XXIV Domenica Tempo Ordinario

Anno liturgico C
15 Settembre 2019

Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte.(Messa del mattino e della sera)

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

PRIMA LETTURA – Dal libro dell’Èsodo (Es 32,7-11.13-14)

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Salmo responsoriale Salmo 50.
Ricordati di me, Signore, nel tuo amore. R..

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro. R

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito. R.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi. R.

SECONDA LETTURA Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo (1Tm 1,12-17).

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

Il Signore dice: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». Questa fame non ha nulla a che vedere con la fama corporale e questa sete non chiede una bevanda terrena, ma desidera di avere la sua soddisfazione nel bene della giustizia. Vuole essere introdotta nel segreto di tutti i beni occulti e brama di riempirsi dello stesso Signore.
Beata l’anima che aspira a questo cibo e arde di desiderio per questa bevanda. Non lo ambirebbe certo se non ne avesse già per nulla assaporato la dolcezza. Ha udito il Signore che diceva: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore». Ha ricevuto una parcella della dolcezza celeste. Si è sentita bruciata dell’amore della castissima voluttà, tanto che, disprezzando tutte le cose temporali, si è accesa interamente del desiderio di mangiare e bere la giustizia. Ha imparato la verità di quel primo comandamento che dice: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Infatti amare Dio non è altro che amare la giustizia. Ma come all’amore di Dio si associa la sollecitudine per il prossimo, così al desiderio della giustizia si unisce la virtù della misericordia. Perciò il Signore dice: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia».
Riconosci, o cristiano, la sublimità della tua sapienza e comprendi con quali dottrine e metodi vi arrivi e a quali ricompense sei chiamato! Colui che è misericordia vuole che tu sia misericordioso, e colui che è giustizia vuole che tu sia giusto, perché il Creatore brilli nella sua creatura e l’immagine di Dio risplenda, come riflessa nello specchio del cuore umano, modellato secondo la forma del modello. La fede di chi veramente la pratica non teme pericoli. Se così farai, i tuoi desideri si adempiranno e possiederai per sempre quei beni che ami.
E poiché tutto diverrà per te puro, grazie all’elemosina, giungerai anche a quella beatitudine che viene promessa subito dopo dal Signore con queste parole: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».
Grande, fratelli, è la felicità di colui per il quale è preparato un premio così straordinario. Che significa dunque avere il cuore puro, se non attendere al conseguimento di quelle virtù sopra accennate? Quale mente potrebbe afferrare, quale lingua potrebbe esprimere l’immensa felicità di vedere Dio?
E tuttavia a questa meta giungerà la nostra natura umana, quando sarà trasformata: vedrà, cioè, la divinità in se stessa, non più «come in uno specchio, né in maniera confusa, ma a faccia a faccia», così come nessun uomo ha mai potuto vedere. Conseguirà nella gioia ineffabile dell’eterna contemplazione «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo».

Trascrizione dell’Omelia

Proviamo ad entrare insieme per questo racconto del “figliol prodigo”, come lo chiamiamo sempre, però da un’altra parte, vediamo se ci aiuta a capire meglio di che cosa si sta parlando, perché così letteralmente tu dici: “Rendiamo grazie a Dio” ma in realtà non è che saresti proprio d’accordo, eh? Se tua cognata venisse dopo aver sperperato tutto e tuo padre a lei dà le stesse cose che dà a te, non credo, eh? Lo so perché noi giudichiamo tutti, giudichiamo tutti con un metro che crediamo sia giusto ma in realtà non sappiamo neanche di che stiamo parlando. Torniamo alla Prima Lettura dal Libro dell’Esodo, guardate chi è questo Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, quando chiama il suo popolo dall’Egitto, quando lo libera dalla schiavitù dell’Egitto, cioè da una logica che non paga che anzi schiavizza, questo Dio cambia il cuore degli egiziani e prima che gli ebrei escano da questa terra, costringe gli egiziani a liberarsi dei loro beni per darli agli ebrei e fra questi beni anche molto oro, così ci racconta il Libro dell’Esodo. A che sarebbe servito questo oro? Beh, forse nel deserto non sarebbe servito, ve lo immaginate bene, magari gli armenti si, magari le altre cose. Guarda bene, l’oro sarebbe servito dopo, quando entrati in una Terra avrebbero potuto cominciare a commerciare e a costruire qualcosa che dicesse veramente la loro identità. Ora, se Dio da a loro dei beni ma anche loro per costruire una dignità, una identità il giorno che avranno una Terra, che cosa sta facendo questo Dio? Che cosa ha visto questo Dio in questo popolo di pecorai? Ha visto un popolo che avrebbe potuto albergare la gloria di Dio. Dio quando guarda l’uomo la prima cosa che vede è ciò che Egli Stesso vi ha posto, cioè il suo tesoro, non quello dell’uomo, non le buone opere dell’uomo, ma il tesoro che Egli Stesso ha posto nel cuore di ciascuno. E qual è questo tesoro? L’immagine e somiglianza, così ci ha fatti, appartiene a lui, questo dono che ci ha fatti appartiene a lui e per quanto tu ti studi di fare il male, questo dono non se ne andrà mai da te; per quanto tu ti possa allontanare dalle sue logiche, dall’amore di Dio, ciò che Egli ti ha donato chiamandoti all’esistenza, la grazia che ti ha fatto ricolmando la tua vita di beni, questo non se ne potrà mai andare. L’oro, lo stesso dei Magi al giorno dell’Epifania, l’oro riconosce la dignità. Dunque Dio ha riconosciuto la dignità di un popolo che usciva dall’Egitto, prima ancora che questo se ne rendesse conto. Che cosa ha fatto Israele? Nel deserto, in un momento in cui Mosè sta sul Sinai a sentire Dio che gli dà la Torah, che gli dà la Legge, comincia a sentirsi smarrito, non sa più che sta facendo, chiede ad Aronne di fargli un idolo, di fargli un dio. E Aronne che fa? Prende l’oro, lo fa fondere, tutto quell’oro che serviva per l’identità di Israele, lo fa fondere e lo mette dentro una forma trovata nel deserto, roba di altri popoli, di altra gente, una forma di un dio che non gli appartiene. E questi hanno davanti a sé una forma di un vitello con le corna, un vitello che mangia fieno, dirà un Salmo (Sal 105,20) in un senso spregiativo come per dire “mangia fieno ..” e sapete cosa fa dopo, dunque non qualcosa che sappia dare la dignità ma qualcosa che sappia fingere la dignità. Ora, entra un po’ nella tua vita, entra un po’ nelle tue relazioni, entra un po’ nella mentalità di questo tempo e guarda se l’uomo si rende conto della propria dignità, della grandezza dell’identità che Dio gli ha dato, o se cerca questo in altre forme che non gli appartengono, sprecando, sperperando, direbbe Luca a proposito del figliol prodigo: “sperperando tutto con le prostitute”, perché le prostitute? Mica perché ce l’aveva con le prostitute, perché sono immorali, con le prostitute per dire che perfino l’amore non era autentico, è pagato e un amore pagato non può essere un amore, lo capisci bene no? Allora questa dignità del figliol prodigo, questa dignità di Israele, che è stato chiamato ad uscire per entrare nella sua identità nella Terra, viene svenduto in relazioni che non pagano. Così come ciò che noi abbiamo ricevuto da Dio, la grazia che ci ha fatto di comprendere ciò che portiamo nel nostro cuore, il progetto che Egli ha fatto per noi, l’abbiamo svenduto in relazioni che non hanno pagato, che ci hanno lasciato soli, che ci mettono in contraddizione in difficoltà e ci fanno diventare giudici di tutto il mondo e paurosi del giudizio degli altri nei nostri confronti. Così abbiamo perso tutto, eppure il motivo per cui l’oro era stato preparato è il progetto di Dio, quello che Dio aveva fatto ad Abramo, quello che Dio ha fatto a noi in Cristo, c’è un progetto che vive dentro di noi, Dio lo guarda, questo progetto ad un certo punto comincia a dire: “Torna a casa, dai torna a casa, torna da Dio, torna a tuo Padre, se non hai ancora compreso qual è il suo amore, se ti sei sentito tradito dalla vita, se ti sei sentito abbandonato, messo da parte, torna a ragionare secondo Dio”. Appena ti volgi verso di Lui, Dio si volge verso di te, questo è il racconto del figliol prodigo, si volge verso di te perché vede quello che tu ancora non vedi, dice il figlio prodigo, perché non si vede, non si capisce, non si è accorto della dignità che porta, dice: “Adesso vado da mio padre perché lì chi lavora con lui sta bene, io qui non ce la faccio più, non vivo più, allora almeno sarò un lavorante a casa di mio padre”, un lavorante a casa di qualcuno, quel qualcuno per lui chi è? È un padre? No, è un padrone, che dici? È un datore di lavoro, non è un padre. E molti ricorrono a Dio pensando che sia un datore di lavoro, molti si avvicinano a lui facendo mercanteggiamenti: “Io ti do questo, tu che mi dai? Non mi dai?? Allora io non ti do! E allora tu non mi hai dato e io non ti..” quanti in mezzo a noi hanno pensato malamente di Dio, ma Dio, come il padre del figlio prodigo, quando ci vede tornare dice: “No, non puoi, non puoi essere un operaio a casa mia, tu a casa mia sei figlio e se sei figlio ricordati della tua dignità, vieni in questa casa e apri volentieri tutte le cose che sono a tua disposizione, prendi ciò che è degno per la tua vita”, non per i tuoi piaceri ma per guarire le tue relazioni, per guarire questo mondo, per ricostruire un’antropologia degna di Colui che ci ha chiamati all’esistenza. È uno stupore, del figlio? No, è uno stupore degli altri, è uno stupore del fratello che rimane a casa e dice: “Ma come questo ha sperperato e invece io ho custodito ..”, “Figlio mio, anche tu che hai custodito ricordati che quello che mio è tuo, ti appartiene totalmente, non c’è la possibilità di sperperarlo”. Allora l’annuncio di questo Vangelo oggi, non è il perdono del padre nei confronti del figliol prodigo, che ti scandalizza, il buon annuncio oggi per te è che tu possiedi qualcosa che se anche se te ne dimentichi Dio lo vede e se Dio lo vede tu non puoi morire, tu non puoi aver paura, non puoi sentirti solo, Dio vede come ti ha fatto e per questo è disposto a farti grazia. Dice Geremia: “Ti ho amato di amore eterno” è Dio che parla, “per questo ti conservo ancora pietà”, allora rifletti su questo, l’annuncio ti chiede oggi, ti chiede di vedere come Dio ti ama di amore eterno, dove è nascosto questo amore di Dio e ti chiede anche di adoperarti perché questo amore sia visibile, perché questo amore ti resusciti. Guarda io ti vedo sai, lo so che stai pensando alla disgrazia che ti ha ucciso, al tradimento di tuo marito, alle cose che non sono andate e le metti davanti a Dio come per dire: “Quanto amore mi hai riservato visto che l’umanità invece mi ha ridotto in questo modo?”, eppure questo dono di grazia che porti dentro, non morirà, abbi pazienza, dovesse durare pure tutta la vita, io ti assicuro che Dio presterà orecchio, che ti farà grazia secondo la sua misericordia e anche secondo la tua capacità di accogliere questo dono. Sia lodato Gesù Cristo.

Messa Vespertina

 

Trascrizione dell’Omelia

Chissà se saresti veramente tanto entusiasta nel vedere un tipo di giustizia celebrata in questo modo, cioè che mentre tu tutto sommato ti mantieni abbastanza fedele e sei trattato senza nessun riguardo particolare e uno, che venga da lontano, con i suoi debiti, con la sua cattiveria, con i suoi problemi, con i peccati che ha fatto, tornando, accolto dal padre, chissà se ti vedrebbe pure a te contento e dire: “Lode a te o Cristo, che bello, mi piace che tu accogli i lontani, premi i peccatori e così siamo tutti insieme una bela famiglia” eh? Allora entriamo insieme in questa sapienza.. Potremmo stare qua una settimanella a ragionare su questa bellissima parabola del “figliol prodigo” perché è ricca, è veramente un mosaico ricco di colori intensi e che fanno vedere veramente l’amore di Dio e la grazia che riserva ai suoi figli. Ma vorrei partire da un’altra parte, così almeno qualche cosa la capiamo meglio stasera, vorrei partire dalla Prima Lettura, dal Libro dell’Esodo, là dove si racconta che questo popolo, mentre Mosè stava sul monte Sinai ad aspettare che Dio gli insegnasse le cose della vita e gli parlasse soprattutto del grande progetto che aveva con questo popolo di pecorai, che era uscito dall’Egitto, questi che cosa avevano fatto? Erano usciti da un paese in cui si trovavano male, in cui erano stretti da logiche stringenti tutte a loro sfavore, vi ricordate? Dovevano fare lo stesso numero di mattoni senza avere la paglia necessaria, perché si erano decisi di scappare da là, allora alla fine dopo le dieci piaghe gli egiziani: “Adesso basta, andate via, non venite più, non vogliamo vedervi più” e li caricano d’oro, come si dice a Roma: “Ponti d’oro a chi se ne va”, li caricano d’oro perché Dio ha aperto il cuore degli egiziani e li ha convinti a mandar via questo popolo con delle sostanze. Che cosa avrebbero dovuto fare con quest’oro? Quest’oro, secondo la logica del Pentateuco, dei Libri della Torah come dicono gli ebrei, quest’oro sarebbe servito una volta arrivati nella Terra Promessa, dove finiva il loro cammino, dove finalmente avevano un pezzo di terra che diceva chi erano, un’identità, un possesso uguale un’identità, là su quella terra quest’oro sarebbe servito a commerciare forse, sarebbe servito a costruire le cose del Tempio, a pagare tutti i grandi tessuti e i materiali che servivano per costruire il Tempio e gli arredi sacri, insomma quest’oro sarebbe servito a celebrare l’identità e la dignità di questo popolo, come i Magi portano l’oro al Figlio di Dio nella spelonca dove è nato, quell’oro sarebbe servito a riconoscere la dignità di questo popolo, di questa umanità. E che ne hanno fatto loro? Hanno pregato Aronne, che era rimasto con loro mentre Mosè era sul Sinai, gli hanno detto: “Facci vedere chi siamo, facci vedere che dignità abbiamo, dacci un dio che ci dica chi siamo secondo lui”. Allora Aronne fa prendere una forma trovata nel deserto, fa fondere quest’oro, fa prendere questa forma e esce fuori che cosa? Un vitello che mangia fieno, dice il Salmo (Sal 120,5), sai che vuol dire “un vitello che mangia fieno”? Che tanto fieno mangia tanto fieno .. restituisce, cioè non è adeguato, non è proporzionato all’identità, alla dignità che quest’oro avrebbe dovuto esprimere, capisci? Dio chiama uno all’esistenza, gli fa un dono grandissimo che è qualcosa che gli appartiene, fa l’uomo a immagine e somiglianza sua, lo degna di una grandezza incommensurabile e che cosa fa quest’uomo? Fonde questo benessere, fonde questo dono che Dio gli ha fatto che è la relazione con lui, e quello che ha fuso lo mette nelle forme di questo mondo, forme che non gli appartengono, forme che non fanno parte di questa relazione, questa dignità la spreca. Sai, il “figliol prodigo” dice che ha sprecato tutto con le prostitute, sapete perché? Mica perché le prostitute .., anzi passeranno prima di noi nel Regno dei Cieli ha detto Gesù, quindi non è il problema delle prostitute, ma le cose sperperate con le prostitute dicono che un amore pagato non può essere un amore, lo capisci? Dunque una dignità che tu sperperi là dove l’amore viene pagato, non è più una dignità, allora l’uomo perde non solo la dignità che dice la sua relazione con Dio, ma perde la sua identità. Ed infatti questo figlio prodigo non si ricorda più l’identità, come questo popolo non si ricordava più chi era il Dio che l’aveva liberato dall’Egitto, questo figlio prodigo, quando decide di tornare a casa, non chiama più “Padre” il padre, ma lo vorrebbe chiamare padrone visto che a casa sua i servi sono pagati, “quasi quasi torno pure io”, “torna in se stesso” dice il Vangelo, pensando dentro di sé, cercando dentro di sé, è l’inizio della preghiera, quest’uomo che ormai non può mangiare neanche il cibo che viene dato ai porci, si guarda dentro, e che vede dentro? La gloria di Dio? Non ancora. Pure tu quando ti riguardi dentro non vedi subito la tua relazione con Dio, però ti ricordi di questo sapore, però ti ricordi di questo profumo che almeno una volta nel tuo cuore ti ha parlato della relazione con il Padre e allora, così come lui ritorna a casa, pure tu forse ti senti spinto a tornare a relazionarti con Uno che forse non conosci, di cui hai dimenticato la grandezza e anche l’importanza, che lo chiami padrone forse, che vorresti almeno, che ne so, un po’ di candele, un po’ di offerte, un po’ di qualche cosa, di pagarti l’amore, ma con Lui questo amore non si paga, non è come con le prostitute, questo amore è gratuito, appena quest’uomo si volge verso il padre, il padre si volge verso di lui, così come il Dio di Mosè aveva mandato Mosè con le tavole per rifare un patto con questo popolo infedele. Adesso la domanda è: l’uomo che torna verso Dio, abbiamo detto, vede qualcosa e si ricorda di questa relazione, e dimmi un po’ e Dio che cosa vede? Vede l’uomo ed il pentimento dell’uomo? No amici, Dio vede ciò che ha posto Egli Stesso nel cuore di quest’uomo, Dio vede la gloria che Lui Stesso ha nascosto nella natura di ogni uomo. Noi non riusciamo a vederla per i peccati, Lui la vede, perché sai, il primo contemplativo è Lui. È Lui che riesce a contemplare il suo dono dentro la nostra natura di peccato, la sua grandezza dentro la nostra piccolezza. Veramente Lui è un contemplativo, perché riesce a vedere la sua presenza dentro la nostra pochezza. Quando a noi è chiesto di vedere la sua presenza nel Santissimo Sacramento facciamo un po’ fatica, ma Lui vede sempre in noi, anche facciamo fatica quando vediamo il prossimo e non riusciamo a vedere l’impronta di Dio nella sua vita e lo giudichiamo etc., capite che importanza ha questo Vangelo? Allora qual è l’annuncio che ci fa questa parola oggi? Che possiamo tornare a casa, che possiamo convertirci? L’annuncio che ci fa la parola oggi è che forse è giunto il momento di guardare di che cosa siamo fatti, che ci ricordiamo che apparteniamo a Dio e che questa relazione ci nobilita, che l’immagine e somiglianza con la quale siamo stati chiamati all’esistenza è un’impronta indelebile dell’amore di Dio e Dio di fronte a questo amore fa come quel pastore che lascia novantanove pecore e va a cercare quella che manca, come la donna che ha perso la dramma e la va a cercare e fa festa con le sue amiche. Dio fa festa perché? Perché quando si specchia nel cuore dell’uomo che si accorge di Lui, ricompone l’integrità della sua creazione, la ricompone come l’ha pensata da sempre, la ricompone come l’ha destinata ad essere, come il Figlio nella sua preghiera sacerdotale dice: “Come io e te siamo una cosa sola, pure loro siano in noi una cosa sola”, nel capitolo 17 di Giovanni, capisci cosa è in gioco? E ora, caro cristiano, se veramente hai lodato Dio per questa parola e per questo annuncio che ti è arrivato, cambia il tuo modo di pensare, guarda gli altri in un modo diverso, che non ti accada di fare come quel figlio che rimasto a casa dice: “Ma guarda, noi siamo tutti perfetti, tutti precisi, apparteniamo alla tradizione, allora riconosci noi, quelli che c’entrano?”, non ti accada di giudicare l’altro e di farti avanti come se tu fossi meglio di lui, rallegrati piuttosto che Dio si specchi tanto nella tua natura, quanto nella natura del tuo prossimo, che qualche volta, è più peccatore di te. Allora ricostruiremo insieme il Regno, allora ricostruiremo non la città di Dio ma il corpo di Cristo che è la Chiesa. E i dissidi, le critiche, i giudizi e la stoltezza del nostro pensiero quando camminiamo sul suolo come gli animaletti, allora tutto questo pensiero negativo e malvagio si ridurrà a favore del disegno dell’Onnipotente. E lo Spirito che anima la parola e che anima ogni annuncio, ti convinca circa le cose che abbiamo detto perché tu possa tornare a casa riconciliato e a casa essere fonte di riconciliazione per il mondo che incontri. Sia lodato Gesù Cristo.

Agni Parthene // Musica Sacra
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