IV° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico C
21 aprile 2013

Alle mie pecore io do la vita eterna

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Alleluia, alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

PRIMA LETTURA – Dagli Atti degli Apostoli (At 13,14.43-52)

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.
Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Dal Salmo 99 (100)
R. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.

SECONDA LETTURA – Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 7,9.14b-17)

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna,
perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

“Cristo, buon Pastore”
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno papa
(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)

«Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all’amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l’amore della verità.
Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell’amore; non del solo credere, ma anche dell’operare. L’evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).
Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore» (Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall’amore con cui muoio per le pecore.
Di queste pecore di nuovo dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna (cfr. Gv 10, 14-16). Di esse aveva detto poco prima: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10, 9). Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall’atto di credere alla contemplazione, e troverà i pascoli nel banchetto eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco. Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, che è eterna primavera? Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, l’anima si sazia senza fine del cibo della vita.
Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S’infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s’infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare. Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la meta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo.
Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.

Trascrizione dell’Omelia

Quando noi ci mettiamo davanti a questa tenera immagine del Buon Pastore, ci immaginiamo sempre qualcuno che ci viene a prendere e ci porta da qualche parte, ci porta – come dice il Salmo 23 – ai pascoli erbosi, alle acque tranquille (Sal 23,2), cioè ci porta verso una meta che noi oggi non conosciamo, che desideriamo, che auspichiamo, che vorremmo raggiungere, che ci gusta sapere che è il nostro obiettivo. Di fatto però dobbiamo ammettere di non conoscerla, non è la nostra, forse non l’abbiamo mai vista, non l’abbiamo mai veramente desiderata. Per esempio, confondiamo questa meta con quel luogo ideale che ci sarà dopo la nostra morte: allora il Buon Pastore è uno che ci prende da qua e ci porta là. Ora invece c’è una realtà nella Parola di stasera, nella tematica che la Chiesa vuole affrontare in questa quarta Domenica di Pasqua, cioè “Il Buon Pastore”, c’è qualcosa in questa Parola che abbiamo ascoltato, che forse può aiutarci meglio a capire chi è Costui che ci viene incontro. Guardate questo piccolo brano del Vangelo di Giovanni, dice Gesù: “Il Padre mio che mi ha dato queste pecore è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. E poi: “Io e il Padre siamo una cosa sola” . Allora sta dicendo Gesù: “Queste pecore possono ascoltare la mia voce e riconoscerla perché possono intuire qualcosa nella mia voce, nelle mie parole, qualcosa della mia persona, della mia realtà, che in qualche modo gli appartiene. Lo riconoscono e non lo vedono appieno, si sentono coinvolte ma non sanno perché”. Noi potremmo dire: “E’ vero, nel nostro desiderio c’è un parte dell’oggetto che ci spinge, che conosciamo. Tanto però che riguarda il nostro desiderio non sappiamo rappresentarcelo, tanto che vorremmo andare, ma non riusciamo sempre a seguire la forza di questo desiderio”. Allora dice Gesù: “Bene, se queste ascoltano la mia voce e la riconoscono e mi seguono, è perché riconoscono qualcosa che appartiene anche a loro. Allora io sono venuto a dirvi che cos’è questo qualcosa che appartiene a voi e che appartiene a me”, è il Buon Pastore che parla. Che cos’è? Bene, perché tu lo capisca, sappi che questo qualcosa viene da Dio, dallo stesso Dio che ti ha creato. Egli ha posto dentro la tua vita qualcosa di Sé e tu, che hai qualcosa di Lui, te ne accorgi, lo percepisci. Te ne accorgi nel corso della tua vita, c’è uno spazio interiore che chiede costantemente di essere dilatato ed in questo spazio interiore, il tuo cuore desidera contemplare l’Amato. Non sai rappresentartelo, è vero, però sai che c’è, questo profondo, irriducibile languore, nel centro della tua esistenza. Allora dice Gesù: “Io ti dico che cos’è: l’oggetto di questo languore, di questo appetito profondo, di questo desiderio insaziabile, è la sapienza, è Dio, è la sua verità. Se tu la segui ti accorgi di poter essere anche libero davanti a Lui e di poterti muovere come farebbe un figlio con suo padre. E’ vero che il peccato ti fa dubitare della bontà di questo invito, è vero che le cose che hai fatto nella tua vita ti fanno dubitare che questo itinerario sarà possibile, che questo ritorno a Dio sarà percorribile, però io ti annuncio, guarda, che Colui che ha posto dentro di te questo seme di gloria, vuole farlo germogliare”. E guarda che questo è l’oggetto dell’annuncio cristiano. L’annuncio cristiano non è: “Tu risorgerai e avrai l’aldilà dove potrai abitare per sempre insieme agli angeli”, l’annuncio cristiano è: “Quel qualcosa che tu sperimenti ha un nome, Dio lo vuole far germogliare perché egli stesso lo ha posto”. Cambia tutto di te, cambia tutto quello che pensi, cambia quello che vuoi, addirittura, e le paure si mettono da parte. Se tu dici: “Ma è vero, fin qua lo posso riconoscere, è vero che c’è questo qualcosa dentro di me”. Se uno viene a dirmi: “Io lo faccio germogliare, ti porto nel luogo dove questo qualcosa ha avuto origine”, allora tu dici: “Posso ricominciare a sperare, posso rimettermi in cammino, posso – per esempio – non aver più paura di essere schiacciato dalle cose che ho combinato, posso non aver più paura di tutti i nemici che ho avuto fino adesso, posso non arrestarmi più davanti alle difficoltà dell’esistenza. Se questo qualcosa è destinato a germogliare, io lo seguirò, con umiltà, con fiducia. Perché lo seguirò? Perché costui che viene dalla stessa origine da cui viene questo desiderio, me lo viene ad annunciare, me lo viene a raccontare, viene a distillarlo dalla mia vita, viene a mostrarmi questo qualcosa, nonostante tutte le difficoltà e i miei peccati. Mi costringe quasi, o mi invita molto caldamente, a guardare in faccia quello che porto dentro, perché io riprenda coraggio e mi metta in cammino”. Allora io dirò: “Sì, è vero, adesso riconosco la tua voce,.Tu non vuoi fare giustizia su di me, o non vuoi punirmi, o non vuoi stracciarmi, o non vuoi mettermi a destra o a sinistra… Tu vieni a dirmi qual è il mio nome, qual è il mio nome nascosto in me, come si declina questo nome che porto dentro, come si declina nella relazione con l’altro, come si declina nella relazione con Dio, come può essere un luogo di speranza. E se anche io fossi gravemente malato, e se anche io fossi oppresso dal mio peccato, e se anche io fossi schiacciato dall’irriducibile fragilità della mia natura, io non posso non affermare che Tu hai veramente messo dentro di me un seme di eternità. Questo è fatto della tua stessa sostanza e risuona e si sente chiamare tutte le volte che Tu ruggisci, come dice il profeta Osea (Os 11,10), tutte le volte che Tu mi chiami da lontano. Questo seme di eternità si anima, si dilata, si rende comprensibile”. Allora io dico: “Non sono più io allora che vivo, ma è Cristo che vive in me” (cfr. Gal 2,20), è questo qualcosa che appartiene a Te, Dio, e che appartiene anche a me”. Dice Gesù alla fine di questo brano: “Io e il Padre siamo una cosa sola. Io sono la speranza che porti dentro, il Padre è colui che l’ha posta. Siccome io e il Padre siamo una cosa sola, la speranza posta dentro di te, il Padre la riporterà a sé”. Allora tu capisci che il cammino che questo Buon Pastore mi invita a fare non è un viaggio verso una meta sconosciuta, così che tu possa dire: “Boh, mica lo so se me la sento di percorrerlo questo itinerario”. No, questo viaggio è un viaggio di ritorno a casa: io torno là da dove sono venuto, io torno là dove c’è la radice, l’origine di questo essere che porto dentro e che porta i tratti, in qualche modo, del Dio che mi chiama costantemente dalle tenebre alla sua ammirabile luce (1Pt 2,9). Ora capisci bene, se tu hai compreso e contemplato l’amore di Dio in te, non solo per te, ma dentro di te, che ti trasforma – ed è lo Spirito in noi, caparra della vita eterna –, se hai capito questo anche tu a tua volta diventi quasi un “ostetrico” potremmo dire, uno che può far nascere il Cristo dalla vita aggrovigliata, appesantita, difficile dell’altro. Anche tu diventi uno che può distillare il bene là dove l’altro non lo vede. Tu lo guardi, tu glielo mostri il bene che porta, gli mostri che questo bene è irriducibile, che è più grande del suo peccato e rimetti coraggio anche alla sua anima di mettersi in viaggio verso casa, verso il ritorno a Dio. Sapete che il cristianesimo è questo, è dire che noi siamo fratelli perché torniamo nella stessa casa, perché veniamo dalla stessa volontà di Dio di chiamarci all’esistenza e di riempirci della sua grazia, perché possiamo scorgere la bellezza del suo volto, così tenero, così dolce, mai invasivo, così liberante, così prossimo a me stesso, direbbe Agostino, anzi: “più intimo a me di me stesso”, che continuamente dentro la mia vita, geme con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8,26) finché io un giorno non possa dire: “Padre nostro, che sei nei cieli”.

Sia lodato Gesù Cristo

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e misericordioso, noi ti ringraziamo, perché quando ci hai chiamati non ci hai mai spaventati, perché quando ci hai incontrati nei sentieri della storia dove noi siamo caduti e abbiamo peccato, non ci hai mai giudicati. Noi ti benediciamo, perché sei venuto incontro alla nostra vita con le nostre stesse sembianze, per questo ti abbiamo riconosciuto, per questo ti abbiamo amato, per questo vogliamo stare sempre con Te. Mandaci il tuo Spirito, che non ci lasci mai soli in questo cammino dell’esistenza. Per questo ti preghiamo.

Ti preghiamo, Padre Santo e misericordioso, per la Chiesa e per il tuo papa Francesco. Nella dolcezza del suo volto e delle sue parole noi abbiamo riconosciuto qualcosa della dolcezza del tuo Figlio. Nella proclamazione della misericordia, nelle sue parole, noi abbiamo trovato qualcosa del bagliore del tuo amore eterno. Conservalo e sostienilo in questo tempo, perché avvii una autentica e serena riforma della Chiesa. Per questo ti preghiamo.

Ti preghiamo, Padre Santo e misericordioso: che lo Spirito di santità ci permetta di conoscere il seme di grazia che Tu hai posto nel cuore del nostro prossimo, e anche se i nostri rapporti sono difficili, e anche se non ci è facile amarlo, aiutaci a osservare in lui la bellezza del tuo disegno. Per questo ti preghiamo.

Padre Santo e misericordioso, che ogni uomo che si trova in difficoltà in questo tempo per qualsiasi motivo, non smarrisca la certezza di essere amato, di possedere qualcosa della tua santità, e di essere chiamato ad esprimerla eternamente con Te. Possano gli uomini di questa generazione riconoscere la bontà del tuo disegno di salvezza. Per questo ti preghiamo.

Padre Santo e misericordioso, ti prego per questi tuoi figli. Sciogli i nodi profondi che gli impediscono di seguirti generosamente, liberali da ogni male, dal sospetto, dal giudizio, dalla mormorazione, dall’inclinazione al peccato. Possano riconoscere in Te il loro Pastore e seguirti generosamente sulla via della salvezza. Te lo chiedo per Cristo nostro Signore. Amen.

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