V° Domenica di Pasqua

Anno Liturgico B
06 Maggio 2012

Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto

LETTURE: Vangelo, Prima lettura e Seconda lettura

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far a. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

PRIMA LETTURA – Dagli Atti degli Apostoli (At 9,26-31)

In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

SECONDA LETTURA – Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,18-24)

Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera a, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

LA LETTURA DEI PADRI: per continuare a pregare

LA VITE SIMBOLO DELLA NOSTRA FECONDITÀ SPIRITUALE
Ambrogio, Exameron III, V, 12, 49-52

Saprai certamente che, come hai in comune con i fiori una sorte caduca, così hai in comune la letizia con le viti da cui si ricava il vino che rallegra il cuore dell`uomo (cf. Sal 103,15). E magari tu imitassi, o uomo, un simile esempio, in modo da procurarti letizia e giocondità. In te si trova la dolcezza della tua amabilità, da te sgorga, in te rimane, è insita in te; in te stesso devi cercare la gioia della tua coscienza. Perciò la Scrittura dice: “Bevi l`acqua dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi” (Pr 5,15).
Anzitutto nulla è più gradito del profumo della vite in fiore, se è vero che il succo spremuto dal fiore della vite produce una bevanda che nello stesso tempo riesce gradevole e giova alla salute. Inoltre, chi non proverebbe meraviglia al vedere che dal vinacciolo di un acino la vite prorompe fino alla sommità dell`albero che protegge come con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una stretta rigorosa, riveste di pampini e cinge di una corona di grappoli? Essa, ad imitazione della nostra vita, prima affonda la sua radice viva nel terreno; poi, siccome per natura è flessibile e non sta ritta, stringe tutto ciò che riesce ad afferrare con i suoi viticci quasi fossero braccia e, reggendosi per mezzo di questi, sale in alto.
Del tutto simile è il popolo fedele che viene piantato, per così dire, mediante la radice della fede e frenato dalla propaggine dell`umiltà. Di essa dice bene il profeta: “Hai trasportato la vite dall`Egitto e ne hai piantato le radici e la terra ne è stata riempita. La sua ombra ha ricoperto i monti e i suoi viticci i cedri del Signore. Stese i suoi rami fino al mare e fino al fiume le sue propaggini” (Sal 79,9-12). E il Signore stesso parlò per bocca d`Isaia dicendo: “Il mio diletto acquistò una vigna su un colle, in un luogo fertile, e la circondai d`un muro e vangai tutt`attorno la vigna di Sorec e nel mezzo vi innalzai una torre” (Is 5,1-2). La circondò infatti come con la palizzata dei comandamenti celesti e con la scolta degli angeli.
Infatti “l`angelo del Signore si accamperà attorno a quanti lo temono” (Sal 33,8). Pose nella Chiesa come la torre degli apostoli, dei profeti, dei dottori, che sogliono vigilare per la pace della Chiesa. La vangò tutt`intorno, quando la liberò dal peso delle cure terrene; nulla infatti grava la mente più delle preoccupazioni di questo mondo e dell`avidità di denaro o di potere. Ciò ti viene mostrato nel Vangelo quando leggi che quella donna, che uno spirito teneva inferma, era così curva da non poter guardare in alto. Era curva la sua anima che, rivolta ai guadagni, non vedeva la grazia celeste. Gesù la guardò, la chiamò, e subito la donna depose i pesi terreni. Egli mostra che da simili brame erano gravati coloro ai quali dice: “Venite a me tutti voi che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28). L`anima di quella donna, come se le avessero scavato intorno la terra, poté respirare e si raddrizzò.
Ma anche la vite, quando intorno le è stato zappato il terreno, viene legata e tenuta diritta affinché non si pieghi verso terra. Alcuni tralci si tagliano, altri si fanno ramificare: si tagliano quelli che ostentano un`inutile esuberanza, si fanno ramificare quelli che l`esperto agricoltore giudica produttivi. Perché dovrei descrivere l`ordinata disposizione dei pali di sostegno e la bellezza dei pergolati, che insegnano con verità e chiarezza come nella Chiesa debba essere conservata l`uguaglianza, sicché nessuno, se ricco, e ragguardevole, si senta superiore e nessuno, se povero, e di oscuri natali, si abbatta o si disperi? Nella Chiesa ci sia per tutti un`unica e uguale libertà, con tutti si usi pari giustizia e identica cortesia. Perciò nel mezzo si innalza una torre, per mostrare tutt`intorno l`esempio di quei contadini, di quei pescatori che meritano di occupare la rocca della virtù. Sul loro esempio i nostri sentimenti si elevino, non giacciano a terra spregevoli ed abietti; ma ciascuno innalzi l`animo a ciò che sta sopra di noi e abbia il coraggio di dire: “Ma la nostra cittadinanza è nei cieli” (Fil 3,20). Quindi, per non essere piegato dalle burrasche del secolo e travolto dalla tempesta, ognuno, come fa la vite con i suoi viticci e le sue volute, si stringe a tutti quelli che gli sono vicini quasi in un abbraccio di carità e unito ad essi si sente tranquillo. E` la carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in cielo. “Se uno rimane nella carità, Dio rimane in lui” (1Gv 4,16). Perciò anche il Signore dice: “Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può produrre frutto da solo, se non resta unito alla vite, così anche voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,4-5).
Manifestamente il Signore ha indicato che l`esempio della vite deve essere richiamato quale regola per la nostra vita. Sappiamo che quella, riscaldata dal tepore primaverile, dapprima comincia a gemmare, poi manda fuori il frutto dagli stessi nodi dei tralci, dai quali nascendo l`uva prende forma e, a poco a poco sviluppandosi, conserva l`asprezza del prodotto immaturo e non può diventare dolce se non raggiunge la maturazione sotto l`azione del sole. Quale spettacolo è più gradevole, quale frutto più dolce che vedere i festoni pendenti come monili di cui si adorna la campagna in tutto il suo splendore, cogliere i grappoli rilucenti d`un colore dorato o simili alla porpora? Crederesti di veder scintillare le ametiste e le altre gemme, balenare le pietre indiane, risplendere l`attraente eleganza delle perle, e non ti accorgi che tutto ciò ti ammonisce a stare in guardia perché il giorno supremo non trovi immaturi i tuoi frutti, il tempo dell`età nella sua pienezza non produca opere di scarso valore. Il frutto acerbo suole essere senz`altro amaro e non può essere dolce se non ciò che è cresciuto sino alla perfetta maturità. A quest`uomo perfetto solitamente non nuoce né il freddo della morte con il suo brivido né il sole dell`iniquità, perché lo protegge con la sua ombra la grazia divina e spegne ogni incendio di cupidigie mondane e di lussuria carnale e ne tiene lontani gli ardori. Ti lodino tutti coloro che ti vedono e ammirino le schiere dei cristiani come ghirlande di tralci, contempli ciascuno i magnifici ornamenti delle anime fedeli, tragga diletto dalla maturità della loro prudenza, dallo splendore della loro fede, dalla dignità della loro testimonianza, dalla bellezza della loro santa vita, dall`abbondanza della loro misericordia, così che ti possano dire: “La tua sposa è come vite ricca di grappoli nell`interno della tua casa” (Sal 127,3), perché con l`esercizio di una generosa liberalità riproduci l`opulenza d`una vite carica di grappoli.

LOTTA CONTRO LE TENTAZIONI
Efrem, Ad monach. Aegypt., 10, 2

Se ti viene in mente un cattivo pensiero, grida, con lacrime al Signore: «Signore, sii buono con me peccatore! Perdonami, o amico degli uomini. Signore, allontana il male da noi!». Certo, il Signore conosce i cuori: sa quali pensieri sorgono da un animo cattivo, ma sa anche quali pensieri vengono in noi versati dalla stizza amara dei demoni. Tuttavia sappilo: più tu combatti e resti fedele nel servizio del Signore, più i tuoi sensi e i tuoi pensieri verranno purificati. Infatti, nostro Signore Gesú Cristo ha detto: “Ogni ramo che in me porta frutto, io lo purificherò, perché porti frutto maggiore” (Gv 15,2). Solo abbi la più sincera volontà di farti santo! Il Signore ama e appoggia col suo aiuto coloro che sono zelanti e lavorano per ottenere la salvezza dell`anima. Senti ora un esempio, che ti illustra i cattivi pensieri. Quando l`uva vien colta dalla vite, gettata nel torchio e pigiata, produce il suo mosto, che vien raccolto in vasi. E questo mosto, all`inizio, fermenta tanto forte, come se bollisse al fuoco più acceso in una caldaia; anche i vasi migliori non riescono a contenerne la forza, ma si rompono pel suo calore. Ciò avviene coi pensieri degli uomini, quando essi si elevano da questo mondo vano, e dalle sue cure, alle realtà celesti. Allora gli spiriti cattivi, che non ne possono sopportare il fervore, conturbano in mille modi la mente dell`uomo, cercando di suscitarvi una tetra burrasca, per rovinare e squarciare il vaso, cioè l`anima riempiendola di dubbi e rendendola infedele.

LA VITE E I TRALCI
Agostino, Comment. in Ioan. 81, 3-4

“Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui produce molto frutto: perché senza di me voi non potete far nulla” (Gv 15,5).
Nessuno pensi che il tralcio possa da solo produrre almeno qualche frutto. Il Signore ha detto che chi è in lui produce «molto frutto». E non ha detto: Senza di me potete fare poco ma: «Senza di me Voi non potete fare nulla». Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si può fare nulla. Perché anche se, quando il tralcio produce pochi frutti, l`agricoltore lo monda, affinché ne produca di più: tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso portare nessun frutto. Anche se Cristo non sarebbe la vite se non fosse uomo, non potrebbe tuttavia fornire ai tralci la capacità di produrre frutti, se non fosse anche Dio. Di modo che, come senza questa grazia è impossibile la vita, così la morte è in potere del libero arbitrio. “Chi poi non rimarrà in me sarà gettato via come il tralcio; e si dissecca; e poi sarà raccolto e gettato nel fuoco dove brucerà” (Gv 15,6). Il tralcio è infatti tanto prezioso se resta unito alla vite, quanto, se ne è reciso, è privo di valore. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele (cf. Ez 15,5), i rami di vite recisi non possono né essere utili all`agricoltura, né usati dal falegname in alcuna opera. Il tralcio di vite ha due sole alternative: o restare unito alla vite o essere gettato nel fuoco: se non è unito alla vite sarà buttato nel fuoco. Quindi, per non finire nelle fiamme, deve restare unito alla vite.
“Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi domandate quanto volete e vi sarà fatto”
(Gv 15,7).
Rimanendo in Cristo, che cosa possono chiedere i fedeli se non quanto a Cristo conviene? Che possono volere, se restano uniti al Salvatore, se non ciò che non si oppone alla loro salvezza? Una cosa infatti desideriamo, quando siamo in Cristo, e una cosa ben diversa quando siamo ancora uniti a questo mondo. Ma qualche volta può accadere che il fatto di dimorare in questo mondo ci spinga a chiedere qualcosa che, senza che noi ce ne rendiamo conto, non è utile alla nostra salvezza. Ma questo certamente non ci avviene se siamo in Cristo, poiché egli esaudisce le nostre richieste solo quando giovano alla nostra salute eterna. Rimanendo dunque noi in lui e in noi restando le sue parole, potremo chiedergli qualunque cosa, ed egli la compirà in noi. Se gli chiediamo qualcosa ed egli non ci esaudisce, significa che quanto abbiamo chiesto non favorisce il rimanere in lui e non è conforme alla sua parola che in noi dimora, ma riguarda invece desideri e debolezze della carne, che non sono certo in lui, e nelle quali non è certo la sua parola. Quanto alla preghiera che egli stesso ci ha insegnata e con la quale diciamo: “Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6,9), essa fa parte sicuramente delle sue parole.
Non allontaniamoci, dunque, nelle nostre richieste al Signore, dalla lettera e dallo spirito di questa preghiera: se così facciamo, ogni cosa che chiederemo egli ce la concederà. Le sue parole rimangono in noi, quando facciamo quanto ci ha ordinato e desideriamo quanto Ci ha promesso; ma quando invece le sue parole restano, sì, nella nostra memoria, ma non se ne trova traccia nella nostra vita e nei nostri costumi, allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non assorbe più la vita dalla sua radice. Questa distinzione tra il conoscere la legge e metterla in pratica è efficacemente posta in rilievo dal profeta che dice: “Si ricordano dei suoi comandamenti per metterli in pratica” (Sal 102,18). Non sono pochi, infatti, coloro che si ricordano dei suoi comandamenti solo per disprezzarli, per deriderli e fare il contrario di ciò che essi ordinano. In costoro non hanno dimora le parole di Cristo; essi sono in qualche modo in contatto con esse, ma non sono affatto ad esse uniti. E tali parole non solo non produrranno in costoro alcun beneficio, ma renderanno invece testimonianza contro di essi. E poiché quelle parole sono in loro, ma essi non le conservano, sono esse che posseggono loro, per condannarli.

IO SONO LA VITE, VOI I TRALCI
Cirillo d’Alessandria dal «Commento sul vangelo di Giovanni»

Il Signore dice di se stesso di essere la vite, volendo mostrare la necessità che noi siamo radicati nel suo amore, e il vantaggio che a noi proviene dall’essere uniti a lui. Coloro che gli sono uniti, ed in certo qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci. Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo ci unisce a lui. Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da lui la dignità dell’adozione. Infatti, secondo san Paolo, «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6,17).
Noi siamo edificati su Cristo, nostro sostegno e fondamento e siamo chiamati pietre vive e spirituali per un sacerdozio santo e per il tempio di Dio nello Spirito. Non possiamo essere edificati se Cristo non si. costituisce nostro fondamento. La medesima cosa viene espressa con l’analogia della vite.
Dice di essere lui stesso la vite e quasi la madre e la nutrice dei tralci che da essa spuntano. Infatti siamo stati rigenerati da lui e in lui nello Spirito per portare frutti di vita, ma di vita nuova che consiste essenzialmente nell’amore operoso verso di lui. Quelli di prima erano frutti marci di una vita decadente. Siamo poi conservati nell’essere, inseriti in qualche modo in lui, se ci atteniamo tenacemente ai santi comandamenti che ci furono dati, se mettiamo ogni cura nel conservare il grado di nobiltà ottenuto, e se non permettiamo che venga contristato lo Spirito che abita in noi, quello Spirito che ci rivela il senso dell’inabitazione divina. Il modo con il quale noi siamo in Cristo ed egli in noi,ce lo spiega san Giovanni: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito» (1 Gv 4,13).
Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua natura, così l’unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l’affinità e la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l’amore e procura la scienza di ogni virtù e bontà.

Trascrizione dell’Omelia

Questo è il discorso che apre l’ultima sera che Gesù trascorre con i suoi Apostoli nel Cenacolo: da qui comincia a dire quali sono le istanze del Regno che è venuto a costituire, a costruire, a inaugurare e in quella sera mirabile racconta ai suoi amici che cosa voglia dire rimanere attaccati a Lui. Lo fa in un momento in cui sa che poco dopo dovranno fare a meno della sua presenza, almeno così come lo avevano conosciuto e praticato fino a quel momento. Devono passare ad una relazione ulteriore, ad una modalità diversa di rapportarsi con Lui, egualmente autentica e forte, lo vedremo quando contempleremo prima nella novena e poi nel giorno stesso della Pentecoste la presenza dello Spirito in questa Chiesa che comincia a costruire il Regno di Dio, fondata sulla roccia del Cristo.
Questa sera, in questo brano, però, Gesù sta già dicendo in quale modo è opportuno rimanere legati a Lui, qual è la relazione che deve nascere da questa esperienza che hanno fatto con Lui e per farlo usa una simbologia che è loro molto nota, quella della vite. È conosciuta perché Israele stesso si pensa come una vite, anche Gesù in qualche parabola ha raccontato di questo popolo come di una vigna [Lc 20, 9-16], che il padrone aveva piantato, vi aveva costruito una torre, un frantoio, vi aveva scavato un pozzo, la aveva cintata: questa vigna, di cui nel Salmo 80 [Sal 80, 9-20] si dice che Dio l’ha divelta dall’Egitto, per trapiantarla ha espulso i popoli e i suoi tralci arrivavano fino al mare, fino al fiume i suoi germogli, è appunto Israele, presa dall’Egitto, insediata nella Terra di Canaan e, perché potesse affondare le sue radici in profondità, i popoli di questa terra sono stati messi ai margini.
Dunque, un popolo e un progetto che ha radici sicure e stabili, che sprofondano nella terra, per cogliere questa linfa. Anche questa è un’immagine molto chiara agli Israeliti e agli Apostoli: il salmo uno, ma anche Ezechiele [Salmo 1,3; Ez 47,12], che parlano dell’uomo che porta frutto a tempo opportuno, come l’albero piantato lunghi corsi d’acqua, rimandano a questa figura delle radici, della ricerca dell’uomo che affonda dentro la simbologia e la logica della Torah, che è la Legge di Dio.
In questo caso, questa vigna, che è il Cristo, come afferma Egli stesso in questo brano del Vangelo di Giovanni, è una radice più profonda, che non arriva solo fino ai corsi di acqua del senso, della ricchezza e della bellezza della Torah, ma, addirittura, è così profonda da giungere al cuore del Dio altissimo, alle origini del progetto del Padre, così come lo stesso evangelista aveva asserito nel capitolo uno, come tutti sapete, del Verbo, Colui che è Dio, perché è presso Dio [Gv 1,1], perché è uguale a Dio, fin dal principio.
Radici profondissime, legate non solo all’insegnamento che Dio ha dato al Suo popolo, ma al pensiero stesso di Dio Padre, queste radici sono il legame che il Figlio ha con il Padre.
Siccome, come ha detto molte volte, anche nel Vangelo di Giovanni, Gesù ha questo legame, può dire: faccio quello che ho visto fare dal Padre, perché siamo una cosa sola, io conosco il progetto del Padre, anzi io sono il Suo progetto e, dunque, tutto quello che faccio è una manifestazione di ciò che Dio vuole fare, di quanto il Creatore ha pensato sin dalle origini. Sono uno, come rivela sempre nello stesso capitolo, che manifesta, spiega, fa l’esegesi del modo di pensare e di realizzare le cose di Dio Padre.
Questa appartenenza, questo legame con il Padre, questa relazione che viene proprio dalla Trinità santissima, come abbiamo visto nei Vangeli [Lc 5,16; Lc 6,12; Lc 9,18; Lc 9, 28-29; Lc 11,1], è costantemente manifestata agli uomini attraverso la preghiera: Gesù si isola per pregare il Padre, come a dire che la relazione che Egli ha con il Padre è diversa da quella che gli uomini hanno con Dio, dopo essersi isolato, manifesta la realtà della relazione con il Padre e poi va a fare le grandi opere, i grandi prodigi, o a dare i grandi insegnamenti, che servono a volgere il cuore dei figli verso il progetto dell’Onnipotente.
L’immagine della vigna indica appunto questa relazione con il Padre e dice agli uomini che c’è continuità tra quello che vuole fare Dio e quello che vuole fare Gesù Cristo e che gli uomini sono chiamati a fare.
Vi state chiedendo a cosa serva questo discorso. Ve lo spiego subito.
Se vediamo in Cristo un progetto che ha una sua coerenza, una sua congruenza, perché legato a un piano che non conosciamo e che è quello di Dio, ci fidiamo che quello che Gesù fa, viene da Dio. Tu dici: mi fido che quello che Gesù opera provenga da Dio. Amico, ma quello che fa il Figlio è quello che sei chiamato a vivere e non sempre lo comprendi. Prova a vedere nella tua vita: ci sono grosse parentesi – e più che parentesi è quasi l’ordinario – in cui sperimenti sofferenza, dolore. Cosa fai? Lo prendi, lo stacchi dalla tua appartenenza a Dio e lo collochi dentro un calderone di cose che non ci dovrebbero essere, che fanno guerra alle cose di Dio e sai perché la fanno, secondo te? Perché combattono il tuo benessere, contraddicono il tuo desiderio di stare bene, allora, pensi che se è così, sicuramente non vengono da Dio e nella tua preghiera, purtroppo non autentica, chiedi a Dio che ti vengano tolte queste sofferenze, quando, invece, ti servivano proprio per conoscere Dio e per capire il Suo progetto per te.
Tu le hai messe fuori e, così facendo, hai operato una discontinuità, hai detto: queste cose non c’entrano con la mia vita e siccome hai decretato che non hanno a che vedere con te, le hai tagliate, erano polloni buoni, dovevano portare il loro frutto al tempo opportuno, legando la tua sofferenza alla passione di Gesù Cristo. Le hai troncate, le hai messe da parte, si sono seccate e non hanno prodotto nulla e sei rimasto con il tuo moncone di vite senza tralci, che non porta frutto. Dunque, vivi la tua vita in modo frammentario, discontinuo: tutte le esperienze buone che fai le chiameresti autentiche, quelle nella sofferenza le definisci non autentiche in questo modo.
Non sei tu che nel descrivere la tua vita sei sempre con alti e bassi? Non sei tu che hai diviso la tua esistenza in momenti felici e in momenti che non ti convengono? Non sei tu che guardi le cose che accadono non con lo stupore di chi sta davanti al progetto di Dio che si dipana e si dispiega, ma come uno che sta di fronte ad uno spettacolo che non sa cosa vuol dire, dove si va e perché? Pensa solo alla presenza della morte nella nostra vita, sembra un incidente, una cosa che non deve esserci, che non faccia parte della nostra esistenza, come se avessimo sperimentato, conosciuto, generazioni di uomini che non sono morti. Ci stupiamo tutte le volte che muore qualcuno e più giovane è, più ci stupisce: non è giusto, non è buono, non è vero, a che cosa serve? Perché? Noi stessi questa idea la rifuggiamo costantemente.
Allora, tu capisci, e te lo dice Gesù Cristo in questo Vangelo, che se tu vuoi fare una lettura continua dei fatti dell’esistenza, se vuoi legare insieme il tuo momento di sofferenza con l’esaltazione che provi, sperimentando il bene, se vuoi integrare tutti gli aspetti della tua storia, devi rimanere legato a Cristo. Lo hai ascoltato, ma ancora non lo intendi.
Ti faccio un altro esempio, che forse ti riguarda di più, che esperienza fai nella tua vita: sei sempre bravo, senza peccato, sempre fedele alla Legge di Dio? Evidentemente, scusa se lo dico io per te, ma penso che la tua storia sia simile alla mia… no, non sei sempre fedele, giusto? E Dio come si comporta con te, quando sei fedele e quando non lo sei? Cambia mentalità? Ti punisce e ti esclude, perché non sei fedele, aspettando di premiarti quando decidi di fare la sua volontà? Se fosse così, saresti perduto. Invece, hai sperimentato, se hai conosciuto Dio e se per te la fede non è una religione qualsiasi, che anche quando hai fatto il male Dio ti è venuto incontro con la misericordia, puntualmente ti ha visitato, là dove invece pensavi di rimanere solo, di stare senza speranza, senza nessun conforto. Ti ha incontrato, ti ha guarito come il buon samaritano, ti ha salvato dal tuo peccato e ti ha rimesso nelle condizioni di prima. Cosa ha fatto Dio? Ti ha guardato in continuità, non si è fermato, non ha isolato il suo sguardo sul tuo peccato, non ha detto: questo l’ho “beccato” mentre fa il peccato, dunque è un peccatore impenitente, devo ucciderlo, devo cancellarlo. No. Ti ha scrutato nell’arco della tua esistenza, come una possibilità di conversione, di cambiamento, ti ha considerato con amore, così come un padre o una madre osservano il proprio figlio piccolo che fa uno sbaglio, anche qualche volta eclatante, pensando e sperando sempre che un giorno cambierà, che conoscerà il bene e lo farà.
Questo sguardo di continuità per te è una linfa vitale, perché ti senti sempre attaccato alla vite, sempre legato al progetto e all’amore di Dio o, meglio, ti senti allacciato al disegno di Dio poiché sperimenti un amore fedele da parte di Dio.
Ecco cosa vuol dire Gesù quando afferma che se non rimani legato a questa logica, farai delle cose che non hanno valore, e queste si seccheranno, Dio stesso le taglierà e le metterà fuori. I tralci della vite, una volta tagliati, non ci si può fare nulla, anzi, diciamo così, la vite è proprio come la nostra vita, perché il suo legno non serve, non ci si fanno i mobili, non ci si fa neanche il fuoco, perché non brucia, penso che tu lo sappia questo: ma la nostra vita, se non produce la linfa che viene da Dio, se non mette in pratica la Legge di Dio e non mostra qual è il Suo progetto di salvezza, a che cosa serve? Avvizzisce, è stupida, è sciocca, non ha senso, non ha importanza, non cambia nulla, è una vita che passa senza niente, poi… hai voglia a fare delle belle tombe, una tomba bella su una vita vuota non ha un gran senso…
Bene, questa raccomandazione che fa Gesù ai suoi discepoli: se rimanete in me io rimango in voi, se restate attaccati a questa logica, tutto quello che chiederete vi sarà dato, produrrete esattamente ciò per cui siete stati creati, ancora meglio, conoscere il motivo per il quale sei stato creato sarà per te un fondamento sicuro, una pietra sulla quale costruire, sulla quale appoggiarti, un criterio con il quale affrontare il mondo e anche costruire le relazioni.
Non ti sei accorto che cerchi di costruire una relazione con qualcuno, magari attraverso la via affettiva, quello ti tradisce, se ne va, ti volta le spalle e tu ti senti svuotato, nessuno. Ma, come, dipendevi da ciò che l’altro pensava di te? E se quello non pensava nulla e tu ti sei illuso, tu non conti niente? Vedete come valutiamo la vita? In ordine a quello che ci pare quando ci sembra che sia buono, ma non è così. Dio non ci valuta così, non ci guarda in questo modo. Saremmo perduti se noi valessimo solo quello che pensiamo noi quando le cose vanno in un certo modo.
Accogli questo annuncio, sia per te un annuncio di resurrezione dalla morte delle esperienze che fai durante la tua vita, un annuncio che ti viene da Dio, attraverso il Figlio, e ti dice: voglio restare legato a te, anche tu resta legato a me, perché insieme possiamo diventare una cosa sola [Gv 17, 11] e cambiare questo mondo falso, vano, non autentico.

Sia Lodato Gesù Cristo

Preghiera dei fedeli

Padre Santo e Misericordioso,
nel Tuo Figlio ci hai benedetti e innestati nella vite che porta il frutto buono al tempo opportuno, eravamo pagani di nascita e per natura votati alla morte, sterpi senza ragione e senza finalità, inserendoci nel pollone buono della Fede ci hai riconosciuti, ci hai chiamati per nome e ci hai affidato un progetto e una vocazione, perché compiendo le Tue leggi possiamo anche costruire il regno che nel Cristo Tu hai inaugurato, ora vieni in soccorso alla nostra debolezza, perché non sappiamo neanche cosa sia conveniente domandare, non permettere, Padre, che ti chiediamo solo per i nostri piaceri.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso per la Tua Chiesa,
in essa risplende il progetto di salvezza che Tu hai pensato sin dai secoli eterni e attraverso la realtà sacramentale in ogni epoca la Tua Chiesa ricorda ai Tuoi figli a cosa sono chiamati, da dove vengono e dove vanno. Degnati, Padre Santo, di consolidare la Tua casa in questo tempo di sventura e di lontananza dal vero e dal bene.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
per tutti quelli che in vari modo ci fanno del male, non permettere che ci lamentiamo a causa della sofferenza che il nostro nemico ogni giorno ci infligge, possa invece la nostra vita essere un suffragio per noi e per quelli che ci sono nemici in molti modi.

Ti preghiamo Padre Santo e Misericordioso,
per tutti quelli che conosciamo e che sono nel dolore e nella sofferenza, aiutaci a manifestare loro il Tuo piano di salvezza, perché non si scandalizzino del dolore, perché non si sentano oppressi, o dimenticati, o abbandonati a causa del tempo infausto che vivono.

Ti prego Padre Santo e Misericordioso
per questi tuoi figli, che ascoltano La Parola e desiderano viverne e gustarne il frutto, perché non si scoraggino, perché nutrano la speranza di poter vedere nella loro vita risplendere la Tua salvezza
te lo chiedo per Cristo Nostro Signore

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