando Gesù entra a Gerusalemme va nel Tempio, avrebbe potuto dire: “Io sono re, guardatemi” e mostrare le insegne della regalità, cioè avrebbe potuto mostrare quegli aspetti che aveva mostrato a Pietro, Giacomo e Giovanni quando sul monte Tabor si era trasfigurato. Tutti avrebbero facilmente compreso che la regalità che gli apparteneva era visibile, manifesta, comprensibile e credibile. Invece Giovanni pone questo episodio in un momento cruciale, terribile, un momento in cui sta rispondendo a Pilato, un momento in cui è privato di ogni potestà, privato di ogni credibilità, tutti lo hanno guardato, hanno visto l’uomo. “Ecco l’uomo” dice Pilato (Gv 19,5). Lo hanno guardato ed hanno visto un uomo non trasfigurato ma sfigurato, un uomo distrutto, un uomo oppresso, maltrattato, parafrasando Isaia (Is 53,7), un uomo davanti al quale ci si copre il volto per non guardarlo tanto è orripilante (Is 53,3), un uomo non-uomo. Pilato gli domanda: “Ma veramente tu sei quello che gli altri sembra dicano di te o che tu abbia detto o fatto capire di te, cioè che tu sei re?”. E’ interessante che Gesù risponde: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?” (Gv 18,34), cioè: “Ti sei accorto di questa realtà o stai ripetendo qualcosa che altri ti dicono”. “Veramente tu sei re?” (Gv 18,37): questo dice che Pilato non può evincere questa regalità da quello che vede, non appare, non si manifesta per niente. Pilato potrebbe essere il mondo che dice: “Ma veramente voi cristiani avete questa regalità? Siete eredi di questa regalità? Voi parlate di un regno ma veramente il vostro è un regno? Non si capisce”. Prendi un uomo che in questo momento passa sulla strada, fermalo e chiedigli:
“Cosa pensi di noi?” – ”Che siete finiti!”.
“Cosa pensi della chiesa?” – ”Che non ha futuro”.
“Cosa pensi della fede cristiana?” – ”Che è a retaggio di qualcosa che ormai non c’è più”.
Allora si può vedere questa regalità dentro questa definizione che l’uomo contemporaneo dà della nostra fede? Ma ancora di più, se noi invitassimo l’uomo contemporaneo, l’uomo secondo ragione, come Pilato, l’uomo che cerca di muoversi dentro le maglie del potere, in qualche modo con il suo arrivismo, con i suoi carrierismi, se tu lo prendi e lo fai entrare dentro le nostre relazioni, nella nostra famiglia, nelle nostre amicizie, là dove noi ci incontriamo con gli altri dove cerchiamo di interpretare l’esistenza insieme ai nostri contemporanei, potremmo pensare che questa regalità evidente si mostri come un’epifania davanti ai suoi occhi? Ma se noi ancora, al culmine, portassimo l’uomo contemporaneo dentro la nostra celebrazione, dentro la nostra liturgia ma siamo sicuri che tradurrebbe gli atti liturgici in gesti regali? Ma non quelli del sacerdote che bene o male si veste d’oro e fa tutte cose con l’incenso intorno all’altare, ma la regalità è lo specchio che l’assemblea mostra di ciò che contempla della realtà di Dio? E chiaramente anche in questo caso, l’uomo contemporaneo non vedrebbe, come non ha visto Pilato. Allora dice ancora Pilato: “Io non sono giudeo, io non ho queste categorie che gli altri dicono di usare quando vogliono affermare che tu sei re, ma il fatto resta, questa gente ti ha consegnato. Se ti ritiene re, perché ti ha consegnato alla giustizia? Che cosa hai fatto?”. Allora Gesù, passa sopra questa domanda ‘che cosa hai fatto?’ e comincia a descrivere il Regno: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei” (Gv 18,36). L’uomo contemporaneo torna a dirci: “Ma veramente voi millantate una regalità? Ma veramente dal Battesimo (che l’uomo contemporaneo rifiuta e rifiuta) dite di avere questa prerogativa così grande?”, allora Gesù chiaramente dice che questa regalità non si declina dentro il modo di pensare degli uomini, non si declina dentro le maglie del potere, della sopraffazione, tipici di una certa regalità sospetta, che non onora le necessità degli uomini ma se ne approfitta; una regalità che non porta l’uomo verso il suo compimento ma lo schiaccia, lo confonde, mette in evidenzia solo ciò che gli fa comodo e questa regalità la potremmo rivedere dentro tante realtà della nostra condizione. Allora dice Gesù: “Se questa logica della regalità fosse come dici tu, allora si potrebbe combattere, mio Padre mi manderebbe i miei servitori che combatterebbero per me”, se la regalità vuol dire quello che pensi, allora la nostra vita è inaccettabile, è inaccettabile che un uomo e una donna siano sottomessi l’uno all’altro, è inaccettabile che uno debba sopportare le angherie di un altro, è inaccettabile che uno debba sostenere la calunnia e tutte le difficoltà che gli altri ti fanno tante volte. Ma una cosa ancora sarebbe insopportabile, sarebbe insopportabile per ciascuno di noi vedere come noi stessi acciacchiamo, distruggiamo, calpestiamo la nostra regalità, quella che ci viene dal Battesimo, come noi stessi col nostro modo di pensare, di agire e di fare, umiliamo questa regalità. Allora tu capisci che non è possibile declinare questa gloria dentro il modo di pensare degli uomini. Come si fa? Come si può fare? Noi non avremmo avuto strade, non avremmo avuto modalità per entrare dentro questa logica se qualcuno non avesse mostrato una via ulteriore, se qualcuno che ha questa regalità da sempre non vi rinunci, non si svuoti di ogni potere e si sottometta alla caducità umana, si sottometta al fallace giudizio dell’uomo, uno come il Figlio di Dio, che pur essendo di natura divina non considera questa cosa come un tesoro geloso ma si spoglia, si svuota di questa prerogativa (cfr. Fil 2,6-11), viene in mezzo agli uomini senza mostrare le sue insegne senza far vedere che è destinato ad essere coronato di gloria, perché? Perché il suo compito è quello di raggiungere l’uomo e restituire a quest’uomo le insegne della sua regalità, vuole insegnare all’uomo di ogni tempo che è possibile regnare servendo, questa è la logica della croce, esercitare un potere strano, esercitare un potere servendo gli altri. Ditemi voi, come potrebbe fare uno ad insegnare una logica come questa? Noi non ci riusciamo, anzi ci lamentiamo tutti i giorni e diciamo: “Non è possibile, io sono oppresso da queste cose, oppresso dalle relazioni che ho con gli altri, non posso pensare di realizzare questa sottomissione, questa è una prerogativa appannaggio dei santi, appannaggio di eroi, di quelli che hanno qualche vantaggio sugli altri per poter vivere una vita in questo modo, ma io non lo posso fare, non lo posso fare!”…e saresti autentico se dicessi: “Non solo non lo posso fare, ma anche non lo voglio fare! Non voglio essere sottomesso, non voglio essere prevaricato, io non voglio morire per l’altro”. Pilato taglia corto e dice: “Allora dimmelo, tu sei re?”, “Tu lo dici: io sono re, anzi se lo vuoi sapere, per questo io sono nato, per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”, e qual è questa verità che si esercita nell’accettazione della croce? “Devo ricordare all’uomo da dove viene, devo ricordare al figliol prodigo che un giorno stava a casa sua, devo ricordare all’uomo che s’è preso la sostanza di Dio e si è allontanato, che la sua casa non è quella, ma è quella che ha lasciato, devo riportarlo gradualmente a casa; per farlo devo raggiungerlo là dove si è perso; per raggiungerlo là dove s’è perso devo rivestirmi o spogliarmi, se vuoi, come lui per rivestirlo come sono vestito io, per riportarlo nella casa del Padre che volentieri lo riconoscerà come figlio, che volentieri lo coronerà ancora di gloria. Se io scelgo una realtà intermedia che non è sufficientemente infima come l’uomo che s’è perduto, l’uomo non mi crederà. Se io voglio mostrare come il Padre vuole amarlo bisogna che muoia per lui e che muoia male, che muoia dentro la maledizione, perché l’uomo che si sente maledetto possa tornare a desiderare la benedizione del Padre”. Quello che la gente ci rimprovera è questo, ci rimprovera proprio questo, cioè il fatto di non voler arrivare proprio in fondo, di non voler giungere a riprendere per mano Adamo ed Eva che sono negli inferi, ci imputa qualche volta il fatto che noi siamo troppo lontani, a guardare dall’alto quello che succede, a fare il nostro culto, i nostri riti, le nostre liturgie, facendo della carità una sorta di crociata: “Adesso andiamo ad aiutare quella categoria! Poi andiamo ad aiutare quell’altra categoria…”, ma facciamo fatica ad arrivare nel posto più infimo, cioè più basso di tutti, dove l’uomo ha smarrito pure chi è, e allora si trasforma, si traveste, si cambia, mostra la lontananza che porta dentro, la mostra in modo evidente, la mostra come una schiavitù e non se ne rende conto, la mostra come una logica possibile ed invece in realtà ne è schiavo, ne è schiacciato. Guardate questa generazione, era convinta di essersi spogliata di tutte le mitologie, di tutte le cose che l’avrebbero in qualche modo prevaricata, ed invece da che cosa si lascia opprimere? Da logiche stolte, da religiosità fatue, da cose che non hanno senso, che non hanno valore e noi che facciamo, amici? Ci riprendiamo i vestiti e ce ne andiamo da un’altra parte guardando con sdegno quelli che non riescono a guardare il volto di Cristo dentro le nostre azioni, dentro le nostre parole, dentro i nostri rapporti?

La regalità di cui parla il Cristo non può essere un atteggiamento geloso di sé, non può essere un atteggiamento saccente, deve essere una logica di umiliazione di sé, di consegna di sé agli altri, l’altro si deve poter avvicinare e schiacciarmi per conoscere come lo amo, per vedere con i suoi occhi come lo perdoni, ma se tu dici: “Io non ci voglio arrivare a perdonare uno che mi fa del male, vorrei mettermi d’accordo prima…” allora tutto questo non sarà possibile. Diceva Giovanni in questo brano dell’Apocalisse che abbiamo letto (Ap 1,5-8): “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”. Ci ha messo nelle mani fin dal Battesimo questo sacerdozio, tutti ce l’abbiamo, un sacerdozio comune, la possibilità di fare della vita un altare per la salvezza degli altri, non un altarino per le proprie devozioni, un altare dove sacrifichiamo la nostra volontà per la salvezza degli altri, la nostra intelligenza per l’istruzione degli altri, tutto quello che ci appartiene, per la ricchezza degli altri, questo permette a tutta l’umanità di raggiungere quel compimento che è adatto, idoneo a rappresentare la piena maturità del Cristo, capo di tutto questo corpo, tutti ne siamo responsabili, in vario modo tutti ne siamo responsabili, ad ognuno è affidato un segmento di questa vocazione, perché finalmente Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,28), si manifesti cioè pienamente dentro la comunione dei suoi figli, quel giorno, solamente quel giorno, Dio ci farà la grazia di inaugurare un tempo nuovo, inaugurare il Regno dove finalmente tutti quanti noi entreremo. Noi portiamo il testimone di quelli che ci hanno preceduto e lo consegniamo a quelli che vengono. Tutta l’umanità, tutte le generazioni sono chiamate a portare l’uomo fino a quel punto, perché abbiamo visto il Cristo, il Verbo che era in seno al Padre arrivare fino al punto in cui eravamo noi: questa è una mozione d’amore, questo è un qualcosa che ci spinge da dentro, è una carità che ci sospinge verso Dio e fa della storia un luogo di salvezza, di crescita, che fa della fine del tempo un traguardo mirabile per tutta l’umanità e non solo un giudizio dove tutti quelli cattivi si separeranno da quelli buoni (cfr. Mt 25,33), non è questo che vuole il Padre, potrebbe essere inevitabile ma non è questo che vuole il Padre. Vuole che tutti siano in Cristo una cosa sola e attraverso Cristo una cosa sola con Dio (cfr. Gv 17,21), cioè la divinità, questa regalità e questa gloria come un dono trasparente per ogni figlio di Dio.

Possa lo Spirito Santo che porta a compimento la storia e il piano del Signore aiutarci a comprendere questa parola e ad attuarla ogni giorno della nostra vita.

Sia lodato Gesù Cristo.

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