Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Anno liturgico C
23 Giugno 2019

Tutti mangiarono a sazietà.(Messa del mattino e della sera)

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,11-17)

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

PRIMA LETTURA – Dal libro della Gènesi (Gen 14,18-20)

In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,
e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici».
E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

Salmo responsoriale Salmo 109.
Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore. R..

Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».R

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici! R.

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato. R.

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek». R.

SECONDA LETTURA Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 11,23-26).

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“O prezioso e meraviglioso convito!”
Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

L’Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi da uomini dèi.
Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull’altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati.
Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.
O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento?
Nessun sacramento in realtà è più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposizioni, e la mente viene arricchita di tutti i carismi spirituali. Nella Chiesa l’Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti.
Nessuno infine può esprimere la soavità di questo sacramento. Per mezzo di esso si gusta la dolcezza spirituale nella sua stessa fonte e si fa memoria di quella altissima carità, che Cristo ha dimostrato nella sua passione.
Egli istituì l’Eucaristia nell’ultima cena, quando, celebrata la Pasqua con i suoi discepoli, stava per passare dal mondo al Padre.
L’Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell’Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.

Trascrizione dell’Omelia

La trascrizione è in corso di elaborazione.

Quando Israele era uscito dall’Egitto, aveva aderito ad una promessa, che cioè sarebbe entrato in una terra dove scorre latte e miele, si sarebbe nutrito di due elementi, il latte ed il miele, che non produce l’uomo, il latte lo producono le vacche ed il miele lo producono le api. C’è un senso di gratuità totale che però non riguarda l’uomo e la sua attività. Quando cammina lungo il deserto, si accorge che Dio usa una pedagogia perché Israele possa adeguarsi a questa gratuità e allora riceve la “manna” tutti i giorni, dopo le quaglie e l’acqua dove gli serve, insomma Dio mostra di provvedere alle sue difficoltà in modo gratuito, perché cresca, perché capisca quale relazione il Signore vuole avere con questo popolo e goda di questa relazione, una relazione che sia soprattutto segnata dalla gratuità. Poi però entrati nella Terra Promessa, Dio stesso invita questo popolo ad entrare in una relazione ancora più importante. Perché? Perché chiede loro di collaborare con lui. Nella loro maturità, ormai hanno un’identità nella Terra Promessa, finalmente non si nutriranno più del latte e del miele ma collaboreranno lavorando la terra, raccoglieranno il grano facendone pane, piantando vigne, facendo il vino, un lavoro cioè che venga dalla grazia di Dio ma anche dalla collaborazione dell’uomo. Quando Israele pensa a una liturgia per questa relazione con Dio, fa quella benedizione che noi facciamo quando celebriamo la Messa: “Benedetto sei tu Signore Dio dell’universo perché ti possiamo offrire il pane, ti possiamo offrire il vino che sono frutto del lavoro dell’uomo, della vite, della terra e del lavoro dell’uomo”, cioè di questo incontro con il tuo dono, tu ci hai dato la terra, ci hai dato l’identità, noi collaborando con questo dono siamo capaci di produrre qualcosa per sfamarci e addirittura per sfamare anche gli altri uomini che non possono. Poi finalmente, nella pienezza del tempo, questa logica, questa relazione, cambia ancora, questo pane e questo vino frutto del lavoro dell’uomo, dei campi, della vite, diventa una relazione nuova, la memoria di una presenza, di Gesù Cristo stesso in mezzo ai suoi, così che la loro identità d’ora in poi non sarà più di un popolo che cammina così, con una pedagogia che non sempre segue, ma di un popolo che porta dentro di sé il dono di grazia che Dio gli ha fatto e cioè Cristo Stesso. Di questo si può nutrire, è ancora frutto del lavoro dell’uomo e della terra e della vite, però è qualcosa che si trasforma, segno che anche l’uomo è chiamato ad entrare in un’altra Terra Promessa dove la sua natura sarà trasformata, trasformata da questo nuovo cibo. Se quello serviva a dargli una responsabilità nella terra per nutrirsi e per nutrire, questo invece serve per entrare in un’altra Terra, in una terra dove finalmente tutto ciò che Dio poteva promettere, tutto ciò che Dio aveva pensato fin dalle origini, può diventare cibo per l’uomo. Ora, questo sarebbe anche teologicamente chiaro e ammissibile, ma noi viviamo una vita difficile, noi viviamo una vita complessa, una vita dove queste cose, questo nutrimento, non è sempre chiaro. Abbiamo fame di molte cose, spesso non sappiamo neanche dire di cosa abbiamo fame. Allora Luca ci presenta questo episodio, noi diremmo: “E beh, è il racconto di un miracolo, Gesù moltiplica i pani e i pesci”, in questo episodio, raccontato da Luca, c’è una sapienza che ci onora, perché Gesù non viene a fare un prodigio per meravigliare questi uomini, dice piuttosto al mondo come si fa, nella complessità della storia, nel dolore che viviamo tutti quanti, nelle difficoltà oggettive che ci accompagnano, come si fa a nutrirsi di questa speranza e di portare questo viatico fino al giorno in cui saremo con lui per sempre. E racconta un episodio in cui si trovavano in una grande radura, Gesù parla loro delle cose del cielo, poi alla fine si fa una cert’ora, questi hanno fame, i discepoli dicono: “Come faremo? Mandiamoli via perché mangino” e Gesù dice invece: “Date loro da mangiare”, lo diceva a quelli e lo dice a voi: “Date loro da mangiare” e tu dirai pressappoco quello che hanno detto gli apostoli: “Ma io che cosa ho in fin dei conti? Mah, vado a Messa la Domenica, faccio le orazioni di Santa Brigida, i primi Venerdì del mese, cerco di non fare il male, bah, la mia vita è semplice cosa vuoi, cosa sarà mai, cosa potrò dare?”, ricordati che hai cinque pani e due pesci! Hai cinque Libri della Torah, come questa gente, e due pesci, Profeti e Scritti, per dire: “Hai tutta la Sacra Scrittura”, ha Luca è molto caro questo tema, lo ripresenta in varie occasioni, hai tutta la Sacra Scrittura per nutrirtene tu e nutrire gli altri, tu dirai: “Ma io la Sacra Scrittura non la posso mangiare, è troppo dura da masticare, dice cose che non comprendo!”, lasciati guidare dalla chiesa che te la offre e se non te la offre, esigila dalla tua madre come esigeresti il pane dalla tua famiglia che ti nutre, fatti spezzare questo pane perché tu te lo possa mangiare e quando te lo fossi mangiato non stare là a dire: “Che bello, che meraviglia, questa parola oggi è tutta per me”, perché questa parola non è per te, o meglio, questa parola non è per te se non è anche per qualcuno che la sta aspettando da te. Dice questo Vangelo che abbiamo ascoltato: “Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste” a chi? A quello che fa il pan grattato? Furono portate queste ceste a chi aveva bisogno di nutrirsi! Questo mondo ha bisogno di nutrirsi, siccome siamo stati sempre avari nel dare le cose di Dio, perché le abbiamo disattese anche noi, questo mondo ci guarda con disprezzo, questo è il momento, se vi piace fare la processione in mezzo agli alberi con Gesù sacramentato con i canti di cento anni fa, ricordatevi che questo Gesù lo portate dentro di voi, entrate in relazione con gli uomini, questo Gesù di cui vi nutrite non è fatto per restare dentro la chiesetta del vostro cuoricino, ma per relazionarsi con gli uomini, per ridare la vita al mondo, e a te ti è chiesto. Come era chiesto a quegli uomini col lavoro dei campi e della vigna e frutto del lavoro dell’uomo etc., di collaborare alla crescita dell’umanità, così è chiesto alla chiesa di collaborare alla santificazione, restituendo agli altri, alla speranza degli altri, il dono che tu hai ricevuto. Non fare della tua vita la tomba dell’Eucarestia, saresti come quell’uomo che ha preso un talento da Dio, lo ha messo in un fazzoletto e l’ha lasciato lì, lo ha sepolto. Saresti come uno che uccide Gesù Cristo, lo mette nella tomba e non lo vede risorgere, questo non è cristianesimo, la fede non è fatta per la nostra devozione personale, la fede è fatta per la crescita del mondo, la fede è fatta per la crescita dell’uomo e Dio sa quanto è necessario in questo momento che l’uomo si rimetta a camminare con le istruzioni che vengono dall’Onnipotente. Ho gridato troppo lo so, però vorrei che queste cose le capiste bene, ve ne innamoraste e le regalaste ai poveri di questo mondo, che sono più poveri di noi, che non hanno proprio di che nutrirsi. Sia lodato Gesù Cristo.

Messa Vespertina

 

Trascrizione dell’Omelia

Chi ascoltava questo Vangelo, aveva la memoria di un popolo che, uscito dall’Egitto, si era incamminato nel deserto per conoscere che cosa portava nel cuore, guidato da un Dio che pedagogicamente gli dava tutto quello di cui questo popolo avrebbe avuto bisogno. Fra i doni che questo popolo riceve c’è anche la “manna” un pane che discende dal cielo, che ha come caratteristica quella della gratuità, è un pane sostanziale che basta per il giorno in cui viene raccolto e consumato. Tutta la storia di questo popolo è un cammino che celebra il ricordo, la memoria di questo dono, dono che tuttavia è anche anticipazione di un qualcosa che accadrà, cioè è una promessa, è buono oggi, è sostanziale, ma rimanda ad un pane che sarà soprasostanziale, cioè ad un pane che nutrirà in un altro modo, che nutrirà anche oltre i limiti nei quali è stato donato. Quel pane sostanziale è un pane che colmava la loro fame, il loro stomaco, ma non aveva la capacità di fare di loro un popolo libero. Poi nella Terra Promessa che cosa avrebbero trovato, se vi ricordate? Latte e miele, una terra dove scorre latte e miele, e il latte ed il miele non li produce l’uomo, lo fanno gli animali per lui. Dunque una gratuità come dono ma dove l’uomo non ha quasi nessun operato se non quello di estrarre il miele dal favo e mungere il latte dalle mucche. Finalmente, nella pienezza del tempo, le cose cambiano, e questa pedagogia cambia, e il rapporto di Dio con l’uomo cambia, perché l’uomo finalmente porterà all’altare un pane ed un vino frutto del lavoro dell’uomo e dei campi, frutto del lavoro dell’uomo e dell’uva delle vigne, dunque è chiamato a collaborare perché il cibo venga dal cielo ma sia anche opera dell’uomo, segno che l’uomo è salito rispetto alla sua relazione con Dio. Se dal peccato originale era stato scacciato dallo stato paradiso per riconquistarsi una libertà è una dignità col sudore della fronte e le doglie del parto, finalmente questo è il tempo, il tempo del Messia è quello in cui gli uomini ricominciano a lavorare insieme a Dio, a rimettere insieme le cose della creazione, a ridare il nome a tutta la creazione perché finalmente mostri le meraviglie del pensiero dell’Altissimo. E Gesù celebra il suo sacrificio proprio legato a queste immagini del pane e del vino, cioè all’immagine di qualcosa che riguarda il lavoro dell’uomo, la collaborazione degli uomini e la grazia di Dio, in lui si compie questo incontro e finalmente diventa un pane buono anche per quelli che dopo questi fatti della passione, morte e resurrezione, si avvicineranno alla sua persona. E perché? Come è buono questo? Che vuol dire questo? Come è possibile che una persona si possa tradurre nel pane e nel vino? Perché noi accostandoci al pane e al vino ci accostiamo al corpo e sangue di Gesù Cristo? Beh, il brano che abbiamo letto di Luca qua, per noi forse è scioccamente solo un miracolo, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma questo non è un miracolo, non è un prodigio, questo è un insegnamento che dice bene ciò che Gesù ha in mente e ciò che gli uomini devono capire: che quella manna, avevano compreso bene gli israeliti, scende dal cielo come la parola di Dio, quella parola che come la pioggia e la neve scende dal cielo e non vi ritorna senza prima aver fecondato e fatto germogliare la terra, viene dall’alto, viene da Dio, come l’amore che discende, torna a lui con il cuore dell’uomo, l’abbiamo detto, che collabora a questa risalita. Dunque un pane che scende è una parola di Dio che raggiunge l’umanità, la nutre l’umanità come la parola. Allora in questo brano in cui si trovano in cinquemila in una radura a sentire l’insegnamento di Gesù, quando viene a mancare da mangiare gli apostoli si sono preoccupati e hanno detto al Signore: “Mandali a comprare qualcosa”, quando Gesù dice loro: “Date loro da mangiare”, si accorgono di avere “cinque pani e due pesci”. Per noi è come un chilo di patate e tre chili di .. ma “cinque pani” Israele lo sapeva bene, erano i cinque Libri della Torah, era proprio quella parola con la quale Dio si era plasmato un popolo, era proprio quella parola attraverso la quale Dio aveva desiderato farsi conoscere da questo popolo. “Cinque pani”, cinque Libri: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio e poi “due pesci”, gli altri due corpi di letteratura di parola di Dio e cioè quella che riguarda i profeti e quella che riguarda gli scritti, in poche parole tutta la Sacra Scrittura. Allora in questo brano noi davanti a che cosa siamo? Davanti al miracolo di un pane che diventa molto, addirittura ne avanza? No, siamo davanti al prodigio della parola di Dio che attraversa le epoche, attraversa i cuori delle persone e non viene mai a mancare. Questa parola ha la capacità di dare grano al seminatore e pane da mangiare. È una parola che dà la possibilità di nutrire oggi che l’ascolti e farsi scoprire e comprendere domani quando la incontrerai nei fatti della storia. Dunque ancora un pane che scende dal cielo, che può entrare, penetrare, nella coscienza di tutti, che può farne diventare un corpo solo, come questa assemblea che aveva ascoltato il discorso di Gesù, ma è anche un pane che avanza, che sopravanza, ne avanzano dodici ceste, come dodici tribù di Israele, come dodici apostoli, a dire che questa parola, riaffidata alla fede degli uomini, penetra nella storia e nel mondo come un pane buono anche per gli altri, attraverso l’annuncio evangelico. Ora tu guarda bene, possiamo sfilarci ormai dal miracolo dei pani e dei pesci e delle altre cose e riguardare un po’ che cosa succede a noi davanti a questa parola. Perché noi la comprendessimo non è diventata forse un pane? Il Verbo di Dio che tu non avresti saputo mai intuire, non si è messo forse i tuoi vestiti per farsi conoscere? Il Figlio dell’Altissimo, invece di metterti in difficoltà, metterti a disagio a causa della sua santità e dei tuoi peccati, non si è forse fatto trattare da peccato per abbassarsi davanti a te, perché tu potessi dire: “Si Signore, ti credo e ti amo, perché nessuno ha avuto verso di me un amore più grande di questo, nessuno si è inchinato davanti a me come hai fatto tu nel tuo Figlio”? Questa parola che era lontana, distante ed incomprensibile, detta in una lingua che tu neanche conosci, non è diventata forse la tua preghiera? Non preghi i salmi, non canti gli inni, non ti ricordi le parole del Signore che vengono lette in chiesa e anche pregate nella liturgia? Non abitano forse dentro la tua pietà? Questo pane allora non è diventato forse commestibile per te? E diventando commestibile per te, non ti ha ottenuto qualcosa dello stesso Figlio che te l’ha dato, cioè la sua santità? Non è per questo che ti accosti all’altare? Non è per questo che ti avvicini e ne mangi? Perché la sua santità investa tutta la tua esistenza e la riscatti? E se hai ricevuto questo e se tu credi di aver ricevuto questo, che cosa ne fari di queste dodici ceste se non nutrire questa generazione che è lontana dalla parola, lontana dalla santità, lontana perfino dall’aspettativa di una promessa che possa riscattarla? Chi glielo farà arrivare? Noi sacerdoti non lo possiamo fare più, non siamo più in queste condizioni, il nostro sacerdozio ordinato serve a ricordarti questo prodigio, ma il sacerdozio comune che tu porti in forza del Battesimo, quello deve spezzare questo pane della parola, quello deve raccontare a questo mondo che vale la pena sperare in Dio, proprio il tuo sacerdozio secondo il Battesimo, deve ridare speranza ad un mondo che è schiacciato da mille preoccupazioni e non sa da che parte rifarsi. Vinci l’ignoranza di questa generazione, con i suoi oroscopi e i suoi vaticini stolti, con la sapienza della Scrittura, hai solo “cinque pani e due pesci” ma falli fruttare, che non accada come a quell’uomo a cui fu affidato un talento, che tu lo sotterri e non lo faccia mai più risorgere. Il nostro talento è stato ucciso, è entrato nella terra, ma dalla terra è resuscitato, prendine coscienza e fai lo stesso, riaccendine la speranza in questo mondo e soprattutto ricostruiamo le strutture della fede, non solo quella della devozione, adesso facciamo anche una processione in mezzo agli alberi, io non so perché la facciamo in mezzo agli alberi, per evangelizzare chi? Fai piuttosto una processione con il corpo di Cristo di cui ti sei nutrito dentro le relazioni che incontrerai, stasera, domani, dopo domani, in tutta la tua vita. Fai tu una processione del Santissimo Sacramento, della parola che è stata innestata al centro del tuo cuore nelle logiche che osservi in mezzo al mondo, che nessuno possa dire: “Questi cristiani dicono di credere nelle cose di Dio, ma poi di fatto sono meschini, sono paurosi, mormorano contro tutto, giudicano chiunque, sono pieni di livore e di invidia, celebrano nelle loro famiglie divisioni e ne sono fieri come se fosse qualcosa da mettere davanti a tutti”. Non ve le volete sentir dire queste cose? Ma tanto sono queste quelle che ci riguardano, è la nostra vita amici, è la nostra vita, ma qua c’è Uno che è venuto a ricordarci che questa nostra vita pur misera, è destinata a diventare la vita stessa di Dio, ricordatene, siine cosciente ed agisci di conseguenza. Che lo Spirito Santo ti accompagni in tutte le tue vie. Sia lodato Gesù Cristo.

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